Non ci sono solo Francia, Spagna e Australia, a poter vantare nuove produzioni horror di alto livello, e a formare delle nuove “scuole” in grado di porsi all’attenzione generale di pubblico e addetti ai lavori. C’è anche l’Inghilterra, e a quanto pare, il new horror britannico sta bene, benissimo. Ne abbiamo già avute recenti e solide dimostrazioni con i vari Eden Lake, Donkey Punch, Mum & Dad, film tutti interessanti e coinvolgenti, e diretti da autori giovani ed esordienti (o quasi). La strada è stata ormai tracciata, e l’ha intrapresa anche Tom Shakland (proveniente dalla televisione e già autore alcuni anni fa di qualche buon cortometraggio come The Bait), con questo The Children, uscito a dicembre 2008 nei cinema del proprio paese e distribuito dalla Lionsgate in Dvd questa primavera. In Italia non è arrivato, tanto per cambiare, ma è stato proiettato pochi giorni fa al festival Science+Fiction di Trieste, vincendo il Méliès d’Argento per il miglior lungometraggio in concorso.
Due sorelle stanno attraversando un difficile momento, e covano da tempo rancori e incomprensioni. Per appianare i contrasti, decidono di trascorrere un piacevole week-end insieme, in un cottage innevato e isolato tra i boschi, in compagnia dei rispettivi mariti e dei rispettivi figli, quasi tutti di età compresa tra i 5 e i 7/8 anni, tranne una sorella più grande e ormai adolescente. Una bella e chiassosa festa familiare insomma. Poco dopo la riunione delle due comitive, però, le cose iniziano ad andare nel verso sbagliato. Un misterioso virus si diffonde all’interno del cottage e nel bosco circostante. I bambini si ammalano uno dopo l’altro, e iniziano a essere stranamente aggressivi. Brutti incidenti si susseguono. Ben presto gli adulti dovranno iniziare una complicata lotta per la sopravvivenza, difendendosi dai furiosi attacchi della loro stessa prole.

Qui si fa sul serio. Diciamolo subito. Shankland sfrutta un coraggioso script di Paul Andrew Williams, e mette in scena con abilità l’attacco frontale di una covata di “bambini dannati” che sovrasta i precedessori kinghiani (Grano Rosso Sangue) e tanti altri epigoni recenti (Joshua, Orphan). Sconta forse un qualche debito nei confronti di Cabin Fever, e vagamente anche di Shining (in talune inquadrature), oltrechè dello spagnolo Ma come si può uccidere un bambino? di Narciso Ibanez Serrador, ma spinge sul terreno del realismo più inquietante. Non ci troviamo infatti di fronte ad alieni, possessioni demoniache, o entità sovrannaturali di altro tipo. L’unico elemento catalizzatore che provoca l’esplosione della furia omicida da parte degli infanti è una sorta di non ben spiegata influenza, che si propaga velocemente facendoli letteralmente impazzire, e trasformandoli in subdoli e crudeli assassini senza scrupoli.

Questo The Children funziona, eccome, in ogni suo singolo elemento costitutivo. Brillante e fantasiosa al punto giusto la regia, ottimo il montaggio, affascinante la fotografia di Nanu Segal, alto il ritmo, bravi gli attori adulti, terrificanti i bambini, i cui volti scavati e al contempo furbi, sofferenti, complici e ironicamente sadici fanno davvero venire la pelle d’oca.
Solida la prima parte, di ambientazione narrativa, quando nel mezzo dell’apparente serenità bastano in realtà un silenzio incarognito, una piccola parola fuori posto, un’espressione dubbiosa, un sorriso fasullo, una battuta mal riuscita, per rendere pesante l’atmosfera e prepararci psicologicamente alla deflagrazione che seguirà.
Serratissima invece la seconda parte, quando forse la spettacolarità degli eventi soffoca un po’ la raffinata angoscia che prima vibrava sottopelle. L’incredulità di fronte a ciò a cui si assiste è comunque sufficiente a lasciare senza respiro, e a porre esiziali dilemmi morali sull’opportunità che un genitore possa, in una situazione di estremo pericolo, fare del male al proprio figlio, o debba invece riporre le armi e rassegnarsi al suo destino.

