Ormai già da un mese si è concluso il 2008, anno tutto sommato altalenante per il cinema horror internazionale. Da un lato, le pellicole uscite nell’annata appena conclusa hanno confermato una tendenza ormai in voga già da tempo: il pubblico ha voglia di horror, e registi e produttori se ne sono accorti.
Gli edulcorati ed insopportabili teen-slasher post-Scream di fine anni ’90 e inizio 2000 hanno lasciato spazio a un nuovo desiderio di sangue filmico, e violenza, gore, splatter, hanno rincominciato ad affollare le sale (e soprattutto l’home video) reclamando il proprio decisivo e conturbante ruolo. Caos, anarchia, ribellione, piaghe sociali, assalti all'intimità, infanzie violate: horror specchio fedele dell’andamento del mondo in cui viviamo? Sì, come sempre.

Dall’altra parte, però, si conferma anche la difficoltà, soprattutto per gli sceneggiatori, d’inventare strade nuove, nuovi Miti, nuove tendenze; spesso si tende, ancora e sempre di più, a rifugiarsi nel passato, nella riproposizione del già visto, sovente con varianti minime o nulle. Lo dimostra, ovviamente, la soffocante febbre da remake, che pare non avere fine, e i tanti altri film che fingono sorprese o novità per poi rivelarsi, agli occhi dello spettatore un minimo esperto, nient’altro che scopiazzature e plagi di capolavori gloriosi che sarebbe meglio lasciar riposare in pace.
In sostanza, quindi, la voglia di horror c’è, eccome. Lo splatter è tornato (anche se in questo senso il periodo d’oro che possiamo racchiudere tra il 1982 e il 1993, in pratica da Evil Dead a Braindead, è irrangiungibile). Le idee veramente intriganti, però, scarseggiano assai.
Personalmente, riguardo alle mie visioni, dividerei l’horror 2008 (prenderò però in considerazione anche alcuni film usciti in realtà nel 2007, che io però per un motivo o per un altro ho visto in ritardo), secondo alcune categorie riassuntive:
Delusioni cocenti, tremende, indifendibili, che non possono essere salvate in nessun modo: La terza madre, Rec, Doomsday, Io sono leggenda, E venne il giorno, Vacancy, Riflessi di paura.
Pellicole con elementi buoni e altri meno, che mi hanno convinto ma solo in parte, o non del tutto: Diary of the Dead, Halloween The Beginning, Death Proof, Frontiere(s), Il nascondiglio, The Rage, Midnight Meat Train.
Belle sorprese, piacevoli conferme, lavori riusciti, applauditi e convincenti: Eden Lake, Rogue, Ghost Son, Stuck, Hostel 2, Planet Terror, 28 settimane dopo.


Ho lasciato poi volutamente da parte 4 titoli, che meritavano un discorso a sè. 4 splendidi film, sicuramente di livello superiore. Diversissimi tra loro, accomunati solo dall’assoluta bontà della loro realizzazione. Gli unici titoli realmente indispensabili di questi ultimi mesi. E allora, eccoli, non in ordine di merito, bensì di (mia) visione:
THE MIST: la migliore trasposizione kinghiana degli ultimi anni. Ancora una volta Darabont dimostra di saper interpretare il maestro del Maine meglio di chiunque altro. Un film tesissimo, senza respiro, avvolto in una nebbia densa e realmente inquietante, con il finale emotivamente più devastante che si sia visto sullo schermo da lustri.
A’ L’INTERIEUR: alla faccia di tanti beoni idioti che popolano il web, e che giudicano immondizia tutto ciò che viene dalla Francia... solo perchè viene dalla Francia. Il film di Bustillo e Maury conferma la piena vitalità di questa piccola ma intrigante nouvelle vague transalpina: splatter puro, senza tregua, senza affetti, con coraggio, ritmo, idee e talento.
THE GIRL NEXT DOOR: il film più tremendo, scioccante, crudele, sconvolgente, ferino ed estremo che io abbia visto da tanto e tanto tempo. Anche per chi è abituato a visioni “forti”, il film di Gregory Wilson è una sfida ai propri limiti, al proprio stomaco, alla propria sopportazione mentale e visiva. Si vorrebbe solo chiudere gli occhi, urlare di dolore e liberarsi immediatamente di questo film incredibile, un incubo così realistico che ti entra nelle viscere per non andarsene mai più.
LASCIAMI ENTRARE: finalmente un titolo che ridà lustro all’annacquato Mito del Vampiro al cinema. Recupero della tradizione e aggiornamento all’attualità, fusi insieme in un film bello, tattile, soffice come la neve di Svezia, romantico, intelligente, ipnotizzante, delicato, riflessivo. Lontano anni luce da tutte le porcate vampiriche adatte solo a ragazzini celebrolesi che hanno infestato gli schermi negli ultimi anni. Un piccolo miracolo.
