CULT COLLECTION - CINEMA DI GENERE (2)
- CINEMA DI GENERE (parte 2a) -
LO STRANO VIZIO DELLA SIGNORA WARDH (1971, di Sergio Martino) = Rivisto oggi, dopo tanto tempo, fa ancora la sua gran bella figura. Un gioiellino. Primi 5 minuti da antologia: misterioso omidicio nella notte con il sangue che schizza sui vetri di una macchina e una lama che splende nell'ombra, crudele citazione di Freud in esergo, e magnifica sequenza di sesso e violenza ripresa interamente al ralenti sotto la pioggia.
Poi, tutto il resto del film si mantiene su livelli più che apprezzabili. Buone scelte di regia, una giovane e fresca Edwige Fenech che oltre a mostrare come sempre con generosità il suo splendido corpo si scopre anche discreta attrice drammatica, George Hilton e Ivan Rassimov oscuri più che mai e perfettamente in parte, omicidi orchestrati con fantasia, piccoli brividi, trama giallo-thriller che rimane correttamente in bilico, ottime musiche, e finale che più beffardo non si può. Probabilmente il miglior film di Martino, e uno dei migliori in assoluto nella tradizione italica di quegli anni.
LA VENERE D'ILLE (1979, di Mario e Lamberto Bava) = Film di 60 minuti realizzato per la Tv, è al contempo l'ultimo di Mario e il primo di Lamberto. Tratto da u
n bel racconto di Prosper Merimèe, è un piccolo grande dramma incentrato sui presunti poteri maledetti di una statua antica. Sontuosa ed elegante ricostruzione d'epoca (ottocentesca), raffinato melò di amore, passione e gelosia, inquietudine suggerita solo grazie all'abilità nel'uso della macchina da presa, tra soggettive e dettagli... e poi, una sequenza di omicidio, nel pre-finale, che andrebbe mostrata nelle scuole, come pagina da manuale dell'horror cinematografico riassunto in tre minuti di immagini. Un grande epitaffio per un grande regista.
By cinemystic // mercoledì, 20 maggio 2009+15:14
cinema, horror, erotismo, cinema italiano, rubrica cult collection
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CULT COLLECTION - CINEMA DI GENERE
- CINEMA DI GENERE - Parte 1a
Periodo "vintage" insomma, per recuperare film a modo loro importanti, al di là dei gusti personali e dell'effettivo valore estetico-critico delle pellicole in questione, proprio per il fatto che il "cinema di genere" costituisce l'ossatura fondante di ogni periodo storico-artistico e di ogni cinematografia.
Questo discorso diventa preminente se si pensa al cinema italiano, morto o morente oggi ma tanto vivo in quegli anni, quando con pochi soldi e tante idee si faceva cinema genuino, artigianale e onesto, ma vale, anche se in tono minore, un po' per tutti i paesi.
E dunque comincio una carrellata dedicata a vari cult movies giallo / thriller / erotic / horror, che proseguirò anche nei prossimi giorni mano a mano che smaltirò le visioni arretrate.
C'è però da dire che non è un film da buttare, anzi. Deodato dal punto di vista puramente registico non era niente male (Cannibal Holocaust docet), e anche qui mette in mostra una direzione piuttosto viva, ariosa, discretamente frizzante. Niente di nuovo sotto il sole, ma qualche buona idea qui e là, soprattutto nelle sequenze degli omicidi, orchestrate con sufficiente fantasia.
Musiche di Claudio Simonetti, nel cast una giovanissima Nancy Brilli (che fa vedere allegramente le tette) e il grande David Hess, malato e perverso come sempre.

HORLA - DIARIO SEGRETO DI UN PAZZO (1963, di Reginald Le Borg) = Tratto dal magnifico racconto "Le Horla" del grande Guy de Maupassant, una riproposizione piuttosto fedele alla materia letteraria, anche se compressa per ovvi motivi di tempo. Niente di eccezionale, ma almeno un motivo valido per dedicarsi a una visione: il meraviglioso Vincent Price, senza dubbio il miglior attore della storia del cinema horror. La sua recitazione teatrale, sofferta, elegante, imperiosa, è uno spettacolo puro dall'inizio alla fine.
FEMALE VAMPIRE (1973, di Jesus Franco) = Ribattezzato con la solita vomitevole fantasia dai distributori italiani "Un caldo corpo di donna". Non c'è niente da fare, adoro il cinema di Jess Franco, anche quando (come in questo caso) siamo veramente oltre il limite del trash. Adoro le sue affascinanti sexy-horror-lesbiche vampire, e il suo stile visionario, poetico, onirico.
Qui, a dire la verità, di horror c'è ben poco: siamo infatti decisamente dalle parti del puro soft-core. La trama è esile per non dire inesistente, e il film è un susseguirsi di interminabili scene di sesso una dopo l'altra, alcune peraltro molto erotiche e sensuali, con momenti che sfiorano l'hard. La bellissima Lina Romay, all'epoca moglie del regista, per tutto il film non fa altro che accoppiarsi con chiunque (anche con lo stipite del letto!), aggirarsi per le diverse sequenze perennemente nuda, e non dice una parola. La recitazione degli altri attori (tra cui lo stesso Franco) è imbarazzante.

Eppure... eppure il buon Jess mette anche qui in mostra il suo personalissimo stile, fatto di momenti sognanti, zoom reiterati, arditi dettagli anatomici, panoramiche che esplorano i corpi delle sue sensuali donne, macchina da presa melliflua e svolazzante, simbolismi, fotografia sempre curata nei dettagli.
La scena iniziale, in cui la Romay cammina al ralenti verso la mdp, circondata da una nebbia sulfurea, con lunghi capelli corvini, un mantello nero sulle spalle, completamente nuda sul davanti, è un po' l'emblema di tutto il suo cinema. Grande Franco, un Mito vero. Visione non per tutti, ovviamente.
Alla prossima puntata...
By cinemystic // mercoledì, 13 maggio 2009+11:54
cinema, horror, erotismo, vincent price, cinema americano, cinema italiano, cinema spagnolo, rubrica cult collection, jesus franco
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- DOLLS -
Oggi vi volevo brevemente parlare di Dolls, anno 1987, lavoro low budget della premiata ditta Stuart Gordon (regista) e Brian Yuzna (produttore), gli stessi che due anni prima avevano realizzato quell’assoluto capolavoro del cinema splatter Re-Animator, e che tre anni dopo ne filmeranno l’ottimo seguito (oltre ad altri pregevoli lavori insieme, ad esempio From Beyond).