Shakland sradica alcune basilari regole sintattiche del cinema horror, e lo fa con scelte radicali e ben precise. I misteriosi incidenti provocati dai bambini, a causa dei quali alcuni adulti si fanno male assai, sono lasciati volutamente fuori campo. Non li vediamo, ma ne avvertiamo in ogni caso la straziante intensità. Quando invece sono gli stessi bambini a subire, il tutto avviene senza remore davanti ai nostri occhi. Avesse fatto una cosa del genere in Italia, sarebbe stato censurato a vita, bollato come eretico, processato da giornali, televisioni e associazioni cattoliche, escluso da qualsiasi occupazione futura nel cinema… e magari pure esposto a pubblica fustigazione in Vaticano.
Per fortuna sua, invece, è nato in Inghilterra, e ha messo insieme un film sconvolgente, di notevolissima fattura, che si candida autorevolmente a essere il miglior horror dell’anno.
Nelle nostre povere terre forse non arriverà mai. Comunque è possibile reperirlo facilmente, in versione integrale, in lingua originale e con i sottotitoli in italiano.
E’ davvero il caso cinematografico dell’anno, questo Paranormal Activity. Realizzato con un budget bassissimo (17.000 dollari), inizialmente è stato distribuito in pochissime sale statunitensi, proponendosi al mercato con la nuova e rivoluzionaria formula del “copie su ordinazione“. Ovvero, esercenti delle sale e spettatori, se vi interessa il film, contattateci e ve lo facciamo avere. Da lì, il film di Oren Peli ha scatenato una vera e propria febbre mediatica. I pochi cinema in cui era proiettato nelle prime settimane sono stati presi d’assalto, e hanno portato a code interminabili. Centinaia di gestori hanno richiesto di avere la pellicola. Si è sparsa la leggenda (ovviamente farlocca) che Steven Spielberg sarebbe rimasto talmente terrorizzato dalla visione del film da averlo dovuto lasciare a metà e finirlo il giorno dopo. La distribuzione si è allargata a macchia d’olio con spaventosa velocità. Gli incassi sono stati faraonici (decine di milioni di dollari), e sono state raggiunte le vette del box office. Oggi, Paranormal è in cartellone negli States in ogni dove, ed è già anche stato comprato in molti paesi esteri (pare anche l’Italia).
Insomma, i produttori del film hanno trovato la gallina dalle uova d’oro, hanno rischiato e azzeccato una strategia di marketing rivoluzionaria che si è rivelata più che vincente, e hanno guadagnato una vagonata di soldi. Complimenti vivissimi. Chissà che questa nuova strada non possa essere intrapresa in futuro da tanti altri.
Oltre a tutto questo delirio di massa, però, esiste anche il film in sè. Dopo averlo visionato in anteprima, iniziamo fin da subito a dire che la qualità non è certo pari alle aspettative.
La pellicola si muove su un terreno ormai consolidato, vera e propria moda di questi ultimi tempi, ovvero il cosiddetto mockumentary (finto documentario). I giovani e innamorati Katie e Micah sono perseguiti da uno spirito (o forse un demone) che infesta la loro casa, e decidono di riprendere con la loro nuova videocamera tutto quello che accade, di giorno e soprattutto di notte, per scoprire la verità.
Questo nuovo sottogenere autoreferenziale, in cui il cinema entra nel cinema per offrire un doppio livello di immagine e un molteplice registro di lettura, è esploso con The Blair Witch Project, e da lì è proseguito con i vari Rec, Diary of the Dead, Cloverfield e pure il recente District 9. Con risultati talvolta osceni (i primi due titoli citati) talvolta invece molto buoni (gli altri tre).
Il film di Oren Peli, però, è molto più forma che sostanza. Un contenitore ipnotico e teoricamente inquietante, al cui interno però i motivi di reale interesse sono davvero pochi e limitati. La maggior parte del tempo assistiamo alle discussioni dei due protagonisti, che cercano di decidere il da farsi e di capire cosa sta realmente avvenendo nella casa. Tra un riempitivo e l’altro, le notti sono scandite dalle riprese della videocamera, che i due lasciano accesa, in camera da letto, mentre dormono, e attraverso la quale sentiamo la presenza della misteriosa entità, vediamo ombre e percepiamo tonfi, sussurri, rumori inspiegabili.
Certo, per un pubblico di ragazzini che si accontentano di poco (o di nulla), e per le anime particolarmente sensibili e suscettibili, la visione può provocare molti momenti di disagio e paura. Ma per chi è un minimo avvezzo a pellicole similari e al genere specifico, c’è davvero poco di che spaventarsi, tranne forse un paio di attimi in cui il cuore balza in gola.
Oltretutto, dal punto di vista puramente narrativo ed etimologico, Paranormal Activity non offre nessuna significazione che possa dirsi quantomento intrigante o ricercata. Tutto il contrario. Il regista di origine israeliana persegue pedissequamente i topoi di decenni di cinema (e secoli di letteratura) dedicati alle presenze fantasmatiche: persecuzioni che durano nel tempo, vendette da portare a termine, porte che si aprono e chiudono da sole, segnali di un qualcosa che non distinguiamo, possibili esorcismi, tentativi di fuga poi smorzati… Fino a che la progressione del racconto non giunge al suo apice e il demone decide di fare sul serio, in un finale comunque ben congeniato (perlomeno quello della versione uscita nelle sale, in realtà ne esistono due diversi).
Aggiungiamoci poi che i due attori sono davvero odiosi, insopportabili, e non trasmettono la benchè minima empatia (anzi, vien voglia di tifare per l’entità e sperare che li massacri il prima possibile), e che il contesto urbano e decisamente benestante entro cui si svolge la storia risulta poco credibile e spesso vanifica la tensione emotiva, ed ecco che in conclusione andiamo con delusione a giudicare, maluccio, un film da cui francamente ci si poteva e doveva aspettare molto di più.
Le ghost-stories realmente terrorizzanti, nella letteratura e anche nel cinema, sono ben altre. Ma si sa, il pubblico medio si accontenta di poco. Soprattutto quello americano. Infatti, ça va sans dire, è già in programma un sequel.
Dove risiede il confine tra Arte e Pornografia? Dove crolla la separazione tra sogno e realtà? In quale momento il gusto per l'immagine può trasformarsi in paranoia e follia? Quando l'occhio umano scivola negli oscuri meandri della perversione?



Lo confesso, in questi ultimi anni ho detestato Sam Raimi. Non sono mai riuscito a perdonare il suo "tradimento". Dopo aver deliziato i nostri palati e aver in qualche modo rivoluzionato il mondo dell'horror con la deliziosa trilogia composta da Evil Dead 1 e 2 e Army of Darkness (mettendoci in mezzo anche l'apprezzabile Darkman), il buon (?) Raimi aveva infatti abbandonato le sue origini per, diciamolo pure senza paura come da consuetudine in questo blog, vendersi al vil denaro e alla gloria hollywoodiana. Lo aveva fatto un po' per volta, prima realizzando film lontani dai suoi esordi ma peraltro neanche disprezzabili (Soldi Sporchi, The Gift), e poi sprofondando definitivamente nella pastosa panacea dorata con l'interminabile saga di Spider Man, che a suon di milioni lo aveva innalzato nel gotha dei personaggi più ricchi del cinema americano.


Dalla Scandinavia, terra sempre affascinante e intrisa di suadente mistero, arriva, dopo lo splendido Lasciami Entrare, un nuovo horror destinato a far parlare di sè, nel bene e nel male. Questa volta affondiamo tra i fiordi norvegesi, con Dead Snow, del giovane Tommy Wirkola, già autore due anni fa di Kill Buljo, parodistico remake del tarantiniano Kill Bill.


Lo attendevo con ansia, Vinyan, il nuovo film di Fabrice Du Welz, autore quattro anni fa dello splendido, intenso, inquietante e al contempo commovente Calvaire, forse in assoluto il masterpièce di tutta la nouvelle vague dell’horror francofono. Finalmente è arrivato, presentato allo scorso festival di Venezia e uscito da poco in Dvd (ma non ancora in Italia).
Per fortuna (per ora) Du Welz non si è fatto attrarre dalle sirene hollywoodiane, è rimasto coerente con se stesso, si è preso tutto il tempo di cui aveva bisogno, è riuscito a mettere insieme una co-produzione anglo/franco/belga, un conosciuto attore americano (Rufus Sewell) e la più grande attrice francese in circolazione (Emmanuelle Béart), ha trasferito tutta la troupe in Thailandia, e ha tirato fuori un film che non delude affatto, e anzi, ne conferma il promettente talento.
Una coppia, in vacanza in Thailandia, perde il proprio figlio in occasione del grande tsunami del 2005. Un’onda lo travolge e se lo porta via. I due decidono di rimanere lì, e dopo 6 mesi d’infruttuose ricerche Jeanne ancora non vuole convincersi della morte del suo amato Joshua. Convince quindi lo scettico marito a imbarcarsi su un battello per esplorare alcuni villaggi tra Thailandia e Birmania, al seguito del signor Gao, una sorta di santone del luogo. Progressivamente i due s’inoltrano in una terra sempre più selvaggia, finendo per dimenticare la civiltà, e mettere a repentaglio la propria sanità mentale, oltre che la vita stessa.

