CRONACA DAL TORINO FILM FESTIVAL
Direttamente dalla sala stampa del Torino Film Festival, riesco a trovare un buco tra un film e l’altro per aggiornarvi un po’ sulla cronaca dei miei primi 3 giorni, 3 giorni di classica e impareggiabile maratona festivaliera, che si dipana correndo da una sala all’altra, impazzendo per far concatenare gli eventi, saltabeccando da una visione all’altra alla ricerca di talenti, conferme, intuizioni, idee ed emozioni riflesse nel buio delle sale… E dunque:
SABATO 22 NOVEMBRE = Arrivo a Torino a metà mattinata (con un’ora di ritardo per colpa dei soliti maledetti non funzionanti treni di questa orrenda nazione). Volo a prendere il pass stampa ed entro subito in sala per la prima visione: Kurus, film fuori concorso proveniente dalla Malesia, diretto da Woo Ming Jin, che l’anno scorso aveva vinto il premio della giuria qui a Torino per The Elephant and the Sea, film che non mi era affatto piaciuto. Questa volta il regista raddrizza il tiro, e mette in piedi un lavoro godibile e apprezzabile, raccontando con giusta parsimonia stilistica la tenera e dolce storia di un ragazzo quindicenne sommerso dai tipici problemi dell’adolescenza, che ritrova però sorrisi e stimoli di vita innamorandosi della sua bella insegnante d’inglese.
Dopo una breve pausa rientro in sala per assistere subito a uno degli eventi più attesi dell’intero festival, l’incontro tra Nanni Moretti e Roman Polanski. Vedere a pochi metri da me Polanski è un’emozione vera, intensa, essendo lui autore di un cinema che amo profondamente. L’incontro dura quasi due ore, e ci offre una vera e propria lezione di cinema e di vita. Moretti incalza l’ospite con una sfilza infinita di domande riguardanti infiniti aspetti della sua carriera, e Polanski delizia la platea con una miriade di storie, aneddoti, rivelazioni. Quasi tutti i suoi film sono tirati in ballo, la sua lunga e splendida carriera è sviscerata nel profondo, e Polanski, parlando un po’ in italiano un po’ in francese, dimostra un carisma e una simpatia inimitabili. Racconti adorabili, battute pungenti, risposte sagaci, bonarie prese in giro allo stesso Moretti che ovviamente sta al gioco, stralci di cinema puro, divertimento continuo. Due ore di “lezione” in cui la platea è catapultata in una deliziosa ipnosi. 
Concluso l’incontro, mi dirigo in un’altra sala e mi gusto Lo spione (Le Doulos), famoso noir del 1962 di Jean-Pierre Melville (a cui è dedicata una delle retrospettive del festival), con un Jean-Paul Belmondo in gran forma. Nonostante la stanchezza imperante (sono ormai le 8 di sera e io sono in ballo dalle 8 del mattino) trovo poi ancora il tempo per andare in un’altra sala a vedere il primo film in concorso, Non-Dit, della belga Fien Troch. Molto positivo il giudizio: un dramma di perseverante intensità, che racconta l’impossibilità per due genitori di accettare la scomparsa della propria figlia e di ridare un senso a una vita ormai disintegrata. Emozioni, lacrime, sguardi vacui, parole non dette, frasi smorzate, primi piani insistiti, prospettive sfocate, il tutto ripreso con una stile rabbiosamente intimista che mi riporta alla mente il cinema di Lodge Kerrigan (nonché il meraviglioso
DOMENICA 23 NOVEMBRE = Mi concedo un po’ di sonno in più per recuperare la fatica del sabato, e parto all’ora di pranzo con un altro film in concorso, l’inglese Helen. Sorta di bizzarro noir alla ricerca di un’adolescente misteriosamente scomparsa nel nulla, ambientato tra le foglie cadenti dei parchi britannici, il film si perde in un senso d’incompiutezza, di obiettivi raggiunti a metà, di vuoti colmati alla rinfusa, e mi convince molto poco.