Il sottoscritto ha sempre amato gli horror con protagoniste bambole, giocattoli, pupazzi, marionette assassine, per quel macabro e primitivo fascino che deriva dalla radicale contrapposizione tra il mondo del sorriso e dell’infanzia (di cui appunto le bambole sono un arcaico emblema), e l’orrore filmico che può esplodere sul grande schermo.
Un sottogenere, quello delle “bambole assassine”, che soprattutto dagli anni ’80 ha prodotto pellicole di grande successo commerciale (la mitica e omonima saga di Chucky in primis, ancora viva ai giorni nostri e arrivata al quinto episodio), e altre magari un po’ più di nicchia (ad esempio la serie di Puppet Master, addirittura 9 episodi, ma gli ultimi solo per la Tv). Ma possiamo ricordare tra gli altri, ben prima, anche The Devil Doll (di Tod Browning, 1936), per non parlare dell’inquietante sequenza burattinesca in Profondo Rosso (1975).
Il film della magnifica coppia Gordon-Yuzna passò un po’ in sordina, ai tempi della sua uscita, sia per il budget ristretto, sia per la sovrapposizione con il film di Tom Holland (il suddetto La Bambola Assassina), che ne soffocò il potenziale.

La trama è molto “classica”: un gruppo di persone in viaggio viene colto da un improvviso temporale, e trova rifugio a casa di un’anziana coppia di fabbricanti di bambole. Durante la notte, gli ospiti della magione iniziano ad essere assassinati uno a uno dalle stesse bambole, che assumono vita propria. Si scoprirà poi che queste persone vengono uccise come punizione per l’egoismo e il materialismo che hanno caratterizzato le loro esistenze, e che il loro destino sarà di rimanere per l’eternità in quella casa, a loro volta trasformati in bambole (ma con un’anima ancora umana).
A rivederlo ancora oggi, oltre vent’anni dopo, Dolls diverte e convince, per quella sua polverosa aria retrò che esemplifica bene come ai tempi fare horror fosse un’operazione nella maggior parte dei casi genuina e onesta, lontana dalla bieca commercializzazione contemporanea.
Dolls è infatti un film grezzo, semplice, ingenuo, con tanti difetti. Ma affascina, emana odore di sincerità culturale, di mistero, di sangue finto ed effetti speciali artigianali, costruiti però con impegno e passione, senza pretese eccessive e senza inutili artifici stilistici.

Questo gioiellino, diretto con bravura dal sempre troppo sottovalutato Gordon, si pone come una favola macabra che contiene comunque un messaggio positivo (non sminuire mai il potere della fantasia e dell’Arte), ed è un esempio di come si potesse al contempo offrire un prodotto di buon intrattenimento, provare a spaventare facendo leva sui terrori inconsci di ognuno di noi, e ottenere con i pochi mezzi a disposizione il miglior risultato possibile. Oggi purtroppo avviene spesso il contrario.
Nell’epoca dell’horror iper-tecnologico e discotecaro, urlato e brutalizzato, pornografico e in molti casi avvilente, guardare Dolls è come abbandonare per 80 minuti lo smog cittadino per immergersi in un campo silenzioso in mezzo alla campagna. Se ne può sentire il gusto (del sangue?), e si possono finalmente purificare i polmoni corrotti dalla malvagia quotidianità.
Un film da (ri)guardare a luci spente, con piacere e tranquillità... e molta nostalgia.
By cinemystic // mercoledì, 22 aprile 2009+11:32
cinema, dolls, horror, cinema americano, stuart gordon, splatter/gore, brian yuzna, rubrica cult collection
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CULT COLLECTION - IL MIGLIO VERDE
IL MIGLIO VERDE
Nove anni fa, a marzo 2000, usciva nelle sale italiane Il Miglio Verde, film di Frank Darabont tratto dal romanzo di Stephen King pubblicato a puntate quattro anni prima.
Ancora oggi, a rivederlo, non si può rimanere indifferenti di fronte alla bellezza, al fascino, ai buoni sentimenti, alla pietà cristiana, alla commozione pura che fuoriescono dalle immagini di questo capolavoro.
Dopo il già sontuoso lavoro compiuto su Le ali della libertà, Darabont conferma di sapere come nessun altro trattare per il cinema la materia narrativa di King (e lo sottolineerà di nuovo con The Mist). In questo caso va con estrema calma, si prende tutto il tempo di cui ha bisogno (180 minuti), e dipana senz’alcune fretta questa storia anti-razzista in cui il “nero grande e grosso”, John Coffey (“come la bevanda, ma scritto in maniera totalmente diversa”), altro non è se non un Angelo di oltre due metri, sceso dal cielo per provare ad estirpare un po’ del Male assoluto che regna nell’imbecille razza umana.
Attorno a lui, alla sua pantagruelica bontà, in un circolo drammaturgico in cui ogni pedina è posta esattamente al punto giusto, ci sono i quattro secondini del Miglio Verde, tutte brave persone che imparano ad aprire il loro cuore e credere nell’impossibile, e un piccolo topolino, Mr. Jingles, che recherà sollievo all’Io narrante Paul Edgecomb per tanto e tanto tempo a venire, fino a desiderare la morte senza ottenerla.

Darabont ha preso in mano uno dei più bei romanzi dell’intera carriera di King, e l’ha trasformato in film lavorando obbligatoriamente di sottrazione, ma tenendo ben saldi tutti i punti fermi della storia. Ha poi avuto il merito di scegliere un cast sontuoso e credibile, al cui cospetto non si vede come si potesse fare di meglio: impegnato e solidissimo Tom Hanks, granitico e bravissimo “Brutal” David Morse (attore che non ha mai avuto il successo che meritava), puntuale Barry Pepper (che si confermerà poi ai massimi livelli ne La 25a ora), perfetto il gigantesco attore-per-caso Michael Clarke Duncan (nominato all’Oscar), ottimamente piazzati tutti i ruoli di contorno (dal folle Sam Rockwell alla “risorta” Patricia Clarkson).

