- VINYAN -
Lo attendevo con ansia, Vinyan, il nuovo film di Fabrice Du Welz, autore quattro anni fa dello splendido, intenso, inquietante e al contempo commovente Calvaire, forse in assoluto il masterpièce di tutta la nouvelle vague dell’horror francofono. Finalmente è arrivato, presentato allo scorso festival di Venezia e uscito da poco in Dvd (ma non ancora in Italia).
Per fortuna (per ora) Du Welz non si è fatto attrarre dalle sirene hollywoodiane, è rimasto coerente con se stesso, si è preso tutto il tempo di cui aveva bisogno, è riuscito a mettere insieme una co-produzione anglo/franco/belga, un conosciuto attore americano (Rufus Sewell) e la più grande attrice francese in circolazione (Emmanuelle Béart), ha trasferito tutta la troupe in Thailandia, e ha tirato fuori un film che non delude affatto, e anzi, ne conferma il promettente talento.
Una coppia, in vacanza in Thailandia, perde il proprio figlio in occasione del grande tsunami del 2005. Un’onda lo travolge e se lo porta via. I due decidono di rimanere lì, e dopo 6 mesi d’infruttuose ricerche Jeanne ancora non vuole convincersi della morte del suo amato Joshua. Convince quindi lo scettico marito a imbarcarsi su un battello per esplorare alcuni villaggi tra Thailandia e Birmania, al seguito del signor Gao, una sorta di santone del luogo. Progressivamente i due s’inoltrano in una terra sempre più selvaggia, finendo per dimenticare la civiltà, e mettere a repentaglio la propria sanità mentale, oltre che la vita stessa.

In Calvaire, Du Welz ci aveva trascinato all’interno di un microcosmo, un piccolo paese di campagna, in cui la follia gradualmente prendeva il sopravvento sulla realtà. Qui è ancora un microcosmo, a essere protagonista, e di nuovo l’ambiente geografico assume un ruolo di precipuo Soggetto fondante la narrazione. Ma in questo caso la Terra insana estende il proprio dominio e i propri confini, sino a fagocitare la percezione dell’essere umano e a mutarlo in bestia la cui razionalità scema via via che ci si inoltra nei meandri del nulla.
L’assunto di base dello script è abbastanza comune: si parla di una madre disperata, che a tutti i costi non vuole rassegnarsi alla perdita del figlio, e che è pronta a qualsiasi cosa pur di ritrovarlo (pur in contesti completamente diversi, l’abbiamo appena visto ad esempio in Changeling). Nella confusione mentale derivata dalla non-accettazione del lutto, Jeanne vacilla, ogni bambino Thai assomiglia al suo Joshua anche se ovviamente non lo è, e il marito, figura razionale e virile, finisce per essere un nemico, un ostacolo sulla via della resurrezione.
Una via lastricata di ostacoli, scavata nell’abisso dei sensi, immersa nei quattro elementi naturali, acqua in primis, e costeggiata dallo spiritismo, dai riti religiosi del luogo, dai Totem leggendari di un popolo ancora primitivo, dai colori pitturati sui volti dei bambini, dall’oppio nell’aria che sfoca le facoltà mentali, inibisce la ribellione, e lascia sfocare la mente verso un sogno a occhi e cuore aperti.

Vinyan, dopo un incipit efficacissimo dal punto di vista sonoro, e una prima parte d’ambientamento che forse sconta qualche lentezza di troppo, poco alla volta si spoglia dalla civiltà e si denuda nel ventre della Madre Terra. Du Welz realizza il suo volo pindarico ai confini del mondo, lasciando navigare quel battello in un’Ade di anime defunte. In tutto questo c’è il Cuore di Tenebra di Conrad, c’è ovviamente Apocalypse Now, c’è anche un po’ di Cannibal Holocaust e perfino qualcosa dell’herzoghiano Fitzcarraldo... e infine c’è l’horror, riflesso nei sogni inquietanti dei due protagonisti, nei visi barbari e inospitali dei bambini (i veri padroni del luogo), nell’acqua primordiale che diviene sangue, e in una sequenza splatter di derivazione romeriana, di cui si poteva anche fare a meno.

