CULT COLLECTION - HAPPINESS

CULT COLLECTION

- HAPPINESS -

Una ragazza trentenne, bruttina e sgraziata, senza vita sociale e senza futuro, derisa e umiliata dalla vita, che può solo lavorare nel telemarketing ed essere concupita e derubata da un russo senza scrupoli. Una scrittrice di successo che rimpiange di non essere stata stuprata quando era bambina, non avendo così materia reale con cui rimpolpare i sordidi racconti che inventa. Un sessuomane rauco e balbettante, che non trova sfogo alle sue incontenibili voglie. Un ragazzino che vorrebbe a tutti i costi “venire” per la prima volta e non ci riesce. Un educato padre di famiglia che in realtà nasconde chiare inclinazioni pedofile, tanto da drogare l’amichetto undicenne del figlio per poi abusare di lui (fuori campo, per fortuna). Due coniugi che dopo quarant’anni di matrimonio si detestano fino al punto di tentare di separarsi. Una donna obesa e bulimica, che odia il sesso, vorrebbe solo un abbraccio, e finisce con l’uccidere e fare (letteralmente) a pezzi chi attenta alla sua abbondante carne.

 

Questi sono gli ingredienti di Happiness, di Todd Solondz, anno 1998. Un cocktail a base di puro acido solforico, corrosivo come pochi, estremo e ineluttabile. Rifiutato al Sundance Festival per la durezza di ciò che racconta, e di come lo racconta, ma premiato a Cannes, si propone come una commedia nera di travolgente impatto ideologico, in grado di smitizzare con pugnalate continue e impietose ogni anfratto dell’American Way of Life. E riesce benissimo nel suo intento. C’è poco da ridere, ma non c’è nemmeno da piangere. Solo da guardare, ascoltare, e riflettere. Impossibile rimanere indifferenti, di fronte a un film che tratta temi scottanti come la pedofilia con un linguaggio coraggioso e scaltro, come forse mai nessun altro aveva azzardato, almeno non con questa concretezza d’intenti.

Solondz usa i dettami del film corale, per giostrare in montaggio alternato queste microstorie che hanno al loro centro una serie di figure sfortunate e represse, combattute e destinate all’autodistruzione. Reietti della società, che in un modo o nell’altro ruotano le loro sciagure e la loro universale solitudine attraverso le varie diramazioni del sesso. Penetrazioni bacate, mancate, anelate, inseguite, rimpiante, subite. A ognun di loro, un trauma differente. Nel mezzo, elementi solitamente invisibili nel mondo del cinema, che qui invece trovano spazio e rappresentazione (ad esempio, lo sperma).

Visione disturbante, oltraggiosa, eppure convincente, per la tenacia e l’intelligenza con cui Solondz se ne frega delle convenzioni e dell’Inquisizione perbenista per riflettere su temi scottanti che in fondo circondano ognuno di noi. Attori adeguati, tra cui spiccano una revidiva ex missis Twin Peaks Lara Flynn Boyle, e il solito puntuale Philip Seymour Hoffman (nei panni del ninfomane represso, con cui tratteggia un personaggio perfettamente antitetico all’imperioso “distruttore di vagine” di Tom Cruise in Magnolia).

Forse un po’ prolisso, eppure sempre lucido nel disintegrare le nostre certezze quotidiane, e nel dissotterare e calpestare gli orrori nascosti che la squallida classe borghese nasconde in un cassetto nel nome del quieto vivere. Capace nonostante tutto di qualche momento perfino dolce e romantico, e ben più avanti del cinema finto-intellettualoide di Wes Anderson o del sarcasmo acqua e sapone di un Little Miss Sunshine. Più significativo anche del pluripremiato (e pur godibile) American Beauty.

Due ore ipnotizzanti, in crescendo, e poi ultimi 15 minuti straordinari, con un pre-finale (la confessione senza pentimento del padre malato) terrificante e inimmaginabile per qualunque sceneggiatura regolata dalle comuni leggi censorie, e un finale (il trionfo dell’orgasmo) a dir poco esilarante, da applausi.