Una messinscena melliflua, candida, dal sapore classico, che ricalca la grande Hollywood degli anni ’30 (a partire dal delizioso inserto-omaggio di inizio film, tratto da Cappello a Cilindro, in cui Ginger Rogers & Fred Astaire ballano “Cheek to Cheek”, poi ripreso quando John guarda estasiato le immagini sul grande schermo prima di morire). Una favola senza tempo in cui trovano spazio crudeltà, sentimenti, vendette, condanne, magia, orrore, sogno, solidarietà, amore, amicizia, virilità, forza e disperazione.
180 minuti pieni di divertimento e lacrime, ironia e vivida commozione. Si costeggia il mondo del fantastico, e soprattutto si ride e si piange, in egual misura. E alla fine si applaude.
Qualcuno potrà giudicarlo tedioso, o anacronistico, o prevedibile. Io, che di film tratti da King ne ho visti a decine, lo trovo, semplicemente, splendido e indimenticabile.
By cinemystic // lunedì, 13 aprile 2009+23:07
cinema, letteratura, emozioni, horror, stephen king, il miglio verde, cinema americano, the mist, rubrica cult collection
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CULT COLLECTION
- HAPPINESS -
Una ragazza trentenne, bruttina e sgraziata, senza vita sociale e senza futuro, derisa e umiliata dalla vita, che può solo lavorare nel telemarketing ed essere concupita e derubata da un russo senza scrupoli. Una scrittrice di successo che rimpiange di non essere stata stuprata quando era bambina, non avendo così materia reale con cui rimpolpare i sordidi racconti che inventa. Un sessuomane rauco e balbettante, che non trova sfogo alle sue incontenibili voglie. Un ragazzino che vorrebbe a tutti i costi “venire” per la prima volta e non ci riesce. Un educato padre di famiglia che in realtà nasconde chiare inclinazioni pedofile, tanto da drogare l’amichetto undicenne del figlio per poi abusare di lui (fuori campo, per fortuna). Due coniugi che dopo quarant’anni di matrimonio si detestano fino al punto di tentare di separarsi. Una donna obesa e bulimica, che odia il sesso, vorrebbe solo un abbraccio, e finisce con l’uccidere e fare (letteralmente) a pezzi chi attenta alla sua abbondante carne.
Questi sono gli ingredienti di Happiness, di Todd Solondz, anno 1998. Un cocktail a base di puro acido solforico, corrosivo come pochi, estremo e ineluttabile. Rifiutato al Sundance Festival per la durezza di ciò che racconta, e di come lo racconta, ma premiato a Cannes, si propone come una commedia nera di travolgente impatto ideologico, in grado di smitizzare con pugnalate continue e impietose ogni anfratto dell’American Way of Life. E riesce benissimo nel suo intento. C’è poco da ridere, ma non c’è nemmeno da piangere. Solo da guardare, ascoltare, e riflettere. Impossibile rimanere indifferenti, di fronte a un film che tratta temi scottanti come la pedofilia con un linguaggio coraggioso e scaltro, come forse mai nessun altro aveva azzardato, almeno non con questa concretezza d’intenti.

Solondz usa i dettami del film corale, per giostrare in montaggio alternato queste microstorie che hanno al loro centro una serie di figure sfortunate e represse, combattute e destinate all’autodistruzione. Reietti della società, che in un modo o nell’altro ruotano le loro sciagure e la loro universale solitudine attraverso le varie diramazioni del sesso. Penetrazioni bacate, mancate, anelate, inseguite, rimpiante, subite. A ognun di loro, un trauma differente. Nel mezzo, elementi solitamente invisibili nel mondo del cinema, che qui invece trovano spazio e rappresentazione (ad esempio, lo sperma).
Visione disturbante, oltraggiosa, eppure convincente, per la tenacia e l’intelligenza con cui Solondz se ne frega delle convenzioni e dell’Inquisizione perbenista per riflettere su temi scottanti che in fondo circondano ognuno di noi. Attori adeguati, tra cui spiccano una revidiva ex missis Twin Peaks Lara Flynn Boyle, e il solito puntuale Philip Seymour Hoffman (nei panni del ninfomane represso, con cui tratteggia un personaggio perfettamente antitetico all’imperioso “distruttore di vagine” di Tom Cruise in Magnolia).

Forse un po’ prolisso, eppure sempre lucido nel disintegrare le nostre certezze quotidiane, e nel dissotterare e calpestare gli orrori nascosti che la squallida classe borghese nasconde in un cassetto nel nome del quieto vivere. Capace nonostante tutto di qualche momento perfino dolce e romantico, e ben più avanti del cinema finto-intellettualoide di Wes Anderson o del sarcasmo acqua e sapone di un Little Miss Sunshine. Più significativo anche del pluripremiato (e pur godibile) American Beauty.
Due ore ipnotizzanti, in crescendo, e poi ultimi 15 minuti straordinari, con un pre-finale (la confessione senza pentimento del padre malato) terrificante e inimmaginabile per qualunque sceneggiatura regolata dalle comuni leggi censorie, e un finale (il trionfo dell’orgasmo) a dir poco esilarante, da applausi.
Un gioiello. L’ennesima dimostrazione che, a parte qualche mostro sacro (Eastwood, Mann), e qualche (pochi) autore giovane di talento (Thomas Andersson, Fincher), solo nella nicchia indipendente il cinema americano riesce a tirare fuori piccoli grandi film veramente utili e importanti.
Per chi non l’avesse visto, recuperatelo. A tutti i costi !
By cinemystic // lunedì, 16 marzo 2009+13:35
amore, cinema, societa, sesso, happiness, premiazioni, estremo, cinema americano, rubrica cult collection
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RUBRICA CULT COLLECTION
CABIN FEVER
A rivederlo, passato ormai qualche anno dalla sua uscita, si conferma ciò che già ai tempi si era intuito. Quello di Eli Roth è (fu) uno degli esordi più folgoranti che il cinema horror abbia conosciuto da lustri. Un talento purtroppo non confermato nei suoi lavori successivi.
Sapete qual è il paradosso? É che mentre si guarda Cabin Fever, sembra di trovarsi di fronte a una sontuosa porcata. Sceneggiatura incoerente e saltellante, situazioni sceme, personaggi senza il minimo spessore, sequenze troncate a metà o appiccicate senza logica, dialoghi scritti ad minchiam, inserti messi lì pare a caso. E invece, se si entra un po’ in sintonia con il circo irriverente e festaiolo messo in piedi da Roth, ci si diverte un mondo, e ci si immerge in un pantano di cattiveria, crudeltà ed egoismo che ben pochi hanno il coraggio di mostrare con questa convinzione.
I 5 protagonisti, amici per la pelle all’inizio, diventano poco alla volta delle belve, pronte a sbranarsi una con l’altra pur di evitare il contagio. L’unico obiettivo resta salvarsi la vita, a costo di sparare addosso a un poveraccio che chiede pietà, oppure rinchiudere con le catene in uno stanzino buio la compagna infetta. Tutti contro tutti, in un crescendo parossistico quasi orwelliano, in cui trovano posto anche sceriffi ebeti e vendicativi e gente del posto che ad aiutare lo straniero non ci pensa proprio, anzi... 
Lo splatter e il gore crescono e si gonfiano con l’andare del tempo, fino a deflagrare nella seconda parte, non tanto per la quantità, comunque limitata, quanto invece per l’ottima qualità: momenti da applausi (la ragazza che sputa un fiotto di sangue sulla macchina appena ripulita dagli ex amici), e altri davvero duri da sostenere (l’altra poveraccia infetta che mentre si depila si passa la lametta sulla gamba ormai malata raschiando le croste e il sangue rappreso).
Effetti speciali di buon livello supervisionati dalla puntuale triade Berger-Nicotero-Kurtzman, importanti aiuti di Angelo Badalamenti alle musiche e di David Lynch alla produzione, fotografia che ogni tanto vira verso il rosso fragola, ragazzini dementi che fanno arti marziali al ralenti, attimi sospesi di matrice western, sospiri di straniante romanticismo, misoginia pura, ammiccamenti alla tradizione di genere, un po' di sesso che non guasta, l'ambiente boschivo come giusto microcosmo di orrore e dolore. Una sarabanda visiva arruffata e grintosa, chiusa dal palese omaggio a Romero nel finale.