In Calvaire, Du Welz ci aveva trascinato all’interno di un microcosmo, un piccolo paese di campagna, in cui la follia gradualmente prendeva il sopravvento sulla realtà. Qui è ancora un microcosmo, a essere protagonista, e di nuovo l’ambiente geografico assume un ruolo di precipuo Soggetto fondante la narrazione. Ma in questo caso la Terra insana estende il proprio dominio e i propri confini, sino a fagocitare la percezione dell’essere umano e a mutarlo in bestia la cui razionalità scema via via che ci si inoltra nei meandri del nulla.
L’assunto di base dello script è abbastanza comune: si parla di una madre disperata, che a tutti i costi non vuole rassegnarsi alla perdita del figlio, e che è pronta a qualsiasi cosa pur di ritrovarlo (pur in contesti completamente diversi, l’abbiamo appena visto ad esempio in Changeling). Nella confusione mentale derivata dalla non-accettazione del lutto, Jeanne vacilla, ogni bambino Thai assomiglia al suo Joshua anche se ovviamente non lo è, e il marito, figura razionale e virile, finisce per essere un nemico, un ostacolo sulla via della resurrezione.
Una via lastricata di ostacoli, scavata nell’abisso dei sensi, immersa nei quattro elementi naturali, acqua in primis, e costeggiata dallo spiritismo, dai riti religiosi del luogo, dai Totem leggendari di un popolo ancora primitivo, dai colori pitturati sui volti dei bambini, dall’oppio nell’aria che sfoca le facoltà mentali, inibisce la ribellione, e lascia sfocare la mente verso un sogno a occhi e cuore aperti.

Vinyan, dopo un incipit efficacissimo dal punto di vista sonoro, e una prima parte d’ambientamento che forse sconta qualche lentezza di troppo, poco alla volta si spoglia dalla civiltà e si denuda nel ventre della Madre Terra. Du Welz realizza il suo volo pindarico ai confini del mondo, lasciando navigare quel battello in un’Ade di anime defunte. In tutto questo c’è il Cuore di Tenebra di Conrad, c’è ovviamente Apocalypse Now, c’è anche un po’ di Cannibal Holocaust e perfino qualcosa dell’herzoghiano Fitzcarraldo... e infine c’è l’horror, riflesso nei sogni inquietanti dei due protagonisti, nei visi barbari e inospitali dei bambini (i veri padroni del luogo), nell’acqua primordiale che diviene sangue, e in una sequenza splatter di derivazione romeriana, di cui si poteva anche fare a meno.

In tutto questo, il valore aggiunto della pellicola ha un nome e un cognome: Emmanuelle Béart. Una divinità con il viso di donna. Splendida, con i capelli arruffati e i vestiti stropicciati. Splendida, per come attraverso lievi mutazioni di sguardo raccoglie su di sè la trasformazione psichica di una donna che sta essa stessa per divenire Totem, Leggenda, Demone e Madre. Splendida, per come mette tutto il suo corpo a disposizione del regista, per amoreggiare in ogni istante con la macchina da presa, senza remore di alcun tipo, come ha sempre fatto per tutta la sua carriera. Anche se la recitazione in inglese, quindi in una lingua non sua, toglie un pochino di naturalezza alle sue parole, la sua interpretazione è strepitosa, ipnotica, seducente, favolosa.

Pur imperfetto, e forse non così ammaliante e conturbante come Calvaire, a cui personalmente rimango più affezionato, Vinyan conferma comunque il talento cristallino di Fabrice Du Welz.
In Italia, un film di questo livello non si vede da minimo 15 anni. In compenso tutti si lamentano, spesso senza provare a fare nulla per cambiare le cose. Vive la France (e pure il Belgio)!
NEW VISIONS - ORRORI ALLA FRANCESE
MARTYRS
Tra le prime persone qui in Italia che hanno visto Martyrs, il nuovo film di Pascal Laugier, c’è qualcuno che ha scritto “dopo questo film l’horror non sarà più lo stesso”, e “questo film segna una rivoluzione nel panorama cinematografico mondiale”. Frasi sicuramente eccessive, ma a conti fatti neanche poi più di tanto.
La leggenda narra che durante le prime proiezioni ai festival, ci siano stati momenti di reale panico nelle sale: gente che si è sentita male, che ha vomitato, che è svenuta, che è stata portata via in ambulanza. Forse sono tutte fandonie, non lo so, non ero presente, ma non mi stupirei se almeno in parte fosse accaduto realmente.
Perchè qui ci troviamo di fronte a un film che va oltre: oltre al concetto stesso di orrore, oltre all’estremo, oltre alla significazione di una macabra visione.
Il sottoscritto è abituato ormai da quasi 20 anni a inquietanti visioni di ogni tipo, a film malati, degenerati, violenti, sanguinari, eccessivi. Ne ho visti a decine, a centinaia. Ragion per cui l’occhio è allenato, lo stomaco anche, la mente pure, e sono ben poche le pellicole che riescono ancora a sconvolgermi. Mi era capitato solo una volta, negli ultimi 3/4 anni, ed era successo, come oramai saprete, con The Girl Next Door. Ebbene, con Martyrs è accaduto di nuovo.

Una bambina seminuda, sporca e piena di lividi e ferite corre, urlando disperata, scappando da non sappiamo dove. In un ospedale un’altra bambina, con capelli e occhi corvini, è interrogata da un dottore, mentre la fanciulla della scena iniziale, che evidentemente è sopravvissuta a qualcosa di realmente orribile, è perseguitata da un fantasma che la terrorizza. Facciamo un salto in avanti di alcuni anni. Un’apparentemente allegra famiglia, padre, madre e due figli, fa colazione. Suona il campanello di casa, entra Lucie (la bambina di inizio film, ora cresciuta) e li ammazza tutti e quattro, a fucilate e martellate. Interviene la sua migliore amica, Anna, e cerca in qualche modo di rimediare al gesto di follia di Lucie, che intanto è ancora perseguitata dal fantasma. Dopo un po’ Anna scopre un passaggio segreto che porta nei sotterranei della casa, arrivano i veri “proprietari” dell’abitazione, e la rapiscono: da qui in poi, l’Inferno.
Lo so, detto così si capisce poco. Ma non sarebbe giusto spiegare oltre. Bisogna guardarlo Martyrs, per capire compiutamente gli sviluppi della trama. Ma prima di farlo bisogna prepararsi, mentalmente e spiritualmente, perchè si verrà avviluppati da una visione inclemente, che non si dimenticherà, e solo con coraggio e forza d’animo si potrà riuscire ad arrivare fino in fondo.
Il film di Laugier è la pietra tombale del torture porn, è la vetta dell’iceberg della nouvelle vague d’horreur française, è una discesa primordiale nelle viscere nel nero più nero. Volete sapere, in un’ora e mezza di film, quali sono i momenti di calma, relax, e “normalità”? Ebbene, quattro minuti all’inizio, e un minuto e mezzo verso la metà. Stop. Tutto il resto è sangue, carne, violenza, grida, morte, sopraffazione, disperazione.

Ci sono dei difetti, in questo allucinante incubo filmico. Laugier, tanto parco e misurato nella regia del non del tutto riuscito Saint Ange, qui in qualche punto si lascia prendere la mano in senso opposto, esagera con la macchina a mano anche in momenti non necessari, e si trastulla in qualche arditezza stilistica superflua e ridondante. L’orrido fantasma che vediamo più volte nella prima parte, ricorda molto, forse troppo, quelli di Nakata e soprattutto di Shimizu (Ju-On). Il film è diviso in due con uno stacco troppo netto, che fa sì che le due parti appaiano leggermente slegate.
Ma per il resto, Martyrs è anche un grande film. Perchè? Perchè va fino in fondo, senza mollare la presa. Non c’è speranza, nè pena, nè rimorso, nè consolazione. Nessuna luce, nessun respiro, nessun painkiller. Niente catarsi, nè salvezza, nè futuro. Solo orrore, lacrime, disarmante brutalità. Fin dalla prima sequenza si entra in un vortice buio che non ci lascerà fino alla fine. Ci si ricopre d’angoscia, si soffoca, si attorciglia il fegato. Nella prima parte, non è facile resistere. Nell’ultima mezz’ora, ancora peggio.