In tutto questo, il valore aggiunto della pellicola ha un nome e un cognome: Emmanuelle Béart. Una divinità con il viso di donna. Splendida, con i capelli arruffati e i vestiti stropicciati. Splendida, per come attraverso lievi mutazioni di sguardo raccoglie su di sè la trasformazione psichica di una donna che sta essa stessa per divenire Totem, Leggenda, Demone e Madre. Splendida, per come mette tutto il suo corpo a disposizione del regista, per amoreggiare in ogni istante con la macchina da presa, senza remore di alcun tipo, come ha sempre fatto per tutta la sua carriera. Anche se la recitazione in inglese, quindi in una lingua non sua, toglie un pochino di naturalezza alle sue parole, la sua interpretazione è strepitosa, ipnotica, seducente, favolosa.

Pur imperfetto, e forse non così ammaliante e conturbante come Calvaire, a cui personalmente rimango più affezionato, Vinyan conferma comunque il talento cristallino di Fabrice Du Welz.
In Italia, un film di questo livello non si vede da minimo 15 anni. In compenso tutti si lamentano, spesso senza provare a fare nulla per cambiare le cose. Vive la France (e pure il Belgio)!
By cinemystic // martedì, 28 aprile 2009+19:22
cinema, horror, cinema francese, rubrica new visions, emmanuelle beart, vinyan, orrori alla francese, horror 2008
commenti (1)
permalink
MARTYRS - Nelle viscere dell'orrore
NEW VISIONS - ORRORI ALLA FRANCESE
MARTYRS
Tra le prime persone qui in Italia che hanno visto Martyrs, il nuovo film di Pascal Laugier, c’è qualcuno che ha scritto “dopo questo film l’horror non sarà più lo stesso”, e “questo film segna una rivoluzione nel panorama cinematografico mondiale”. Frasi sicuramente eccessive, ma a conti fatti neanche poi più di tanto.
La leggenda narra che durante le prime proiezioni ai festival, ci siano stati momenti di reale panico nelle sale: gente che si è sentita male, che ha vomitato, che è svenuta, che è stata portata via in ambulanza. Forse sono tutte fandonie, non lo so, non ero presente, ma non mi stupirei se almeno in parte fosse accaduto realmente.
Perchè qui ci troviamo di fronte a un film che va oltre: oltre al concetto stesso di orrore, oltre all’estremo, oltre alla significazione di una macabra visione.
Il sottoscritto è abituato ormai da quasi 20 anni a inquietanti visioni di ogni tipo, a film malati, degenerati, violenti, sanguinari, eccessivi. Ne ho visti a decine, a centinaia. Ragion per cui l’occhio è allenato, lo stomaco anche, la mente pure, e sono ben poche le pellicole che riescono ancora a sconvolgermi. Mi era capitato solo una volta, negli ultimi 3/4 anni, ed era successo, come oramai saprete, con The Girl Next Door. Ebbene, con Martyrs è accaduto di nuovo.

Una bambina seminuda, sporca e piena di lividi e ferite corre, urlando disperata, scappando da non sappiamo dove. In un ospedale un’altra bambina, con capelli e occhi corvini, è interrogata da un dottore, mentre la fanciulla della scena iniziale, che evidentemente è sopravvissuta a qualcosa di realmente orribile, è perseguitata da un fantasma che la terrorizza. Facciamo un salto in avanti di alcuni anni. Un’apparentemente allegra famiglia, padre, madre e due figli, fa colazione. Suona il campanello di casa, entra Lucie (la bambina di inizio film, ora cresciuta) e li ammazza tutti e quattro, a fucilate e martellate. Interviene la sua migliore amica, Anna, e cerca in qualche modo di rimediare al gesto di follia di Lucie, che intanto è ancora perseguitata dal fantasma. Dopo un po’ Anna scopre un passaggio segreto che porta nei sotterranei della casa, arrivano i veri “proprietari” dell’abitazione, e la rapiscono: da qui in poi, l’Inferno.