Roth pare prenderci per i fondelli dal primo all’ultimo minuto, ma riesce da un lato a realizzare un prodotto esilarante e perfino entusiasmante, e dall’altro a ricordarci che purtroppo, dietro alle maschere del quotidiano, faccia a faccia con la paura, come diceva Hobbes “l’uomo è per ogni altro uomo un lupo”. O un cane rabbioso, fate voi.
By cinemystic // venerdì, 27 febbraio 2009+19:02
cinema, sesso, horror, estremo, cinema americano, cabin fever, splatter/gore, rubrica cult collection
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RUBRICA CULT COLLECTION
- CANDYMAN -
“Se ti metti davanti a uno specchio, e pronunci 5 volte il suo nome, Lui apparirà alle tue spalle, e con l’uncino che ha al posto della mano ti squarterà dall’inguine alla gola”.
É sempre un piacere rivedere un piccolo classico come Candyman, datato 1992, diretto da Bernard Rose, e tratto dal racconto The Forbidden dell’esimio e mai abbastanza lodato Clive Barker. Si è parlato molto di questo film, del mostro nero con l’uncino, a volte lodando e a volte criticando. La verità, come spesso capita, sta nel mezzo.
Candyman venne realizzato in un momento in cui il cinema horror era profondamente in crisi, a caccia di idee e d’ispirazione. Gli eroi degli anni ’80, da Freddy Krueger a Michael Myers a Pinhead passando per Jason Woorhees, accusavano notevoli segnali di stanchezza, già sepolti sotto cumuli di sequel inutili, ripetitivi e realizzati con il solo scopo di guadagnare soldi facili sfruttando i Miti tanto amati dal pubblico. Questo voleva essere Candyman, nella mente dei produttori (tra cui lo stesso Barker): la nuova icona capace di traghettare l'horror verso la fine del millennio. Obiettivo non riuscito, a dir la verità, perchè colui che “ti appare se pronunci 5 volte il suo nome” riscosse un discreto successo senza però riuscire a sfondare il muro dell’immaginario collettivo. Tant’è che diede sì inizio a una saga, la quale però si fermò dopo due soli altri (mediocri) episodi.

In ogni caso, tornando alla pura analisi critica del film, una re-visione odierna di Candyman risulta tutto sommato gustosa. Pellicola a sfondo razziale, che propone un netto contrasto tra classi sociali, mettendo le persone colored al centro focale del racconto, e si propone come l’altra faccia del mondo di Nightmare: là, la società borghese, pulita e ricca, racchiusa nella sua linda opacità e in rapporti perbenisti e fasulli; qui, la plebe, il sottobosco, la periferia urbana sporca e ghettizzata, violenta e volgare, ma portatrice di sentimenti profondi e di un’unità tribale impossibile da estirpare.
Per amore l'uomo nero morì, ucciso dall’ignoranza dei bianchi e dalle punture di migliaia di api. Per vendetta è ritornato, e di nuovo per macabro amore cerca di portare con sè nel regno degli Inferi la bella e algida Virginia Madsen, che nella prima parte appare fin troppo fredda e misurata, ma nella seconda interpreta bene la sua follia dilagante.
Non ci riuscirà, lei fuggirà all’ultimo istante salvando dal fuoco un neonato, per poi perire tra le ustioni, e l’intera tribù del ghetto apparirà in processione al suo funerale per porgerle il giusto ringraziamento.

Pare che Rose (autore anche dello script) non abbia il coraggio di rischiare fino in fondo. Ma poi si rifà in un finale prevedibilissimo eppure piacevole. Proprio come l’intera pellicola, che pur senza toccare alte vette trasuda semplicità, ingenuità, un sano gusto per un terrore primario ancora di matrice decisamente rapportabile al decennio precedente, e un’unità d’intenti non disprezzabile. Muovendosi tra Leggenda, realtà e fantasia, e lesinando (fin troppo) lo splatter, Candyman, ad oggi, si guarda con un candido sorriso, quale simbolo di un cinema dell’orrore derivativo eppure sincero nelle sue componenti ataviche, e lontano dalla bieca alienazione contemporanea.
Nel 1993 vinse il premio del pubblico al prestigioso festival di Avoriaz, e l'attore Tony Todd, come tanti altri prima di lui, da quel momento non si è mai tolto di dosso il fardello di questo ingombrante ruolo.
By cinemystic // martedì, 17 febbraio 2009+18:25
cinema, horror, clive barker, cinema americano, candyman, splatter/gore, rubrica cult collection
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CULT COLLECTION
- CHINA BLUE -
A suo modo, Ken Russell è sempre stato un genio. Iconoclasta, ribelle, spregiudicato, visionario. Icona del cinema gay (non a caso il Gay & Lesbian Festival di Torino gli ha dedicato una bella retrospettiva nel 2006), ma anche di quello etero, da sempre diviso tra la televisione e il cinema, tra prodotti alimentari e standardizzati e creazioni filmiche in cui poter invece dar sfogo a tutta la propria carica distruttiva. Feroce nella sua lotta contro la banalità della morale, iroso nei suoi inni per la liberazione sessuale, sempre ironico al punto giusto, autore di un cinema felicemente colorato, passionale, sboccato, delirante, ingenuo e mefitico nella propria brillantezza. Dal 1956 ad oggi non ha mai smesso d'inventare, girovagando come un apolide nei meandri della notorietà, non rinnegando mai il proprio insaziabile istinto ludico, raggiungendo l’apice della sua carriera con quel meraviglioso capolavoro anticattolico e anticlericale che risponde al nome di The Devils (1971), navigando poi tra commedie e drammi, biografie romanzate ed esperimenti narrativi, surrealismo filmico e provocazioni imperiose. Da Tommy a Valentino, da Stati di Allucinazione a Gothic, da Il messia selvaggio a Lisztomania... passando per China Blue (1984).