Vien da pensare “per favore, basta”, vien voglia di spegnere il lettore Dvd o il Pc. Ma bisogna andare avanti, perchè un vero martirio può essere tale solo se lo si attua fino in fondo. Già perchè questa è la storia del martirio di Lucie, del martirio di Anna, ma anche del nostro martirio. Noi spettatori non ci identifichiamo in niente, non possiamo distogliere lo sguardo, siamo impotenti, inermi di fronte al massacro fisico e mentale che ci troviamo davanti. Le giovani e sventurate protagoniste toccano con mano l’Inferno e vi restano imprigionate; noi con loro.
Carne a brandelli, sangue che sgorga e sangue rappreso, pugni e schiaffi, vene tagliate, penosi rigurgiti d’afflizione, un branco di aguzzini al confronto dei quali i neonazisti di Frontiere(s) sembrano un coro di chierichetti, un gusto per l’indomito sadismo della tortura al cui paragone Hostel e compagnia cantante sono film per famiglie, una concretezza figurativa forse paragonabile solo alla serie Guinea Pig o alle più bieche follie di Miike (Audition, Imprint), un finale indicibile e inimmaginabile.
In più, a rendere il tutto ancora più insopportabile, è la raffigurazione ideologica del realismo: qui non ci sono alieni, mostri unghiuti, entità astratte, pazzi serial killer, o chissà che. C’è un fantasma sì, ma fa un male tremendamente vero. E poi, nella seconda parte, si assiste a un qualcosa che in fondo potrebbe accadere davvero, che è molto meno lontano dal mondo in cui viviamo di quanto si potrebbe pensare; e quindi, va da sè, fa molto più paura.
Laugier ha la bontà d’animo (si fa per dire) di risparmiarci almeno due cose: non c’è violenza sessuale, e l’ultima incredibile “prova” a cui viene sottoposta Anna è lasciata per gran parte fuori campo. Grazie al cielo. Ma si rifà regalandoci un’incredibile sequenza in cui una sorta di “maschera di ferro” inchiodata al cranio di una vittima viene estratta poco alla volta. Ai limiti dell’insostenibile.

Per il resto, non c’è scampo. Lo stomaco si rattrappisce, l’occhio luccica, la mente vacilla, il respiro si contrae e infine sparisce. Siamo dentro al martirio, e forse non ne usciremo più.
Si potrebbe discutere a lungo, riguardo all’onestà intellettuale di questo film, ovvero se Laugier e il produttore Granpierre l’abbiano pensato così perchè davvero ci credevano o come operazione costruita a tavolino per sconvolgere il pubblico. Chissà, probabilmente lo sanno solo loro, nel profondo della propria coscienza. In ogni caso, questo è il risultato: un’opera al nero di furiosa e asfissiante potenza, un concentrato di devastazione emotiva, una sfida alla sopportazione visiva, la pornografia dell’impurità cinefila, il film più duro ed estremo degli ultimi anni insieme al sopracitato The Girl Next Door.

É da poco uscito il Dvd di Martyrs in Francia. Dovrebbe arrivare anche in Italia, hanno garantito che uscirà integrale, non ci credo finchè non lo vedo. In ogni caso, con il doppiaggio si perderà molto, come sempre. Ragion per cui, guardatelo in lingua originale (per chi non sa il francese, si trovano in rete i sottotitoli in inglese, bastano e avanzano, anche perchè di parole non ce ne sono poi molte). Spegnete le luci, isolatevi dall’esterno, fate un profondo respiro, e iniziate, se ne avete il coraggio. Vivrete un’esperienza cinematografica che vi manderà in subbuglio. Benvenuti al vostro Martirio.
NEW VISIONS
- DONKEY PUNCH -
Il “Donkey Punch” è una strana pratica, che consiste, durante il rapporto sessuale, in una posizione ben specifica (diciamo "a quattro zampe", per intenderci), nello sferrare un pugno sulla nuca della donna, un attimo prima dell'orgasmo, in modo da inchiodarle tutti i muscoli del corpo, e amplificare così l'estasi del momento. Da questa sinistra perversione parte l'assunto teorico del film di Oliver Blackburn, per ora inedito in Italia, ma visto in numerosi festival di genere.
Tre ragazze inglesi lasciano per qualche giorno la piovosa e uggiosa Leeds, per andare a fare una vacanza nel sole e nel caldo di Mallorca, Spagna. Arrivate lì, in una festa ad alto tasso alcoolico, incontrano 4 connazionali (maschi), che le convincono ad andare con loro per una gita in mare a bordo di uno yacht. Una volta giunti al largo, i 7 giovani iniziano a lasciarsi andare, in una sarabanda di droga, alcool, ammiccamenti e ormoni impazziti. Alcuni di loro in poco tempo finiscono sottocoperta, e con il cervello annebbiato dalle sostanze allucinogene appena assunte, danno vita a un'orgia senza freni inibitori. Al momento culminante, uno di loro prova davvero a compiere il “Donkey Punch”. Ma qualcosa va terribilmente storto. Da lì la gita assume i contorni di un incubo, in cui troveranno spazio paura, vendette, e follia, in una gara a eliminazione, tutti contro tutti, per la sopravvivenza.
Diciamolo subito: quello di Blackburn è un lavoro onesto, discretamente efficace, non in grado comunque di toccare altissime vette. Manca in particolare un maggiore approfondimento caratteriale dei personaggi, figurine piuttosto stereotipate fin dalle prime battute; gli attori sono semi-sconosciuti e quasi tutti poco incisivi, e il film di tanto in tanto si perde in cliché fin troppo derivativi.
Eppure, questo nuovo prodotto low budget di un cinema horror inglese che bene o male ogni anno riesce a sfornare qualcosa di interessante, ha anche dei meriti. Innanzitutto dal punto di vista tecnico. É evidente come, nelle pellicole interamente ambientate a bordo di imbarcazioni varie, nel mezzo di mari o oceani, svolga un ruolo fondamentale l'apporto della fotografia (basti pensare agli splendidi lavori compiuti in questo senso in film come Master & Commander, o Luna di Fiele). Qui risulta ottimo, per fortuna, il lavoro dell'operatore Nanu Segal, che riesce sia a colorare brillantemente le onde e il cielo terso del Mediterraneo, sia a mantenere in una coinvolgente penombra le numerose sequenze in interni. Buono anche l'apporto della musica, attraverso una soundtrack che opera dal pop alla techno, in un afflato da rave party notevolmente efficace soprattutto nel clima baldanzoso della prima parte, ma anche dopo, quando rimane solo apparentemente in secondo piano, martellandoci l'udito con ritmiche ipnotiche e sincopate. Discreta la regia, che senza strafare svolge il suo compito riuscendo a dipanarsi negli angusti spazi dello yacht tra carrelli fluenti e insistiti. Tutto sommato efficace anche la sceneggiatura, che pur espandendosi eccessivamente in qualche punto, riesce a reggere per un'ora e mezza senza troppi cali di tensione.