Lo so, detto così si capisce poco. Ma non sarebbe giusto spiegare oltre. Bisogna guardarlo Martyrs, per capire compiutamente gli sviluppi della trama. Ma prima di farlo bisogna prepararsi, mentalmente e spiritualmente, perchè si verrà avviluppati da una visione inclemente, che non si dimenticherà, e solo con coraggio e forza d’animo si potrà riuscire ad arrivare fino in fondo.
Il film di Laugier è la pietra tombale del torture porn, è la vetta dell’iceberg della nouvelle vague d’horreur française, è una discesa primordiale nelle viscere nel nero più nero. Volete sapere, in un’ora e mezza di film, quali sono i momenti di calma, relax, e “normalità”? Ebbene, quattro minuti all’inizio, e un minuto e mezzo verso la metà. Stop. Tutto il resto è sangue, carne, violenza, grida, morte, sopraffazione, disperazione.

Ci sono dei difetti, in questo allucinante incubo filmico. Laugier, tanto parco e misurato nella regia del non del tutto riuscito Saint Ange, qui in qualche punto si lascia prendere la mano in senso opposto, esagera con la macchina a mano anche in momenti non necessari, e si trastulla in qualche arditezza stilistica superflua e ridondante. L’orrido fantasma che vediamo più volte nella prima parte, ricorda molto, forse troppo, quelli di Nakata e soprattutto di Shimizu (Ju-On). Il film è diviso in due con uno stacco troppo netto, che fa sì che le due parti appaiano leggermente slegate.
Ma per il resto, Martyrs è anche un grande film. Perchè? Perchè va fino in fondo, senza mollare la presa. Non c’è speranza, nè pena, nè rimorso, nè consolazione. Nessuna luce, nessun respiro, nessun painkiller. Niente catarsi, nè salvezza, nè futuro. Solo orrore, lacrime, disarmante brutalità. Fin dalla prima sequenza si entra in un vortice buio che non ci lascerà fino alla fine. Ci si ricopre d’angoscia, si soffoca, si attorciglia il fegato. Nella prima parte, non è facile resistere. Nell’ultima mezz’ora, ancora peggio.

Vien da pensare “per favore, basta”, vien voglia di spegnere il lettore Dvd o il Pc. Ma bisogna andare avanti, perchè un vero martirio può essere tale solo se lo si attua fino in fondo. Già perchè questa è la storia del martirio di Lucie, del martirio di Anna, ma anche del nostro martirio. Noi spettatori non ci identifichiamo in niente, non possiamo distogliere lo sguardo, siamo impotenti, inermi di fronte al massacro fisico e mentale che ci troviamo davanti. Le giovani e sventurate protagoniste toccano con mano l’Inferno e vi restano imprigionate; noi con loro.
Carne a brandelli, sangue che sgorga e sangue rappreso, pugni e schiaffi, vene tagliate, penosi rigurgiti d’afflizione, un branco di aguzzini al confronto dei quali i neonazisti di Frontiere(s) sembrano un coro di chierichetti, un gusto per l’indomito sadismo della tortura al cui paragone Hostel e compagnia cantante sono film per famiglie, una concretezza figurativa forse paragonabile solo alla serie Guinea Pig o alle più bieche follie di Miike (Audition, Imprint), un finale indicibile e inimmaginabile.
In più, a rendere il tutto ancora più insopportabile, è la raffigurazione ideologica del realismo: qui non ci sono alieni, mostri unghiuti, entità astratte, pazzi serial killer, o chissà che. C’è un fantasma sì, ma fa un male tremendamente vero. E poi, nella seconda parte, si assiste a un qualcosa che in fondo potrebbe accadere davvero, che è molto meno lontano dal mondo in cui viviamo di quanto si potrebbe pensare; e quindi, va da sè, fa molto più paura.