Già, China Blue (Crimes of Passion in originale), bell’esempio di cosa fosse (sia) il cinema di Ken Russell. Visionario, barocco, pittorico, decostruzionista, spietato, romantico, antinaturalista, erotico, all’occorrenza ai limiti del pornografico, ma raramente inetto e volgare. 
In questo film, bello e inafferrabile, ci sono sulla scena 3 personaggi, con i loro scultorei contrasti. Lei, Joanna Crane (Kathleen Turner), donna in carriera di giorno e puttana di notte, fulgida bellezza, trasformismo senza limiti, una piccola tigre in grado di fare ogni cosa pur di soddisfare i clienti, ma in fondo profondamente e disperatamente sola; lui, Donny Hopper (Bruce Davison), appassito da una carriera andata in fallimento e da una moglie bigotta e frigida, che incaricato di una missione di spionaggio aziendale (pedinare la vita notturna di Joanna/China Blue) finisce per innamorarsene; e infine l’altro lui, il reverendo Peter Shayne (Anthony Perkins), prete intento a compiere la missione di salvare dalla perdizione le pecorelle smarrite, prete che però va in giro con vagine di gomma e vibratori enormi nella borsa, si droga in abbondanza, e sfoga sulle bambole gonfiabili la propria inarrestabile libidine repressa.
3 personaggi in cerca di vita, d’amore, di comprensione, in un universo sporco, squallido e crudele. Bagliori notturni, intermittenti luci al neon, scene erotiche di grande classe (come quando China Blue bacia il piede di Hopper per poi risalire su, sempre più su, fino all’apice del piacere), la violenza che inevitabilmente esplode nel finale... un asimmetrico carillon di sentimenti e sensazioni che vola verso la redenzione negata, l’abiezione forzata, il sesso onnipotente.
Kathleen Turner è coraggiosa e bellissima, e Anthony Perkins, bhè, è Anthony Perkins, nell’ennesima parziale variazione dell’unico vero personaggio di tutta la sua carriera (ovviamente il folle Norman Bates di Psyco). Uno dei migliori film di Russell, da rivedere con gusto e voluttà, nel nome della libertà di pensiero e parola.
By cinemystic // venerdì, 12 dicembre 2008+16:13
cultura, cinema, sesso, erotismo, underground, cinema americano, rubrica cult collection, china blue
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CULT COLLECTION - CABAL
Per fortuna questo non è un film dimenticato, né bisognoso di rivalutazione. La sua (giusta) fama bene o male ce l’ha, e mi pare sopravviva con sicurezza all’oblio del tempo che scorre. Eppure, se capita di trovarselo davanti, merita senz’altro una revisione.
E’ davvero un peccato, che nel corso della sua lunga carriera l’esimio Clive Barker abbia mantenuto un rapporto solo marginale con il cinema. Perché al di là delle sue superbe doti di scrittura, ha dimostrato, nelle poche occasioni in cui si è messo dietro la macchina da presa, di poter padroneggiare con destrezza anche il mezzo filmico. Soltanto 5 film diretti, due corti (Salomè e The Forbidden), il meraviglioso capolavoro Hellraiser, l’incompiuto ma interessante Il Signore delle Illusioni, e Cabal, tratto dal suo stesso romanzo. Poi altre partecipazioni in veste di produttore, tra le quali va ricordato soprattutto il benemerito Candyman, unica icona di quegli anni in grado di rivaleggiare almeno parziamente con l’infinita saga di Nightmare, e alcune incursioni come sceneggiatore (di recente un paio di episodi dei Masters of Horror, e il nuovo attesissimo Midnight Meat Train). Niente più tentativi di regia, dal 1985 ad oggi, ahinoi. 
Cabal è uno spettacolo visivo con pochi eguali, dal punto di vista meramente tecnico, scenografico, coreografico, effettistico. Make up potente e variegato, pittura in movimento, pareti colme di antichi graffiti, sfondi (finti) mirabilanti; una delizia per gli occhi, e un gioco di abiezione che sfiora il fumetto per sfociare nell’orrore più puro. Se si possono in qualche modo indicare come predecessori stilistici l’ineguagliato Freaks di Tod Browning e il più innocuo La città dei mostri di Corman, è anche chiaro che le tematiche di fondo, basate sull’alterità, sulla mancanza di accettazione del diverso, sul rinnegamento della razza umana in quanto tale, sulla sensualità ferina, sono profondamente radicate nell’immaginario di Barker.
A onor del vero, poi, la sceneggiatura sconta alcuni limiti di coerenza e concretezza. Se il romanzo (Nightbreed) è fluido e convincente, il film si attorciglia invece su se stesso, cadendo in buche (il)logiche abbastanza profonde. Ciò a dimostrare quanto annosa e cementata sia la difficoltà di trasporre l’opera letteraria in cinema, perfino nel caso in cui l’autore di entrambi i lavori sia il medesimo.
Resta comunque un film estremamente affascinante, che trasuda vero horror in ogni istante, non manca di brillante e mai invasiva ironia, usa lo splatter con parsimonia, e si avvale di una gustosa e divertita recitazione di David Cronenberg nei panni dello psicologo omicida. Si tifa per le creature, chiaramente, una tribù di cannibali reietti del diavolo che merita tutta la solidarietà possibile; e riguardando Cabal, anche adesso, si respira ancora quell’aria genuina di notti horror… quelle notti dei primi anni ’90 trasmesse da Italia 1, notti che ormai non ci sono più.
By cinemystic // venerdì, 14 novembre 2008+07:50
cinema, letteratura, horror, estremo, clive barker, cinema americano, splatter/gore, rubrica cult collection, the devils rejects, cabal
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CULT COLLECTION - GOLA PROFONDA & HARDCORE
CULT COLLECTION
- GOLA PROFONDA & HARDCORE -
Nel 1974 usciva nei cinema americani Gola Profonda, di Gerard Damiano. Un film che cambiava completamente il modo di pensare dei cittadini degli States, e mutava radicalmente la fruizione del cinema pornografico. Campione d’incassi, Deep Throat sconvolgeva il benpensante mondo a stelle e strisce: code interminabili davanti ai cinema, casalinghe in sala insieme ai mariti per scoprire il proibito, superare il confine del lecito, rivangare il diritto di vedere ciò che si vuole, e come si vuole. Attraverso infinite code processuali Deep Throat veniva sequestrato e vietato in diversi Stati da magistrati bigotti e frustrati, e questo per effetto antitetico serviva solo ad accrescerne ulteriormente il mito. Tutti dovevano vederlo, tutti dovevano sapere, tutti dovevano ammirare gli incredibili blow jobs di Linda Lovelace. Il porno usciva dall’underground, dal mistero, dalla nicchia nascosta nelle cantine della perversione, e diveniva strumento alla portata di tutti.
Dopo anni di strascichi giudiziari, anche le varie Corti iniziarono a lasciar cadere le accuse, a togliere i divieti, a rassegnarsi alla non-illegalità di Deep Throat e delle immagini per l’epoca scioccanti contenute al suo interno. Piano piano l’America riconosceva il porno come vero genere cinematografico (artistico?), e il cinema a luci rosse usciva dal suo nascondiglio, in un processo graduale.