Un gioiello. L’ennesima dimostrazione che, a parte qualche mostro sacro (Eastwood, Mann), e qualche (pochi) autore giovane di talento (Thomas Andersson, Fincher), solo nella nicchia indipendente il cinema americano riesce a tirare fuori piccoli grandi film veramente utili e importanti.

Per chi non l’avesse visto, recuperatelo. A tutti i costi !

By cinemystic // lunedì, 16 marzo 2009+13:35
amore, cinema, societa, sesso, happiness, premiazioni, estremo, cinema americano, rubrica cult collection
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Cinemystic: parole di cinema, parole di Arte, in piena libertà, senza paure e senza censure. Un occhio limpido verso il mondo, le immagini, le note, le passioni.

Chi sono

Utente: cinemystic
Nome: Alessio Gradogna
Un critico cinematografico, un uomo innamorato dell'Arte, che ha voglia di dire quello che pensa, senza inibizioni. Sono nato nel 1978, in un ameno paese della provincia di Vercelli. Ho iniziato ad appassionarmi di cinema, in particolare di cinema horror, sin dalla giovane età (quando avevo 8/9 anni non mi perdevo una puntata di Zio Tibia, e a 11 anni, appena posseduto il mio primo videoregistratore, andavo in videoteca a noleggiare film tipo Re-Animator e altri splatter-gore di quel genere). Mi sono diplomato in Ragioneria, e poi ho frequentato la facoltà di Lettere a Vercelli. Ho iniziato a occuparmi seriamente di cinema frequentando alcuni corsi all’Università, e studiando molto anche da autodidatta, leggendo manuali e opere di saggistica, guardando centinaia di film, e scrivendo la mia tesi di laurea, intitolata “La rappresentazione filmica del Dracula di Bram Stoker”. Mi sono laureato nel 2002, e nel contempo ho mosso i primi passi nell’attività di critico scrivendo recensioni e articoli vari per l’ora defunto portale Horrorcult. Nel 2004 ho vinto una delle sezioni del concorso nazionale di critica “Giovane e Innocente”, grazie a un articolo intitolato “The Addiction: la tragedia assoluta”. Sempre nel 2004 ho iniziato a collaborare con il sito EffettoNotte di Torino e con il rinomato web magazine Sentieri Selvaggi di Roma (una delle riviste più seguite in Italia), per il quale sono responsabile della rubrica “Horror & SF”. Dopo oltre tre anni collaboro ancora con entrambi i siti, scrivendo recensioni, articoli di approfondimento e reportage dai festival sparsi in giro per l’Italia ai quali partecipo come accreditato stampa. Mi occupo di cinema a 360°, sempre con una particolare specializzazione per l’horror ma spaziando in tutti i generi della Settima Arte e in tutte le epoche. In questi anni sono usciti miei articoli anche sul sito FilmHorror e sulle riviste cartacee Nocturno e Inside. In tutto, dal 2003 ad oggi, ho pubblicato circa 150 articoli. Nel 2006 sono stato membro della giuria in qualità di critico durante il Pesaro Horror Festival, e ho pubblicato, per la casa editrice Falsopiano, il mio primo libro, scritto a quattro mani con l’amico e collega Fabio Tasso. Si intitola “Tokyo Syndrome – Le nuove frontiere dell’horror giapponese”, e abbiamo effettuato conferenze di presentazione del libro a Pesaro (Pesarhorrorfest), Ravenna (Nightmare Film Festival), Torino (Torino Film Festival) e Roma (Cineclub Detour). Posseggo una bella cineteca, di cui mi vanto, di quasi 2000 film. Negli scorsi mesi ho infine scritto, questa volta da solo, il mio secondo libro. Si intitola “I dannati e gli eroi – Il cinema di Guillermo Del Toro”, ed è stato appena pubblicato dalla casa editrice Il Foglio di Gordiano Lupi. Oltre al cinema, ho infinite altre passioni, su tutte: la musica, la letteratura, il tennis, l’erotismo, l’Arte in ogni suo respiro. Per contatti, critiche, opinioni, proposte di collaborazione, potete contattarmi direttamente anche alla mail: alessio.gradogna@hotmail.it


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