Laugier ha la bontà d’animo (si fa per dire) di risparmiarci almeno due cose: non c’è violenza sessuale, e l’ultima incredibile “prova” a cui viene sottoposta Anna è lasciata per gran parte fuori campo. Grazie al cielo. Ma si rifà regalandoci un’incredibile sequenza in cui una sorta di “maschera di ferro” inchiodata al cranio di una vittima viene estratta poco alla volta. Ai limiti dell’insostenibile.

Per il resto, non c’è scampo. Lo stomaco si rattrappisce, l’occhio luccica, la mente vacilla, il respiro si contrae e infine sparisce. Siamo dentro al martirio, e forse non ne usciremo più.
Si potrebbe discutere a lungo, riguardo all’onestà intellettuale di questo film, ovvero se Laugier e il produttore Granpierre l’abbiano pensato così perchè davvero ci credevano o come operazione costruita a tavolino per sconvolgere il pubblico. Chissà, probabilmente lo sanno solo loro, nel profondo della propria coscienza. In ogni caso, questo è il risultato: un’opera al nero di furiosa e asfissiante potenza, un concentrato di devastazione emotiva, una sfida alla sopportazione visiva, la pornografia dell’impurità cinefila, il film più duro ed estremo degli ultimi anni insieme al sopracitato The Girl Next Door.

É da poco uscito il Dvd di Martyrs in Francia. Dovrebbe arrivare anche in Italia, hanno garantito che uscirà integrale, non ci credo finchè non lo vedo. In ogni caso, con il doppiaggio si perderà molto, come sempre. Ragion per cui, guardatelo in lingua originale (per chi non sa il francese, si trovano in rete i sottotitoli in inglese, bastano e avanzano, anche perchè di parole non ce ne sono poi molte). Spegnete le luci, isolatevi dall’esterno, fate un profondo respiro, e iniziate, se ne avete il coraggio. Vivrete un’esperienza cinematografica che vi manderà in subbuglio. Benvenuti al vostro Martirio.
By cinemystic // martedì, 24 marzo 2009+10:13
cinema, vita vissuta, horror, cinema francese, estremo, splatter/gore, martyrs, the girl next door, rubrica new visions, orrori alla francese
commenti (10)
permalink
Ormai già da un mese si è concluso il 2008, anno tutto sommato altalenante per il cinema horror internazionale. Da un lato, le pellicole uscite nell’annata appena conclusa hanno confermato una tendenza ormai in voga già da tempo: il pubblico ha voglia di horror, e registi e produttori se ne sono accorti.
Gli edulcorati ed insopportabili teen-slasher post-Scream di fine anni ’90 e inizio 2000 hanno lasciato spazio a un nuovo desiderio di sangue filmico, e violenza, gore, splatter, hanno rincominciato ad affollare le sale (e soprattutto l’home video) reclamando il proprio decisivo e conturbante ruolo. Caos, anarchia, ribellione, piaghe sociali, assalti all'intimità, infanzie violate: horror specchio fedele dell’andamento del mondo in cui viviamo? Sì, come sempre.

Dall’altra parte, però, si conferma anche la difficoltà, soprattutto per gli sceneggiatori, d’inventare strade nuove, nuovi Miti, nuove tendenze; spesso si tende, ancora e sempre di più, a rifugiarsi nel passato, nella riproposizione del già visto, sovente con varianti minime o nulle. Lo dimostra, ovviamente, la soffocante febbre da remake, che pare non avere fine, e i tanti altri film che fingono sorprese o novità per poi rivelarsi, agli occhi dello spettatore un minimo esperto, nient’altro che scopiazzature e plagi di capolavori gloriosi che sarebbe meglio lasciar riposare in pace.
In sostanza, quindi, la voglia di horror c’è, eccome. Lo splatter è tornato (anche se in questo senso il periodo d’oro che possiamo racchiudere tra il 1982 e il 1993, in pratica da Evil Dead a Braindead, è irrangiungibile). Le idee veramente intriganti, però, scarseggiano assai.