Nel 1978, quattro anni dopo Deep Throat, proprio nel mezzo di questa rivoluzione pornografica, Paul Schrader realizzava il suo Hardcore. Una piccola comunità di fanatici religiosi e bacchettoni, seguaci di credenze calviniste che lo stesso regista ben conosceva. Un padre di famiglia e una figlia adolescente, brava, dolce, irreprensibile, che però un giorno scompare. Il padre disperato assume un detective privato per ritrovarla. 
Qualche giorno dopo l’investigatore lo chiama, gli organizza una proiezione privata in un cinema, e gli fa vedere un cortometraggio a luci rosse di bassa lega, amatoriale, in cui una giovane ragazza viene presa da un uomo e una donna: la fanno salire su un letto, la spogliano, le sfilano le mutandine. Il resto non lo vediamo, ma lo intuiamo. E’ sua figlia. Per Jake Van Dorn è il crollo di una vita di convinzioni, convenzioni e disciplina. Tra le lacrime e la rabbia, disfatti gli argini, Van Dorn si cala all’Inferno, nei meandri del porno, per ritrovare sua figlia, usando la forza, l’inganno, la violenza.
La trama è simile al successivo 8 mm – delitto a luci rosse di Schumacher, film inizialmente interessante che però poi finisce a sguazzare miseramente in una spettacolarizzione tematica fine a se stessa. Il film di Schrader è più vero, più duro, e si muove proprio lungo questa linea di confine, in un momento storico in cui il porno navigava ancora a metà strada tra il lecito e l’illecito, il legale e l’illegale, ciò che era permesso e ciò che era vietato. La calata di Van Dorn nelle viscere nell’underground si dipana tra case chiuse, peep show, sexy shop, vibratori di ogni dimensione, magnaccia da strada, produttori senza scrupoli, prostitute di bassa lega, snuff movies, sadomasochisti. Ciò che se ne ricava è un profondo senso di squallore, ma anche un (apparente) attacco frontale al perbenismo della borghesia americana e agli eccessi ideologici della religione. Peccato che Schrader si dimostri più bigotto del suo protagonista, e non vada fino in fondo, fermandosi sempre prima del limite, facendo vedere poco o nulla, accontentadosi del soft in momenti in cui l’hard sarebbe stato necessario per riflettere più a fondo sul mondo messo in scena, smielandosi in un finale consolatorio.
Resta però un interessante viaggio rivolto verso l’altra faccia dell’America, e resta appunto, ancor di più, un’intrigante fotografia di un periodo complesso, a metà tra la rivoluzione geni(t)ale di Deep Throat, e lo sdoganamento definitivo delle luci rosse a largo consumo che sarà poi ottenuto con l’avvento delle videocassette.
Per un’analisi più compiuta del mondo del porno visto dall’interno, meglio senz’altro riguardarsi Boogie Nights di Andersson o Guardami di Ferrario. Ma forse anche il film di Schrader merita una revisione… e la merita anche (e soprattutto) Gola Profonda, un’opera immortale e fondamentale, anche se i tristi farisei non lo ammetteranno mai.
By cinemystic // lunedì, 13 ottobre 2008+10:45
cultura, cinema, sesso, erotismo, underground, hardcore, estremo, gola profonda, guardami, cinema americano, rubrica cult collection
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RUBRICA CULT COLLECTION VOL. V
- YUPPI DU -
Ecco, questo è un film che riassumente perfettamente la definizione di Cult. Un sincero ringraziamento al Clan Celentano, a Sky e alla Mostra di Venezia per aver estratto dalla polvere, restaurato e riproposto questo capolavoro sommerso della storia del cinema italiano.
Yuppi Du uscì nel 1974, sull’onda di un battage pubblicitario senza precedenti e di un budget per i tempi faraonico. Ebbe subito grande successo, stupì, sconvolse, fu amato e odiato. Poi gradualmente scomparve dalla circolazione, e non fu mai edito nè in Vhs nè in Dvd. Ora, a più di 6 lustri dalla sua realizzazione, torna in vita, torna alla luce, e ci permette di (ri)scoprire un’opera stupefacente, un unicuum irripetibile, un oggetto filmico totalmente straniante, inclassificabile, indispensabile. Un film che a rivederlo ancora oggi lascia basiti, fa sorridere, può irritare, ma soprattutto ipnotizza e si stampa indelebilmente nel cervello.
Si può dire tutto quello che si vuole di Adriano Celentano: personaggio scomodo, con idee talvolta non condivisibili, ego smisurato, atteggiamenti scomodi studiati ad Arte, deliri autocelebrativi, e quant’altro. Ma nessuno, e ribadisco nessuno, può negare che il molleggiato sia da oltre quarant’anni una delle icone più forti e radicate dell’intera cultura italica. Un’icona che nel 1974, con Yuppi Du, realizzò un film dall’impressionante forza visiva, al confronto del quale la gran parte sia del cinema italiano di allora, sia quello di oggi, risulta imbarazzante. 
Se è vero che la trama, con protagonista Felice Della Pietà, povero barcaiolo veneziano combattuto per l’amore di due donne agli antipodi tra loro, è alquanto esile e semplice, è ancor più vero che non c’è in Yuppi Du una singola scena che non contenga invenzioni sorprendenti, idee magnifiche, colori sgargianti, inquadrature inattese, stacchi sincopati e imprevedibili. Un flusso ipnotico coadiuvato da un montaggio frastornante e delirante. Inquadrature fisse come quadri in miniatura, carrelli talvolta lievi talvolta violenti, ralenti e accelerazioni improvvise, sangue e amore, dadaismo e sperimentazione pura.
Celentano da sfogo a tutte le proprie manie attoriali, Claudia Mori e Charlotte Rampling fanno a gara per bellezza e intensità, personaggi secondari all’apparenza improbabili risultano invece dotati di straordinaria veemenza narrativa (come il disabile Napoleone – Gino Santercole). Un film che sembra commedia e invece sfiora il dramma e poi scivola nel grottesco e infine deborda nel musical e nel balletto, per poi impastare tutti i generi in un’amalgama onirica e sinuosa. Temi di forte impatto sociale (le difficoltà della classe operaia, gli scioperi, lo stupro, l’alienazione industriale, la perdita di innocenza delle città, l’inurbamento selvaggio, le morti sul lavoro, il potere soffocante del denaro a confronto con la genuina povertà) affrontati con lucido occhio critico, in anticipo sui tempi e di clamorosa attualità ancora oggi.
Un erotismo di fondo sempre presente e mai volgare, come quando la Rampling, in un’inquadratura estremamente eccitante, si sfila le mutandine da sotto il vestito prima di consumare la sua ultima notte d’amore. Personaggi teneri come il pescatore Lino Toffolo, che rifiuta la corruzione della ricchezza pur di mantenere integra la propria moralità. Aforismi azzeccati del tipo “chi meglio di un povero conosce il valore dei soldi”. Momenti divertentissimi, dalla Mori che cade dal letto e finisce nell’acqua, a Celentano che insulta la Rampling colpevole di aver finto il suicidio, e battute deliziose come “ho già ordinato i mobili antichi, il falegname li sta costruendo nuovi di zecca”.