Da segnalare poi un paio di scelte narrative piuttosto coraggiose: la prima, è la sequenza dell'orgia, decisiva nello sviluppo del racconto, in cui Blackburn fa vedere molto più di quanto ci si aspetterebbe. Non si vuole dire che siamo ai limiti del porno, ma nei territori del softcore sicuramente sì. Carne al vento, nudità anche maschile, deciso realismo rappresentativo. La seconda è la svolta figurativa, che da territori molto più inclini al thriller vira nella parte finale verso lo splatter più puro, con una sterzata improvvisa e sorprendente che deflagra in un paio di scene di difficile sopportazione per gli stomaci più deboli.
Donkey Punch è chiaramente una metafora dell'egoismo, della falsità, della sete di vendetta, del disfacimento di ogni razionalità che colpisce l'uomo nel momento in cui lo si pone faccia a faccia con la morte. L'impossibilità di accettare i propri errori, i disperati tentativi di salvare se stessi a discapito degli altri, gli accordi e disaccordi tra i membri di una specie in guerra, il caos primigenio che pone i protagonisti in un conflitto senza regole e senza rispetto. Allo stesso tempo l'acqua, il mare, il sole, strumenti di vita, emblemi della nascita e della vita, divengono qui simulacri di abbandono, buio, pazzia e crudeltà. Chiari possono essere i riferimenti a prototipi quali ad esempio Il coltello nell'acqua di Polanski e Ore 10: Calma Piatta di Noyce.

L'horror inglese (dopo Eden Lake) conferma comunque di essere in sufficiente salute, sebbene i suoi autori non sembrino avere né le capacità tecniche né il radicalismo ideologico e l'anarchia visiva dei francesi (a tal proposito tra non molto vi parlerò di Martyrs, di Pascal Laugier, che si preannuncia come un film totalmente scioccante).
Per chi fosse interessato Donkey Punch è già reperibile nei canali specializzati in Dvd (in lingua originale), e si trova su web, con i sub in inglesi (più che sufficienti).
NEW VISIONS – EDEN LAKE
Sono anni, questi, in cui sempre più spesso gli adolescenti affogano nella violenza. Piccoli hooligans che distruggono le scuole, infieriscono sui coetanei più deboli, bruciano il loro futuro, e filmano con il telefonino i loro abusi. Anche il cinema fantastico se n'è accorto, e comincia ora a metterli in primo piano, iniziando a superare il muro d’omertà da sempre presente quando si parla dei giovani, per mostrarne le nefandezze, portavoci di un orrore (quello sociale) ben più generale, profondo e spaventoso.
Registi di fama internazionale negli ultimi anni hanno già messo a fuoco il mondo disilluso di questi adolescenti disperati, pensiamo ad esempio al Van Sant di Elephant e Paranoid Park. Ma sta arrivando anche l’horror, ad esplorare questa tematica; precursori, per certi versi, oltre agli esperimenti sull’estremo compiuti dagli autori giapponesi, sono stati i francesi Moreau e Palud, con l’inquietante Ils – Them, rappresentazione di una terribile violenza perpetrata da una gang di ragazzini senza scrupoli, come ben mostrato nella sconvolgente sequenza finale.

A seguire questo nuovo prodromo di filone narrativo giunge ora Eden Lake, di James Watkins (esordiente, ma autore dello script di My Little Eye e dell’imminente The Descent 2), proveniente dall’Inghilterra, paese in cui il problema della violenza giovanile è molto sentito, e che il governo Blair, nonostante pesanti misure restrittive, non è riuscito a risolvere.
Per ora inedito in Italia, ma presentato allo scorso Ravenna Nightmare Festival, e vincitore del premio della giuria a Sitges, il film merita attenzione.
Una coppia di sposi, Jenny e Steve, decide di concedersi un week-end di vacanza, in campeggio, sul lago di Eden Lake. Appena arrivati, iniziano ad essere scocciati da un gruppo di ragazzini di 12-13 anni, maleducati e irridenti, volgari e irrispettosi. Il clima diviene sempre più teso, fino a che la gang ruba la macchina dell’uomo, il quale per vendetta (ma per sbaglio) uccide il loro cane, scatenando una sanguinosa contesa in cui la violenza esplode a livelli accecanti.

Gli adolescenti diventano carnefici, gli adulti divengono vittime, i ruoli sono ribaltati, i ragazzi sognatori di Stand By Me cadono nel gorgo della rabbia cieca. La messinscena, in un parossistico crescendo situazionale, segue un andamento relativamente schematico, forse fin troppo, correndo verso l’apogeo della fabula in un percorso a tratti persino scolastico.
A ben vedere, però, in un film di questo tipo, sono fondamentalmente due gli elementi che rendono più o meno appetibile la pellicola e innalzano o abbassano la qualità stessa del lavoro: la capacità di mantenere alta la tensione fino alla fine, e il coraggio di andare fino in fondo, scavalcando il tipico desiderio di fornire soluzioni piacenti e consolatorie. Da questi punti di vista, Eden Lake funziona e convince. Il clima falsamente idilliaco della prima parte (un po’ sullo stile di Wolf Creek), circondato dall’oasi paesaggistica in cui si muovono i protagonisti, muta gradualmente in un circolo vizioso e soffocante, in una partitura lisergica capace di innalzarsi progressivamente nella seconda parte; e Watkins il coraggio di andare fino in fondo ce l’ha eccome, tanto da lanciarsi in un epilogo tutt’altro che pacificatorio.


Eden Lake riesce quindi a provocare il giusto fastidio, a far riflettere sulla connivenza con la quale i genitori spesso si ergono a principali colpevoli della follia dei propri figli, e a provocare sani brividi di disgusto in un paio di sequenze in cui il sangue, mescolato alla sporcizia rappresa che ricopre i volti degli attori (Kelly Reilly e Michael Fassbender), scorre in quantitativi discreti.
Se il nuovo filone horror dedicato all’adolescenza violenta si costituirà come reale sottogenere a tutti gli effetti, lo sapremo prossimamente. Per il momento, il film di Watkins concede intriganti spunti d’analisi, e un efferato ritratto di una società sempre più lanciata verso un’amara autodistruzione.
RUBRICA NEW VISIONS
- STUCK -
Sia lodato Stuart Gordon. E sia pure benedetto. Avevo appena finito di annunciare la mia incipiente depressione, causata dalla delusione per Frontiere(s) e dal trauma dell’immondo Doomsday, ed ecco che arriva lui, paladino delle anime perse, a ridarmi fiducia nel cinema e nell’intera umanità.
Per i pochi novizi che magari non sapessero, Gordon da oltre vent’anni è uno dei più brillanti autori che navigano nell’horror e negli altri generi più oscuri e affini. Dal 1985 ad oggi ha diretto, tra gli altri, il meraviglioso e ineguagliabile Re-Animator, l’ottimo e genuino Dolls, l’interessante From Beyond, il fantapolitico 2013: la fortezza, il lovecraftiano Dagon, i brillanti Edmond e King of the Ants, e un paio di riusciti episodi dei Masters of Horror. Partito dallo splatter più puro, membro di una bella factory che comprendeva l’amico Brian Yuzna, pronto a interscambiarsi con lui di volta in volta i ruoli di sceneggiatore, regista e produttore, e l’attore-feticcio Jeffrey Combs, ha negli ultimi anni virato la sua poetica verso un noir intessuto di grottesco e surrealismo, mantenendo costante la buona qualità del suo lavoro.
Il suo ultimo parto, Stuck, per ora inedito in Italia (ma si trova facilmente sul web), è un gioiello.