Tra inevitabili accordi e disaccordi, vi lascio nella speranza che il 2009 possa offrire un qualcosa di buono. Con coraggio, voglia di osare, e idee nuove, se possibile. Buone visioni.
By cinemystic // martedì, 03 febbraio 2009+18:51
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Oggi vorrei parlarvi di due recenti film horror, in completa antitesi riguardo a finalità d’esecuzione e modalità stilistiche. L’osannato Rec, di Jaume Balaguerò e Paco Plaza, e il poco considerato Ghost Son, di Lamberto Bava.
Due film agli antipodi anche riguardo all’accoglienza loro riservata al momento dell’uscita. Rec è passato al Festival di Venezia, seguito da un alone di grande curiosità, ed è poi approdato nelle sale italiane con successo di pubblico e critica. Ghost Son, il ritorno al cinema horror di Bava dopo tanti anni di Fantaghirò e dabbenaggini televisive varie, è passato quasi inosservato, e comunque è stato distrutto dalla maggior parte dei giudizi. Eppure come al solito io vado controcorrente, e valuto questi due film in maniera radicalmente differente.
Cominciamo da Rec. Caro Balaguerò, è facile vero fare un film sconvolgente, innovativo, destabilizzante, capace di entusiasmare i giovani e di inquietare i meno giovani, utilizzando materiale unicamente riciclato da altri film? Già, perchè se lo si guarda con un minimo di attenzione, e a un livello di lettura lievemente meno superficiale di quanto molti abbiano fatto, non è difficile accorgersi che questo osannato Rec è sia tecnicamente che narrativamente un minestrone riscaldato di cose già viste e riviste. 
Il tema del meta-cinema, del film dentro al film, dell’operatore che riprende con la macchina a mano tutto ciò che accade travalicando la consueta barriera visiva che divide regista e spettatore, del reportage giornalistico simil reality show che diviene opera filmica, era già stato sdoganato qualche anno fa da The Blair Witch Project. L’idea del potere mortifero del cinema, della follia di continuare a filmare fino all’ultimo istante rischiando la propria vita pur di immortalare gli eventi, ce l’aveva già compiutamente esplicata il buon Deodato in Cannibal Holocaust. 30 anni fa. L’atteggiamento comportamentale delle vittime del contagio, rabbiose e dalle reazioni incontrollate, parte da Romero e arriva a copiare pari pari i non morti di Snyder (L’alba dei morti viventi) e Boyle (28 giorni dopo), e pure le creature di Marschall (The Descent). Il misterioso virus che fugge al controllo razionale dell’uomo si è già visto in decine di altri film (da Monkey Shines in giù). Eccetera eccetera.
A ciò aggiungiamo che la tensione si stempera già dopo i primi 15-20 minuti, che molti snodi narrativi sono artificiosi e ben poco credibili, e che il finale è posticcio e incollato lì tanto per dovere. In conclusione, le uniche due cose realmente interessanti di Rec sono la sequenza finale, con la telecamera impostata sulla visione notturna e l’apparizione di una specie di donna-mostro che fa decisamente ribrezzo, e la giovane attrice protagonista, Manuela Velasco (la reporter Angela), che ho trovato di una bellezza tanto soave quanto profondamente erotica. Per il resto a mio parere, dopo gli insipidi Nameless e Darkness, Balaguero si conferma un regista fortemente sopravvalutato, e fondamentalmente inutile.
Non che Ghost Son sia un film privo di difetti. Anzi. Il ritmo talvolta latita, alcuni effetti speciali sono fin troppo grezzi, la trama in qualche punto s’impantana, e la protagonista, miss Mulholland Drive Laura Harring, è tanto bella e carica di sessualità quanto non particolarmente espressiva. Eppure si respira un’idea di cinema retrò, nel senso positivo del termine, che ci riporta a tante case maledette e a tanti spiriti inquieti degli anni ’70 e ’80. Si sente un profumo di horror in seconda serata, di vhs noleggiate in videoteca o scambiate con amici cinefili. E non siamo di fronte alla fredda riproposizione di schemi già visti, perchè Bava si sforza di apporre idee originali e tutto sommato interessanti, anche se non sempre sono compiutamente sviluppate. 
La regia sa il fatto suo, la messinscena è elegante, si lasciano apprezzare alcune piccole invenzioni (tipo un’inquadratura della Harring che entra nella vasca da bagno ripresa da sotto i piedi), la componente etnica ed esotica (l’Africa con i suoi totem e i suoi odori) dona un contorno gustoso fondato sulla teoria antropologica dell’animismo, l’incastro di generi (dramma, fantastico, thriller, melò) tutto sommato funziona, e insomma, si nota un tentativo magari modesto ma sincero di fare del buon cinema, e di omaggiare l’horror con amore e convinzione.
In sostanza, Ghost Son è genuino e nostalgico vintage, mentre Rec è pura iperbole decostruttivista, casinara e farlocca. Io mi tengo il passato.
By cinemystic // martedì, 08 luglio 2008+08:42
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