Personalmente, riguardo alle mie visioni, dividerei l’horror 2008 (prenderò però in considerazione anche alcuni film usciti in realtà nel 2007, che io però per un motivo o per un altro ho visto in ritardo), secondo alcune categorie riassuntive:
Delusioni cocenti, tremende, indifendibili, che non possono essere salvate in nessun modo: La terza madre, Rec, Doomsday, Io sono leggenda, E venne il giorno, Vacancy, Riflessi di paura.
Pellicole con elementi buoni e altri meno, che mi hanno convinto ma solo in parte, o non del tutto: Diary of the Dead, Halloween The Beginning, Death Proof, Frontiere(s), Il nascondiglio, The Rage, Midnight Meat Train.
Belle sorprese, piacevoli conferme, lavori riusciti, applauditi e convincenti: Eden Lake, Rogue, Ghost Son, Stuck, Hostel 2, Planet Terror, 28 settimane dopo.


Ho lasciato poi volutamente da parte 4 titoli, che meritavano un discorso a sè. 4 splendidi film, sicuramente di livello superiore. Diversissimi tra loro, accomunati solo dall’assoluta bontà della loro realizzazione. Gli unici titoli realmente indispensabili di questi ultimi mesi. E allora, eccoli, non in ordine di merito, bensì di (mia) visione:
THE MIST: la migliore trasposizione kinghiana degli ultimi anni. Ancora una volta Darabont dimostra di saper interpretare il maestro del Maine meglio di chiunque altro. Un film tesissimo, senza respiro, avvolto in una nebbia densa e realmente inquietante, con il finale emotivamente più devastante che si sia visto sullo schermo da lustri.
A’ L’INTERIEUR: alla faccia di tanti beoni idioti che popolano il web, e che giudicano immondizia tutto ciò che viene dalla Francia... solo perchè viene dalla Francia. Il film di Bustillo e Maury conferma la piena vitalità di questa piccola ma intrigante nouvelle vague transalpina: splatter puro, senza tregua, senza affetti, con coraggio, ritmo, idee e talento.
THE GIRL NEXT DOOR: il film più tremendo, scioccante, crudele, sconvolgente, ferino ed estremo che io abbia visto da tanto e tanto tempo. Anche per chi è abituato a visioni “forti”, il film di Gregory Wilson è una sfida ai propri limiti, al proprio stomaco, alla propria sopportazione mentale e visiva. Si vorrebbe solo chiudere gli occhi, urlare di dolore e liberarsi immediatamente di questo film incredibile, un incubo così realistico che ti entra nelle viscere per non andarsene mai più.
LASCIAMI ENTRARE: finalmente un titolo che ridà lustro all’annacquato Mito del Vampiro al cinema. Recupero della tradizione e aggiornamento all’attualità, fusi insieme in un film bello, tattile, soffice come la neve di Svezia, romantico, intelligente, ipnotizzante, delicato, riflessivo. Lontano anni luce da tutte le porcate vampiriche adatte solo a ragazzini celebrolesi che hanno infestato gli schermi negli ultimi anni. Un piccolo miracolo.
Tra inevitabili accordi e disaccordi, vi lascio nella speranza che il 2009 possa offrire un qualcosa di buono. Con coraggio, voglia di osare, e idee nuove, se possibile. Buone visioni.
By cinemystic // martedì, 03 febbraio 2009+18:51
cinema, classifiche, horror, halloween, cinema francese, stuck, dracula, clive barker, cinema americano, cinema italiano, doomsday, la terza madre, hostel 2, vacancy, il nascondiglio, diary of the dead, the mist, e venne il giorno, cinema spagnolo, splatter/gore, ghost son, the rage, the girl next door, cinema australiano, orrori alla francese, frontieres, eden lake, horror 2008
commenti (6)
permalink
ORRORI ALLA FRANCESE parte 3a - FRONTIERE(S)
NEW VISIONS
ORRORI ALLA FRANCESE – Parte 3a
FRONTIERE(S)
Frontiere(s) uscirà nelle sale italiane il 7 novembre. Molti lo adoreranno. A me invece ha fatto profondamente incazzare. Già, perché il film è girato bene, benissimo. Xavier Gens dimostra di avere grande talento, sa il fatto suo, dirige con sicurezza e maestria. La fotografia è ottima, così come le scenografie. L’intepretazione degli attori non è male (ma bisogna guardarlo in lingua originale per apprezzarla). Gli effetti speciali tengono la scena, e alcune scene di puro splatter manderanno in visibilio gli appassionati.