Un uomo e una donna. La giovane Brandi (Mena Suvari), e il meno giovane Thomas (Stephen Rea). Lei lavora in un ospedale, pulisce il sedere agli anziani, s’impasticca un po’ alla sera per divertirsi, e sta per essere promossa a capo-infermiera. Lui era un project manager di successo, ma ora è senza lavoro e perfino senza casa, tanto da ritrovarsi a fare il barbone. A inizio film seguiamo le loro vicende in montaggio parallelo. Poi, una notte, lei investe lui, e lui rimane incredibilmente incastrato tra i vetri del parabrezza della macchina. Brandi è sconvolta, non sa che fare, non vuole chiamare il 911 per paura di doversi assumere la colpa dell’incidente. Thomas è gravemente ferito, immobilizzato nel suo sangue, ma è ancora vivo, e tra un rantolo e l’altro chiede aiuto. Brandi nasconde l’auto nel garage. Da qui parte uno scorsesiano viaggio all’inferno, a ritmi sincopati, scandito in in meno di 24 ore, per combattere il senso di colpa (lei) e per salvarsi la vita (lui).
Quanti temi ci sono, in soli 80 minuti di film: l’inadeguatezza e la crudeltà delle istituzioni, il degrado urbano della società, la ghettizzazione delle periferie, la solitudine, l’abbandono, l’umiliazione, l’orrore della colpa, la moralità dell’individuo, l’egoismo, la paura, la solidarietà, la voglia incrollabile di restare in vita…ci sarebbe infinita materia di analisi.
Cari Marshall, Gens, Balaguerò, e compagnia cantante: invece di scopiazzare a destra e a manca, indossate il grembiulino di scuola, sedetevi al vostro banco, studiate, e imparate. Imparate come da una sola singola idea, per di più apparentemente ridicola (un uomo incastrato nel parabrezza di una macchina), si possa ricavare un film semplice ma coinvolgente, intelligente, originale, solidissimo, zeppo di significazioni e agganci, mai retorico e mai eccessivo. Imparate da Gordon.
Per i primi 40-45 minuti Stuck è un lavoro perfetto. Fin dai titoli di testa, fin dalla prima (disgustosa) scena, è tutto al punto giusto, con i tempi giusti, neanche una virgola o una parola fuori posto. Poi forse cala un poco la presa, si arena un attimo, scivola in qualche turpiloquio di troppo, per poi tornare a spingere nel convulso finale. Il risultato complessivo, comunque, è validissimo. 
Mena Suvari, l’ex ragazzina di American Beauty, è pienamente in parte, perfetta per il ruolo, e possiede uno sguardo sbarazzino e una carica erotica non comuni. Stephen Rea, occhi bassi, faccia da perdente, andatura un po’ dandy, è perfetto pure lui, e ci riporta alla mente il James Caan dello splendido Misery, lottando come un disperato per la propria vita.
Vittima e carnefice, carnefice e vittima, comicità nera e splatter, noir urbano e follia dilagante, pezzi di vetro che penetrano nella carne e frustate di negligenza che scavano nel cervello. Una gemma preziosa, da procurarsi il più in fretta possibile. Una sontuosa lezione di cinema firmata dall’esimio Dottor Gordon.
NEW VISIONS
ORRORI ALLA FRANCESE – Parte 3a
FRONTIERE(S)
Frontiere(s) uscirà nelle sale italiane il 7 novembre. Molti lo adoreranno. A me invece ha fatto profondamente incazzare. Già, perché il film è girato bene, benissimo. Xavier Gens dimostra di avere grande talento, sa il fatto suo, dirige con sicurezza e maestria. La fotografia è ottima, così come le scenografie. L’intepretazione degli attori non è male (ma bisogna guardarlo in lingua originale per apprezzarla). Gli effetti speciali tengono la scena, e alcune scene di puro splatter manderanno in visibilio gli appassionati.
Mettendo insieme tutti questi aspetti, sarebbe potuto essere un mezzo capolavoro. E invece, Monsieur Gens, che si è anche scritto il film, ha avuto l’illuminante e geniale idea di costruire una trama che altro non è se non l’ennesimo e inutile remake di Non Aprite Quella Porta. Già, perché dopo un interessante incipit ambientato nel mezzo degli incendi e dei tumulti scoppiati nelle banlieuses parigine (stesso sfondo sociale dell'ottimo A’ l’Interieur), che lasciava presagire una storia intrigante, i 4 protagonisti della vicenda, fuggiaschi e ricercati, non trovano di meglio che finire in un hotel sperduto nel nulla, in cui si trovano a dover fare i conti con una famiglia di pazzi squinternati, che ovviamente li imprigionano, torturano, ammazzano. Ma pensa un po’ che fantasia. 
C’è un vecchio capo-famiglia che detiene l’autorità del folle microcosmo, alcuni figli da sangue, un macellaio quasi identico a Leatherface. E indovinate, una della vittime viene suo malgrado scelta come nuova componente della famiglia, per procreare e proseguire la “razza”, mentre gli altri sono allegramente maciullati. Sigh.
Perché, io mi chiedo, un regista dotato di siffatto talento, deve buttarsi via con una trama così insipida, ripetitiva, inutile, clonata, fastidiosa? Era proprio così difficile inventarsi qualche variante, un’idea nuova, una prospettiva diversa, un racconto originale? E sì che nell’ultima mezz’ora il regista prova a inserire qualche significazione alternativa (il retaggio nazista), ma lo fa con poca convinzione, e il danno ormai è compiuto.
Che tristezza. Che delusione. Nel festival del deja vù abbiamo appunto una famiglia di chiarissima ispirazione (clonazione) hooperiana, un retaggio visivo vicinissimo a La casa dei 1000 corpi, un paio di sequenze claustrofobiche alla The Descent, qualche atroce tortura simil-Wolfcreek (oppure tiriamo in ballo l'indecente Hostel, fate voi), una covata di pargoli deformi di evidente ascendenza cronenberghiana (Brood), e così via. Sprazzi di novità? Zero. E a posteriori appare posticcio e forzato anche l’iniziale sfondo socio-politico.
Ribadisco, Gens gira benissimo, sfrutta magnificamente i colori, conferma la grande vitalità della nouvelle vague francofona, azzecca un paio di personaggi di buon spessore (il capofamiglia teutonico e la ragazza-madre ingobbita che spera ancora in un futuro migliore), nel finale ci mette un paio di sequenze solenni e perfino liturgiche… e sbraca sprecando tutto nell’insulsaggine della trama. Una mancanza di sforzo narrativo che nell’anno 2008 non può più essere accettata nè perdonata.
Sono certo che molti ameranno Frontiere(s). Io rimango incazzato.
RUBRICA NEW VISIONS
À L’INTERIEUR – L’ORRORE VIENE DALLA FRANCIA
Da qualche anno a questa parte è davvero nata una nuova scuola per quanto concerne l’horror francese. Autori giovani, spesso alle prime armi, che con mezzi relativamente limitati riescono a intessere storie forti, inquietanti, talvolta agghiaccianti, riallacciandosi alla tradizione di genere ma cercando al contempo di portare aria fresca e (in)salubre.
Alexandre Aja, Fabrice Du Welz, Xavier Gens, Eric Valette, David Moreau, Xavier Palud, hanno creato un affiatato gruppo di lavoro talvolta interconnesso, che utilizza il genere horror come cartina di tornasole di paure comuni e quotidiane, e al contempo come estensione artistica della confusione culturale e sociale che regna da qualche anno nel territorio francese e più in generale europeo. I risultati sono apprezzabili, talvolta ottimi, come dimostrano il bellissimo e straziante Calvaire, l’interessante Ils-Them, i nuovi Frontiere(s) e Vynian, il cupo Malefique, solo per citarne alcuni.
E così, da questa improvvisa e genuina nouvelle vague, esce fuori anche questo À l’interieur, diretto da Julien Maury e Alexandre Bustillo, uscito a metà 2007 in patria, visto in numerosi festival (è stato premiato a Sitges), inedito in Italia (ma si trova sul web sottotitolato in italiano).
La trama è alquanto semplice: una donna prossima alla gravidanza, dopo aver perso 4 mesi prima il marito in un incidente stradale, trascorre in solitudine la notte della vigilia di Natale, in attesa dell’imminente parto. Dal buio spunta però un’altra misteriosa donna, che riesce a penetrare in casa sua e cerca in tutti i modi di ucciderla, per impossessarsi del suo bambino.