E infine, come ciliegine, in tutto questo marasma di significanti e significati, un paio di sequenze musicali letteralmente da brividi: l’emozionante balletto plastico e surrealista sulle note di “Silvia non è morta, è ritornata dal Canal”, e la meravigliosa danza sensuale tra Celentano e una discinta Rampling sulle parole della stessa “Yuppi Du”.
Il restauro compiuto è di altissimo livello, tant’è che sembra di assistere a tutti gli effetti a un film del 2008. Niente effetto Grindhouse, tanto per intenderci, a rimuovere un pochino il polveroso fascino del cinema d’antan. Ma poco male, questa resta un’operazione culturale, una volta tanto, solo e soltanto da applaudire. Anche perchè a mente fredda, giorni dopo la visione, le note e le immagini di Yuppi Du restano ancora impresse nella memoria, si muovono in stop motion, e respirano di vita propria: un miracolo che riesce solo ai capolavori!
By cinemystic // martedì, 16 settembre 2008+13:42
musica, cultura, cinema, vita vissuta, yuppi du, erotismo, cinema italiano, rubrica cult collection
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CULT COLLECTION - L'IGUANA DALLA LINGUA DI FUOCO
CULT COLLECTION VOL. IV
- L'IGUANA DALLA LINGUA DI FUOCO -
Una volta, tanti anni fa, fare il regista era ancora un vero e proprio mestiere, non una semplice operazione di business come spesso capita al giorno d'oggi. Un mestiere che si imparava sul campo, rubando il sapere ai grandi maestri, in cui con pochi mezzi bisognava ingegnarsi per realizzare il miglior prodotto possibile. Soprattutto nel cinema di genere, tanti film, girati con due lire, trovavano la loro ragion d'essere solo e soltanto grazie all'abilità dello sceneggiatore e del regista, che doveva utilizzare la macchina da presa come vero e proprio strumento creativo, per dar vita a spaventi e suggestioni.
Erano i tempi del "regista artigiano", definizione portata in Italia a livelli sublimi da quei geni di Mario Bava (prima) e Lucio Fulci (poi). Tra loro, e tra tanti altri onesti artigiani, c'era anche Riccardo Freda, che diresse il primo horror della storia del cinema italiano, ovvero I Vampiri, 1957. Quattordici anni dopo lo stesso Freda andava in trasferta a Dublino per realizzare L'Iguana dalla lingua di fuoco, un giallo-horror di pregevole fattura che riassume un po' tutta quella casistica portata ai massimi risultati pochi anni dopo da Argento.
Abbiamo infatti un titolo a dir poco esotico e un ineffabile serial killer, la cui identità rimane ovviamente celata fino agli ultimi minuti. C'è la polizia "ufficiale" che brancola nel buio, e quella "ufficiosa" (un ex investigatore ormai uscito dalle scene) che fa per conto suo e ottiene i risultati migliori. Ci sono omicidi violenti e sanguinosi (un paio di gole tagliate con annesso, e per l'epoca piuttosto copioso, coté splatter), personaggi con segreti nascosti e molteplici identità, un elemento catalizzatore del testo (gli occhiali da sole dell'assassino), una bella femme fatale molto meno innocente di quanto sembri, e così via. 
Soprattutto, per tornare al discorso di cui sopra, il buon Freda, che qui si presenta con il fantasioso pseudonimo di Willy Pareto, ci mette tanto mestiere. Inquadrature con angolazioni inattese, zoom reiterati, focalizzazioni alterne, apparizioni improvvise che squarciano la quiete, inserti sonori ben congeniati; il tutto impreziosito da un paio di azzeccati flashback e dall'interpretazione limpida e sicura di Luigi Pistilli, altro mestierante di fiducia (Reazione a catena di Bava, Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave di Sergio Martino, il bellissimo western Il grande silenzio di Corbucci...).
Respiri di cinema autentico, genuino, onesto. Raffazzonato finchè volete, al limite del thrash, ma molto meglio di tante porcherie contemporanee.
By cinemystic // giovedì, 11 settembre 2008+11:09
cinema, horror, cinema italiano, splatter/gore, rubrica cult collection, liguana dalla lingua di fuoco
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CULT COLLECTION - L'ULTIMO SPETTACOLO
RUBRICA CULT COLLECTION VOL. III
- L’ULTIMO SPETTACOLO -
Non so se sia giusto inserire questo film nella rubrica Cult, perchè non è certo un lavoro sconosciuto o dimenticato. Però è un film da riscoprire, che magari alcuni giovani cinefili non hanno ancora avuto modo di vedere. E allora è corretto e sacrosanto (ri)parlarne.
Soprattutto perchè L’Ultimo Spettacolo, di Peter Bogdanovich, anno 1971, 2 premi Oscar vinti (agli attori non protagonisti Ben Johnson e Cloris Leachman), è una pellicola clamorosamente viva, moderna, attuale, a quasi quarant'anni dalla sua realizzazione. Un film che parla di nostalgia, di un tempo perduto, di una generazione senza più ideali, di un’America frastornata dallo sviluppo tecnologico, di un consumismo di massa capace di affondare il fascino primitivo di un’Arte che ha ormai esaurito il proprio corso. 
Bogdanovich ambienta il film nel 1951, ad Anarene, una piccola cittadina texana ai confini del deserto. Un microcosmo placidamente chiuso in se stesso, che all’improvviso scopre di essere deragliato fuori tempo massimo. Ci sono giovani che ciondolano in lungo e in largo per le polverose strade del paese, alla ricerca di un’identità che non riescono a trovare, e di un futuro che appare fosco e imprecisato. Ci sono giovani donne che si autoimpongono di perdere la verginità per stare al passo con le amiche, e che cercano di accalappiare gli ultimi single rimasti pur di sposarsi e non rischiare di subire l’onta di rimanere zitelle (stesso tema trattato dal più recente e ben riuscito Mona Lisa Smile, con una magnifica Julia Roberts). Ci sono ragazzi che si guardano intorno smarriti cavalcando le loro macchine ruggenti (o i loro macinini scassati) come sublimazione di una soddisfazione sessuale che spesso non riescono a ottenere, o preferiscono invece tuffarsi in relazioni sconvenienti con donne molto più vecchie ed esperte, da cui trarre un affetto soprattutto materno.
C'è poi un vecchio bar che assomiglia ai saloon di tanti film western radicati nel Mito, in cui, dopo la morte del gestore (il glorioso Ben Johnson), sempre meno gente si ferma a rilassarsi o anche solo a gustarsi un sandwich. C’è un vecchio biliardo in cui la polvere inizia a formarsi a strati sempre più densi. E infine c’è una piccola sala cinematografica, una volta luogo di sogno e di amori, che ora è via via abbandonata dalla gente ormai ipnotizzata dalla nuova affascinante invenzione della televisione.
In tutto questo, nel vento che spazza via stimoli e illusioni, nelle note di tante affascinanti canzoni dell’epoca, uno dei due protagonisti (un quasi debuttante e già bravissimo Jeff Bridges), abbandonato dalla ragazza che amava, decide di arruolarsi e partire per la Corea, salutando il suo amico fraterno con una frase terribile: “se sono fortunato, ci rivedremo tra un anno”. Un concetto rapportabile a quello stampato nel cervello di tanti giovani americani d’oggi, che partono per l’Iraq senza sapere se torneranno. E nel frattempo, in un finale di struggente intensità emotiva, il cinema del paese chiude i battenti, definitivamente, dopo aver proiettato il suo ultimo film, ovvero lo splendido Il Fiume Rosso di Howard Hawks. Un amaro epilogo che assomiglia a quello di tanti gloriosi cinema d’essai del terzo millennio, costretti alla chiusura per colpa delle fagocitanti e stramaledette multisale.
L’Ultimo Spettacolo è un sincero atto d'amore verso il cinema in sè, come Arte e come strumento di impagabile fascinazione visiva ed emotiva...un omaggio in candido bianco e nero che viaggia sulla stessa linea di purezza, ad esempio, del tenero e romantico La rosa purpurea del Cairo di Allen, o del meraviglioso Effetto Notte di Truffaut, capolavoro senza tempo. E soprattutto, per i motivi di cui sopra, quello di Bogdanovich è un film strettamente attuale, specchio di una realtà contemporanea in cui i giovani hanno smarrito qualsiasi ideale, e belano nell’ignoranza. Una realtà triste, miope, dubbiosa, infinitamente povera. Un po’ come quella di Anarene, Texas, nell’anno 1951.
By cinemystic // mercoledì, 03 settembre 2008+10:56
viaggi, cultura, cinema, western, cinema americano, lultimo spettacolo, rubrica cult collection
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CULT COLLECTION - LA PATATA BOLLENTE
RUBRICA CULT COLLECTION VOL. II - LA PATATA BOLLENTE - Questa è una commedia seria, se mi perdonate l’ossimoro, che tratta con intelligenza e sensibilità temi non certo banali, se inseriti nel contesto storico di riferimento. Parla dell’omosessualità, e lo fa con coraggio, sfrontatezza, goliardia mai eccessiva, e soprattutto rispetto, rischiando tanto in un periodo in cui i gay pride e i Will & Grace non esistevano, e in cui l’omosessualità, grazie all’incivile metastasi cattolica, era ancora vista come una schifosa malattia da cui stare alla larga. E poi parla della vita operaia, dell’impegno civile e politico, dello schieramento di partito come sentimento di reale appartenenza, della lotta di classe, della condizione bestiale in cui lavora(va)no i dipendenti delle fabbriche, di una Sinistra che era ancora una vera Sinistra e non una risibile miscellanea di schiavetti asserviti al potere del Caimano. E' un film che tenta (anche) di far ridere, e ci riesce, senza però giungere ai livelli esilaranti de I soliti ignoti o de L’armata Brancaleone; un film in cui in qualche punto la retorica si nasconde pericolosamente dietro l’angolo, e alcune situazioni narrative sono appiccicate lì non benissimo. Ma al di là dei chiari difetti La patata bollente va lodato, incensito, riguardato e collezionato, perchè affronta i temi di cui sopra con una spigliatezza e un gusto umanistico che il cinema italiano ha ormai perso, e con un sincero piacere di rappresentazione artistica e ideologica che oggi raramente si vede ancora. Qui si vola ben più alto (e ben prima) di Ozpetek, tanto per capirci. Infine, una citazione d’obbligo per gli attori: la nostra cara Edwige Fenech, stranamente, mostra solo il seno perfetto senza invece scoprire il fiore del suo segreto... ma ha un’irresistibile carica erotica lo stesso. Massimo Ranieri se la cava egregiamente. E Renato Pozzetto è semplicemente splendido. Una prova sontuosa, perfetta, irresistibile, che dimostra appieno quanto fosse un grande attore, un attore vero, che oltre ad aver interpretato ruoli comici indimenticabili avrebbe avuto un ottimo potenziale anche per una carriera drammatica, se solo qualcuno ci avesse creduto.
Niente ironie, per favore. Perchè questo film, diretto da Steno nel 1979, merita tutto il rispetto e la considerazione possibile, anche quella che non ha avuto in questi anni. Siamo lontani, lontanissimi, dalla becera volgarità per celebrolesi della pseudo commedia all’italiana contemporanea, dalle porcate che attirano al cinema milioni di anime grufolanti, dalla piattezza intellettuale di un paese allo sfascio. E per fortuna, siamo lontani anche dal classico film-pecoreccio tanto in voga in quegli anni.