A metà pomeriggio è la volta di un altro evento per me attesissimo: Il Pianista, di Roman Polanski. Film che adoro con ogni mia fibra, che chiaramente già conosco a menadito, ma che voglio assolutamente rivedere per l’ennesima volta, con l’ausilio della proiezione in lingua originale e di uno schermo mastodontico (siamo infatti nella sala più grande del festival). A presentare il film interviene lo stesso Polanski, accolto da una vera e propria standing ovation, e per due ore e mezza la tragedia straziante delle immagini e la sofferenza scavata sul volto di Adrien Brody riescono a mantenere l’intera sala in un silenzio partecipe e commosso. Altro applauso strosciante durante i titoli di cosa, ennesimo mai abbastanza grande tributo a un film meraviglioso e a un uomo di cinema straordinario.
Infine, terzo e ultimo film della giornata, è il messicano Lake Tahoe, di Fernando Eimbcke, fuori concorso. A metà tra commedia e dramma familiare (a quanto pare il leit-motiv del festival, scelto da Moretti per evidente attinenza con la sua visione del cinema), è la piccola storia di un ragazzo che sfascia la macchina del padre come gesto di rabbia nei confronti della di lui morte, e che poi per trovare il pezzo di ricambio necessario per aggiustarla si trova ad avere a che fare con tutta una serie di personaggi inconsueti e bizzarri. Da una parte, pare di ritrovare in Lake Tahoe il gusto per il minimalismo surreale di Kaurismaki, e dall’altra, mi torna un po’ in mente l’odissea soffocante del bimbo di Dov’è la casa del mio amico? di Abbas Kiarostami. Il risultato complessivo è tutto sommato discreto.
A metà del pomeriggio, mentre guardavo Polanski, mi dicono che in un’altra sala un gruppo di manifestanti fa irruzione e interrompe per qualche minuto una proiezione, per protestare contro il ragazzo morto il giorno prima in una scuola di Rivoli. Ho la mia idea sull’accaduto, ma preferisco lasciar perdere; in questa sede mi limito al cinema. 
LUNEDI 24 NOVEMBRE = Questa volta affronto le intemperie, il freddo e le non sufficienti ore di sonno per essere in sala già alle 9.30 del mattino, a visionare il fuori concorso New Orleans Mon Amour, di Michael Almereyda (autore alcuni anni fa dell’interessante Nadja, horror vampirico prodotto da Lynch). La storia di una coppia, un medico e una giovane volontaria che sgombra le macerie dell’uragano Katrina. Un amore che se ne va, poi ritorna, poi pare scappare di nuovo, in un gioco a elastico sul rapporto di coppia e i contrasti forse insanabili che esso comporta. La tragedia sociale e il dramma individuale si fondono insieme, in un film che sperimenta diversi stili di scrittura e visione, non sempre efficaci e solidi. Almereyda comunque sa il fatto suo, e riesce fino alla fine a tenere in piedi la narrazione senza spezzarne il filo conduttore.
Esco dalla sala e ci rientro immediatamente per un altro film in concorso, l’americano Prince of Broadway, di Sean Baker. Ancora una famiglia sospesa (un uomo di colore, venditore di vestiti e borse contraffatte, si ritrova all’improvviso tra le mani un figlio che nemmeno sapeva di avere), una storia giocata sull’improvvisazione, sulla degradazione urbana, sul linguaggio di strada, su esistenze in bilico tra povertà e illegalità, su solitudini e false virilità. Interessante a tratti, divertente in qualche punto, ma decisamente troppo cacofonico e a lungo andare pletorico, salvo un finale comunque ben pensato.
Ora sono qui a scrivere, dopodichè mi ributterò nell’arena, e andrò probabilmente a vedere Les Enfants Terribles di Melville, o forse Mona Lisa di Neil Jordan, o magari il polacco Katyn di Andrzey Wajda…in realtà ancora non ho ancora deciso! Intanto vi saluto, e spero nei prossimi giorni di poter aggiornare ancora queste pagine…
Ieri Moretti, microfono alla mano, ha detto una frase che ben riassume lo spirito festivaliero: “chi frequenta i festival sa bene che durante queste giornate noi viviamo in un mondo a parte, impermeabile agli eventi esterni. Non sappiamo nulla di ciò che accade al di fuori, perché siamo in una bolla”. Sì, hai ragione Nanni: durante i festival siamo in una bolla, una bolla entro cui viaggiamo in una catarsi un po' delirante… con il viso scavato dalla stanchezza, ma con tanta e tanta soddisfazione.
By cinemystic // lunedì, 24 novembre 2008+14:30
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