Mettendo insieme tutti questi aspetti, sarebbe potuto essere un mezzo capolavoro. E invece, Monsieur Gens, che si è anche scritto il film, ha avuto l’illuminante e geniale idea di costruire una trama che altro non è se non l’ennesimo e inutile remake di Non Aprite Quella Porta. Già, perché dopo un interessante incipit ambientato nel mezzo degli incendi e dei tumulti scoppiati nelle banlieuses parigine (stesso sfondo sociale dell'ottimo A’ l’Interieur), che lasciava presagire una storia intrigante, i 4 protagonisti della vicenda, fuggiaschi e ricercati, non trovano di meglio che finire in un hotel sperduto nel nulla, in cui si trovano a dover fare i conti con una famiglia di pazzi squinternati, che ovviamente li imprigionano, torturano, ammazzano. Ma pensa un po’ che fantasia. 
C’è un vecchio capo-famiglia che detiene l’autorità del folle microcosmo, alcuni figli da sangue, un macellaio quasi identico a Leatherface. E indovinate, una della vittime viene suo malgrado scelta come nuova componente della famiglia, per procreare e proseguire la “razza”, mentre gli altri sono allegramente maciullati. Sigh.
Perché, io mi chiedo, un regista dotato di siffatto talento, deve buttarsi via con una trama così insipida, ripetitiva, inutile, clonata, fastidiosa? Era proprio così difficile inventarsi qualche variante, un’idea nuova, una prospettiva diversa, un racconto originale? E sì che nell’ultima mezz’ora il regista prova a inserire qualche significazione alternativa (il retaggio nazista), ma lo fa con poca convinzione, e il danno ormai è compiuto.
Che tristezza. Che delusione. Nel festival del deja vù abbiamo appunto una famiglia di chiarissima ispirazione (clonazione) hooperiana, un retaggio visivo vicinissimo a La casa dei 1000 corpi, un paio di sequenze claustrofobiche alla The Descent, qualche atroce tortura simil-Wolfcreek (oppure tiriamo in ballo l'indecente Hostel, fate voi), una covata di pargoli deformi di evidente ascendenza cronenberghiana (Brood), e così via. Sprazzi di novità? Zero. E a posteriori appare posticcio e forzato anche l’iniziale sfondo socio-politico.
Ribadisco, Gens gira benissimo, sfrutta magnificamente i colori, conferma la grande vitalità della nouvelle vague francofona, azzecca un paio di personaggi di buon spessore (il capofamiglia teutonico e la ragazza-madre ingobbita che spera ancora in un futuro migliore), nel finale ci mette un paio di sequenze solenni e perfino liturgiche… e sbraca sprecando tutto nell’insulsaggine della trama. Una mancanza di sforzo narrativo che nell’anno 2008 non può più essere accettata nè perdonata.
Sono certo che molti ameranno Frontiere(s). Io rimango incazzato.
By cinemystic // lunedì, 27 ottobre 2008+11:12
politica, cinema, parigi, horror, cinema francese, splatter/gore, rubrica new visions, a lnterieur, orrori alla francese, frontieres
commenti (7)
permalink
ORRORI ALLA FRANCESE - Parte 2a
- MALEFIQUE -
L’ORRORE VIENE DALLA FRANCIA (parte seconda)
Questo post si riallaccia a quello precedente. Tra gli horror che avevo citato, nella descrizione di questa nouvelle vague francese (anzi francofona, sennò Davide mi bacchetta), c’era anche Malefique, di Eric Valette, il quale può essere considerato una sorta di precursore del movimento, essendo datato 2002, quindi antecedente ai vari film di Aja, Du Welz e compagnia.