Durante gli 80 minuti scarsi di svolgimento della storia, le due donne giocano a guardia e ladro all’interno dell’abitazione, una per cercare di fuggire e salvarsi, l’altra per porre a termine il suo disegno di morte. Intervengono saltuari fattori esterni (la madre e un collega di lavoro della ragazza, alcuni poliziotti), ma la narrazione si concentra su queste due figure femminili, agli antipodi tra loro, una giovane quasi mamma timida e impacciata, silenziosa e provata dalle tragedie passate, e una dark lady tutta vestita di nero, in gothic style, che agisce con spietatezza fuori dal comune. 
Tutto in una notte, i due registi sfruttano le pareti, gli infissi, gli angoli, le ombre, gli oggetti della quotidianità, per portare avanti un racconto claustrofobico, serrato, ancor più inquietante perché privo di spiegazioni razionali. A far da sfondo alla vicenda, i disordini scoppiati nelle banlieuses parigine, la rivolta degli immigrati, le macchine date alle fiamme. Un sottofondo di matrice politica e xenofoba, secondo il quale la collettiva paura dell’altro, dello straniero, dell’esterno, è traslata metonimicamente nel terrore individuale di essere all’improvviso violati all’interno della propria protettiva abitazione.
Dal punto di vista meramente strutturale, invece, À l’interieur spiazza completamente. Inizia come un horror d’atmosfera, lento e sussurrato. Ma poi, dopo 20-25 minuti, tutto cambia, e il film si trasforma in uno splatter/gore violentissimo, crudele, soffocante, che si avvale di copiosi e reiterati scoppi di sangue gorgogliante e di ogni genere di atrocità. Il sangue scorre a fiumi, con picchi di estremismo visivo che riportano a certo cinema giapponese (Takashi Miike e il suo Ichi The Killer, ad esempio), per giungere a un finale da capogiro, in cui si squarciano letteralmente viscere e organi interni.
Bustillo e Maury per fortuna rifuggono la moda imperante e ormai nauseabonda della perenne e traballante macchina a mano (alla Rec), preferendo utilizzare uno stile più classico, fatto di carrelli, campi fissi, movimenti lievi, e valorizzando le numerose e affascinanti tonalità cromatiche che il sangue e la luce naturale possiedono. Gli effetti speciali sono adeguati, le due attrici (Beatrice Dalle e Alysson Paradis) anche. Attenzione poi all’ultima inquadratura, una sorta di quadro in movimento che regala uno splendido effetto fotografico.
À l’interieur è quindi ovviamente vietato ai deboli di stomaco (e alle donne in dolce attesa), ma è un lavoro senz’altro meritevole di visione, attenzione e approvazione. Un orrore alla francese che sventra dal di dentro, e terrorizza dal di fuori.
RUBRICA NEW VISIONS VOL. II
- ROGUE -
Seconda puntata della rubrica New Visions, dedicata alle recensioni in anteprima di film ancora inediti in Italia. Premessa: da tanto tempo porto avanti un’amichevole e infinita diatriba con i miei amici-colleghi critici riguardo al valore di Wolf Creek, l’horror del 2004 dell’australiano Greg Mc Lean. Chi lo giudica un film discreto, buono, ma non di più. Chi lo vede come un film trascurabile, e neanche particolarmente riuscito. E chi, come me, lo giudica un capolavoro. Personalmente Wolf Creek, sin dalla prima visione avuta tre anni fa durante il Ravenna Nightmare Film Festival, mi ha letteralmente stregato, mi ha eletrizzato, è divenuto un mio cult assoluto. Un film di meravigliosa crudeltà e ferocia, dall’insostenibile atmosfera soffocante, magistralmente tagliato in due tra una prima parte di ottimale ambientazione e una seconda di esiziale incubo senza speranza. Uno degli horror più belli ed entusiasmanti degli ultimi 15 anni.
Proprio per questo motivo aspettavo con grande ansia e curiosità Rogue, il nuovo lavoro di Greg Mc Lean, uscito già da qualche mese sui mercati esteri e tanto per cambiare ancora inedito qui (ma reperibile nelle consuete modalità). E devo dire che l’attesa non è stata vana. Siamo ancora nella selvaggia e incontaminata Australia, "Into the Wild", sulle rive di un fiume in mezzo alla foresta, in cui troneggiano animali di ogni specie, tra cui enormi coccodrilli, veri e propri padroni delle acque. Un gruppo di turisti, guidati da un giornalista americano giunto in Australia per scrivere un articolo di viaggio dedicato alle bellezze locali, compie una gita a bordo di un battello, per immergersi nella primitiva atmosfera del luogo. Accade però che l’imbarcazione finisce in panne, i soccorsi tardano ad arrivare, e gli sventurati si trovano a lottare per la sopravvivenza contro un mastodontico coccodrillo profondamente incazzato per essere stato disturbato nel suo territorio. 
La struttura di base, e la tecnica di realizzazione con cui Mc Lean imposta Rogue, ricordano piuttosto da vicino Wolf Creek. Una prima parte rilassata e cauta che affonda poi (questa volta gradualmente) nei meandri del dramma. Una tesa coreografia fatta di lunghi silenzi, attese smorzate, tensione palpabile, scatti sospesi. Il ruolo fondamentale del campo visivo in cui si muovono gli attori, attraverso il quale la Natura diviene puro soggetto filmico. Ci sono tante inquadrature fisse in cui Mc Lean sembra a tratti realizzare un documentario del National Geographic, nei dettagli prolungati di gufi, ragni, insetti, cavallette e salamandre che sembrano guardarci in faccia per reclamare il ruolo sacrale del proprio habitat, e il desiderio di essere lasciati in pace dalle nefandezze dell’essere umano.
Come in Wolf Creek la selvaggia Australia è la vera protagonista del racconto, e il coccodrillo che inizia a divorare i malcapitati turisti altro non è se non un simbolo totemico che incunea le proprie radici nelle leggende primitive, e nei Miti religiosi di una foresta ancora saldamente legata alle primigenie significazioni di un’essenza antica.