By cinemystic // martedì, 26 agosto 2008+13:25
cultura, cinema, erotismo, cinema italiano, rubrica cult collection, la patata bollente
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CULT COLLECTION - IL SERPENTE ALATO
RUBRICA CULT COLLECTION VOL. I
Credo che ad oggi l'utilità di un blog cinematografico non sia tanto (o non solo) quella di parlare dei film nuovi che escono nelle sale, in quanto di recensioni simili se ne trovano a decine sul web, più o meno autorevoli. Credo invece possa essere più utile, almeno ogni tanto, recuperare qualche titolo dimenticato, sottovalutato, perduto nell'oblio del tempo, per riportarlo alla luce e dargli la rilevanza che merita. In questo senso inauguro la rubrica Cult Collection, che tratterà appunto di film gustosi che penso meritino di essere ripuliti dalla polvere che li sovrasta.
E la inauguro con Il Serpente Alato (in originale Q - The Winged Serpent), di Larry Cohen, anno 1981, riproposto in questo periodo su alcuni canali satellitari. Un horror divertente, incoerente, fracassone, che trasuda l'esperienza e le regole fondamentali del beast-movie anni '50. Un volatile gigantesco (a quanto pare il leggendario Dio atzeco Quetzalcoatl reincarnato !!) terrorizza gli abitanti di New York, decapitando muratori al lavoro e ragazze con le tette al vento; un ladruncolo di bassa lega scopre il suo nascondiglio segreto, un nido in cui si celano un enorme uovo e cadaveri scuoiati, ma si tiene tutto per sè, pensando di acquisire soldi e fama rivelando l'arcano alla polizia e all'intera cittadinanza solo dopo aver ricevuto un lauto compenso e l'immunità dai crimini commessi. Non andrà proprio così.
Un film ridondante, eccessivo, caciarone, come nella miglior tradizione del cinema di Larry Cohen (quello di Baby Killer, tanto per intenderci, ma anche del bel Pick Me Up, uno dei migliori episodi dei Masters of Horror). Effetti speciali low-cost, trama in certi momenti ai limiti del risibile, approfondimenti mitologici un po' superflui. Eppure Q fa sorridere, mostra tocchi di regia non proprio banali, qualche scena splatter ben riuscita, una discreta commistione di horror e poliziesco con venature grottesche, un mostro gommoso animato neanche tanto male con la cara vecchia Stop Motion, e ci riporta in quell'atmosfera genuina di B-Movie e di "artigianato cinematografico" che purtroppo si è perduta negli anni del delirio tecnologico. Fosse anche solo per questo, merita una riscoperta e una (re)visione, in una serata tranquilla, a mente libera, senza impegno.
By cinemystic // mercoledì, 23 luglio 2008+09:52
cinema, horror, underground, cinema americano, il serpente alato, splatter/gore, rubrica cult collection
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