E dunque, Malefique… quattro individui sono rinchiusi in una cella comune. Tra loro si instaurano amicizie, rivalità, rapporti ambigui, nella condivisione delle lunghe giornate in gattabuia. Abbiamo un imprenditore finito in galera per non ben definiti loschi affari, un ex professore che ha ammazzato la moglie e che ora non disdegna la sodomia, un ragazzo ritardato che si è mangiato la sorella, e un transessuale che non ha ancora ben capito se vuole essere uomo o donna. Un giorno i 4 scoprono dietro a una parete un antico libro di magia nera, scritto da un ex detenuto terrorizzato all’idea di invecchiare e alla ricerca della formula per trovare il segreto dell’eterna giovinezza, e si convincono di poter utilizzare quelle oscure pagine per decifrare i riti in esse contenuti e così evadere e ritrovare la libertà. 
Tutta qui, la trama. Un classico incipit sanguinolento in flashback, un’ora in cui l’azione rimane integralmente racchiusa tra le pareti della cella, e un finale piuttosto sorprendente. Unità di luogo e d’azione, dinamiche interpersonali, claustrofobia, esoterismo, paranormale, chiari e palesi rimandi lovecraftiani. Il tema del libro antico che racchiude al suo interno chissà quali innominabili e pericolosi segreti non è affatto nuovo, e Valette lo sa. Avendo a disposizione una trama risicata, tenta di tenere in piedi il film tessendo un clima piuttosto surreale, grottesco, guidato dai caratteri antitetici dei 4 personaggi, rischiando in un finale altisonante e fantasioso.
A una prima occhiata, pare che il tentativo vada a vuoto: Malefique sembra non decollare mai, il ritmo a tratti scompare e incombe la noia, alcuni situazioni risultano forzate e/o irrisolte. Vien voglia di buttarlo via. Ma in realtà non è proprio così, perché tutto sommato si resta quasi ipnotizzati, in una sensazione straniante e confusa, che in fondo regala una certa empatia con la narrazione. La risoluzione conclusiva è ardita ma divertente, un paio di buoni effetti speciali si lasciano apprezzare, e Valette dimostra una qualche qualità (anche se poi purtroppo pure lui si è venduto a Hollywood, per andare a realizzare l’inutile remake del miikiano The Call).

In sostanza, siamo di fronte a un film che non ha enormi pretese, e nemmeno grande qualità, ma che, se si entra un po’ nel suo clima vacuo, risulta alfine affascinante. E’ stato tra l’altro premiato in un paio di importanti festival di genere (Gerardmer e Fant-Asia), ed è da poco uscito in Dvd anche in versione italiana.
PS: la riflessione sul potere della parola, sui libri come strumento di vita e di morte, sulla fusione dell’uomo che entra materialmente nelle pagine del testo e viceversa, riporta piacevolmente alla mente, oltre a Lovecraft, anche il grandissimo Clive Barker, e i suoi indimenticabili racconti contenuti nei Books of Blood. Proprio come diceva lui, dall’alto della sua sapienza: “SIAMO TUTTI LIBRI DI SANGUE”…
By cinemystic // venerdì, 24 ottobre 2008+10:02
cinema, letteratura, horror, cinema francese, clive barker, cinema orientale, cinema americano, splatter/gore, malefique, orrori alla francese
commenti (2)
permalink
RUBRICA NEW VISIONS - ORRORI ALLA FRANCESE
RUBRICA NEW VISIONS À L’INTERIEUR – L’ORRORE VIENE DALLA FRANCIA Alexandre Aja, Fabrice Du Welz, Xavier Gens, Eric Valette, David Moreau, Xavier Palud, hanno creato un affiatato gruppo di lavoro talvolta interconnesso, che utilizza il genere horror come cartina di tornasole di paure comuni e quotidiane, e al contempo come estensione artistica della confusione culturale e sociale che regna da qualche anno nel territorio francese e più in generale europeo. I risultati sono apprezzabili, talvolta ottimi, come dimostrano il bellissimo e straziante Calvaire, l’interessante Ils-Them, i nuovi Frontiere(s) e Vynian, il cupo Malefique, solo per citarne alcuni. E così, da questa improvvisa e genuina nouvelle vague, esce fuori anche questo À l’interieur, diretto da Julien Maury e Alexandre Bustillo, uscito a metà 2007 in patria, visto in numerosi festival (è stato premiato a Sitges), inedito in Italia (ma si trova sul web sottotitolato in italiano). La trama è alquanto semplice: una donna prossima alla gravidanza, dopo aver perso 4 mesi prima il marito in un incidente stradale, trascorre in solitudine la notte della vigilia di Natale, in attesa dell’imminente parto. Dal buio spunta però un’altra misteriosa donna, che riesce a penetrare in casa sua e cerca in tutti i modi di ucciderla, per impossessarsi del suo bambino.