Siamo dalle parti del beast movie, sicuramente. C’è qualche vago riferimento a Lo Squalo, a Piranha, a L’Orca assassina, a Lake Placid, ma qui la componente scenografica e ambientale come detto diviene il fulcro dello script. Mc Lean si muove a metà tra l’horror e il racconto d’avventura, sviluppa la caccia all’uomo senza fretta, prendendosi i tempi giusti, lesinando il sangue, e azzecca una lunghissima e claustrofobica sequenza ambientata in una caverna dove si nasconde l’antro segreto del presunto mostro, che poi mostro non è, ma solo un animale che rivendica una pace a lui dovuta.
Forse il regista non osa abbastanza nel finale (colpa dei produttori Weinstein? Non ci sarebbe da stupirsi...), e senz’altro non raggiunge i picchi d’intensità emotiva di Wolf Creek. Ma conferma di avere grande talento, e di essere, dopo Rob Zombie e insieme ad Alexandre Aja e Neil Marschall (c’erano anche Eli Roth e Zack Snyder, ma purtroppo si sono bruciati in fretta), uno dei migliori registi horror della nuova generazione. PS: Attenzione alla canzoncina dei titoli di coda, "never smile with a crocodile", a dir poco esilarante!
RUBRICA NEW VISIONS – VOL. I
Ed ecco un'altra nuova rubrica, in cui di tanto in tanto, quando ne avrò l'occasione, parlerò in anteprima di film già usciti nel resto del mondo ma non ancora in Italia, film comunque già reperibili sul mercato attraverso i canali che tutti ben conoscete. E niente di meglio per inaugurarla che uno dei titoli più attesi dell'anno, il ritorno di George A. Romero.
C’è una generazione di maestri, di grandi registi, che hanno letteralmente fatto la storia del cinema horror moderno e contemporaneo. Uno stuolo di grandi autori che dalla seconda metà degli anni ’60 in poi ha sconvolto e rimodernato la concezione dell’orrore filmico e dei canoni socio-politici ad esso connessi, creando film indimenticabili, capolavori assoluti, saghe irripetibili, eroi maledetti. Oggi questa vasta schiera di maestri si va approcciando alla vecchiaia. Tutti hanno superato i 50 anni, quasi tutti i 60, qualcuno perfino i 70. Eppure bene o male sono ancora tutti qui, a progettare nuovi lavori, a realizzare nuove pellicole, con esiti comunque decisamente contrastanti.
Alcuni stanno invecchiando malissimo, rinnegando il proprio glorioso passato e affogando in prodotti imbarazzanti e indifendibili (Wes Craven). Alcuni hanno rigettato l’horror per riempirsi di sonanti dollaroni con lavori di tutt’altro genere (Sam Raimi). Alcuni invecchiano alternando film belli e azzeccati a baggianate inguardabili (Tobe Hopper, Dario Argento). Alcuni si avviano al tramonto splendidamente, reinventando se stessi, migliorando se possibile sempre di più, inventandosi nuove chiavi di lettura e nuovi capitoli di una poetica in perenne e mirabilante evoluzione (John Carpenter, David Cronenberg).
E poi c’è George Romero, che in fondo non fa parte di nessuna di queste categorie, e che continua imperterrito con la sua immortale saga dedicata ai morti viventi. Con Diary of the Dead, il quinto capitolo della serie, a quarant’anni di distanza (!!!) da La notte dei morti viventi, Romero prova a modernizzarsi, a stare al passo coi tempi, a seguire la moda imperante del metacinema, del “film dentro al film”, di una pellicola costruita interamente come un finto documentario, e strutturata tecnicamente con reiterate riprese di una traballante macchina a mano. Sì, il quinto capitolo della tetralogia romeriana è concepito allo stesso modo di Redacted e di Rec. Ma per fortuna, Romero sta a Balaguerò come Kubrick sta a Shyamalan, e quindi ci troviamo di fronte a un lavoro concettualmente pieno di idee e di sfaccettature d’analisi, ben lontano dalla faciloneria scopiazzante per teenagers rimbambiti del regista spagnolo.
Il grande vecchio di Pittsburgh, soprattutto nella prima mezz’ora, mette in piedi un film ideologicamente militante, in cui riflette sul potere imperante della tecnologia, sulla devastante influenza massmediologica nella civiltà contemporanea, sull’atto stesso del filmare come sublimazione orgasmica di un mondo rabbuiato e frigido. Romero estremizza la già nota teoria cronenberghiana della cinepresa come antropomorfico prolungamento della realtà corporea e sensoriale, e al contempo offre il suo ennesimo omaggio all’horror tutto e in particolare alle sue creature zombesce. Rinnega e rispedisce al mittente i recenti non-morti centometristi di Boyle e Snyder (“devono essere lenti, non possono camminare veloci”), ribadisce la precipua e primordiale definizione del cinema del terrore (“l’horror per fare paura deve essere credibile”), e mette in primo piano Youtube, i blog, i filmati amatoriali, l’irrenefrabile scambio d’informazioni del terzo millennio, con un velo di rimpianto rivolto al passato (“una volta c’era solo la radio”).
Un interessantissimo film a tesi, dunque, che purtroppo ha il difetto di scendere molto d’intensità nella parte centrale, in cui il ritmo cala e molte situazioni sanno fin troppo di deja vù, e che sconta molti limiti da punto di vista degli effetti speciali. Non bisogna dimenticare però che questo è un low budget, girato senza il supporto delle grandi majors, e dunque è pur logico che la confezione sia molto meno brillante rispetto al precedente (e bellissimo) La terra dei morti viventi. Comunque, nel finale, questo quinto capitolo torna su e fa divertire, dandoci l’appuntamento ad un ennesimo sequel che George ha già iniziato a girare. Nel frattempo, in Italia, Diary of the Dead uscirà in autunno, con il fantasioso titolo de Le cronache dei morti viventi, in ritardo abissale rispetto al resto del mondo. L’ennesima beceraggine dei distributori del Bel (?) Paese.
In sostanza, a un’attenta visione, nonostante le carenze strutturali, resta tra le mani un senso di profonda ammirazione per Romero, che quantomeno ci prova ancora, tentando di aggiornarsi alla modernità ma senza rinnegare la tradizione. E se questo non è un grande film, e non lo è, merita comunque tutto il rispetto possibile.