Durante gli 80 minuti scarsi di svolgimento della storia, le due donne giocano a guardia e ladro all’interno dell’abitazione, una per cercare di fuggire e salvarsi, l’altra per porre a termine il suo disegno di morte. Intervengono saltuari fattori esterni (la madre e un collega di lavoro della ragazza, alcuni poliziotti), ma la narrazione si concentra su queste due figure femminili, agli antipodi tra loro, una giovane quasi mamma timida e impacciata, silenziosa e provata dalle tragedie passate, e una dark lady tutta vestita di nero, in gothic style, che agisce con spietatezza fuori dal comune. Tutto in una notte, i due registi sfruttano le pareti, gli infissi, gli angoli, le ombre, gli oggetti della quotidianità, per portare avanti un racconto claustrofobico, serrato, ancor più inquietante perché privo di spiegazioni razionali. A far da sfondo alla vicenda, i disordini scoppiati nelle banlieuses parigine, la rivolta degli immigrati, le macchine date alle fiamme. Un sottofondo di matrice politica e xenofoba, secondo il quale la collettiva paura dell’altro, dello straniero, dell’esterno, è traslata metonimicamente nel terrore individuale di essere all’improvviso violati all’interno della propria protettiva abitazione. Dal punto di vista meramente strutturale, invece, À l’interieur spiazza completamente. Inizia come un horror d’atmosfera, lento e sussurrato. Ma poi, dopo 20-25 minuti, tutto cambia, e il film si trasforma in uno splatter/gore violentissimo, crudele, soffocante, che si avvale di copiosi e reiterati scoppi di sangue gorgogliante e di ogni genere di atrocità. Il sangue scorre a fiumi, con picchi di estremismo visivo che riportano a certo cinema giapponese (Takashi Miike e il suo Ichi The Killer, ad esempio), per giungere a un finale da capogiro, in cui si squarciano letteralmente viscere e organi interni. À l’interieur è quindi ovviamente vietato ai deboli di stomaco (e alle donne in dolce attesa), ma è un lavoro senz’altro meritevole di visione, attenzione e approvazione. Un orrore alla francese che sventra dal di dentro, e terrorizza dal di fuori.
Da qualche anno a questa parte è davvero nata una nuova scuola per quanto concerne l’horror francese. Autori giovani, spesso alle prime armi, che con mezzi relativamente limitati riescono a intessere storie forti, inquietanti, talvolta agghiaccianti, riallacciandosi alla tradizione di genere ma cercando al contempo di portare aria fresca e (in)salubre. 

Bustillo e Maury per fortuna rifuggono la moda imperante e ormai nauseabonda della perenne e traballante macchina a mano (alla Rec), preferendo utilizzare uno stile più classico, fatto di carrelli, campi fissi, movimenti lievi, e valorizzando le numerose e affascinanti tonalità cromatiche che il sangue e la luce naturale possiedono. Gli effetti speciali sono adeguati, le due attrici (Beatrice Dalle e Alysson Paradis) anche. Attenzione poi all’ultima inquadratura, una sorta di quadro in movimento che regala uno splendido effetto fotografico.
By cinemystic // mercoledì, 22 ottobre 2008+10:28
cultura, politica, cinema, horror, cinema francese, estremo, cinema orientale, rec , splatter/gore, rubrica new visions, a lnterieur, orrori alla francese
commenti (18)
permalink