In programmazione in questo periodo su Sky questa miniserie in due puntate, diretta da Alex Infascelli e sceneggiata da Paola Barbato (una delle autrici del fumetto Dylan Dog).Apprezzabile il tentativo di Sky, che dopo aver prodotto Quo Vadis Baby? e Romanzo Criminale cerca di dare nuova linfa vitale alla fiction, allontanandola un po' dallo squallore e dall'inettitudine che caratterizzano la povertà dei prodotti che infestano la Tv pubblica italiana. La fiction ha ucciso il cinema in televisione, ma gli spettatori nostrani sembrano non accusarne il colpo, gettandosi anzi in massa alla visione delle vuote bruttezze che ogni sera riempiono i palinsesti dei canali terrestri.
Sky e in questo caso Infascelli provano ad andare oltre, a fare un qualcosa in più, a modernizzare il linguaggio della fiction avvicinandola maggiormente al cinema, sia sul piano dei contenuti che su quello visivo. Onore a loro per questo.
Nello specifico, Nel Nome del Male, due puntate di circa 75 minuti l'una, è ambientato in un piccolo paese del Nord-Est, e racconta la storia di un padre di famiglia, dirigente di un'azienda di calzature, e del proprio figlio sedicenne, Matteo, che all'improvviso scompare nel nulla. La sparizione del ragazzo provoca l'esplosione di vecchie ruggini all'interno del nucleo familiare (la moglie accusa il marito di aver provocato la volontaria fuga del figlio, e se ne va di casa), e il padre si ritrova solo e disperato. Non aiutato nemmeno dallo scetticismo della polizia locale, inizia ad effettuare per conto proprio le indagini, lotta con tutte le sue forze per scovare notizie utili, e parte alla caccia di Matteo, finendo poco alla volta per immergersi in un mondo oscuro di cui nemmeno sospettava l'esistenza, quello delle sette sataniche.

A dare volto e anima al film, un inedito Fabrizio Bentivoglio, sobrio e misurato, quasi mai sopra le righe, forse fin troppo trattenuto, ma comunque sempre capace di grande e indiscussa professionalità. Nelle rughe del suo viso segnato dalla disperazione si annidano i veri significati di un film tv che prova ad analizzare gli spettri del fallimento del rapporto padre-figlio, della solitudine, della connivenza di presunti amici che tali non sono, della falsità che lega i rapporti tra gli abitanti di un piccolo paese di provincia, del Male che si annida all'interno di un microcosmo in cui dietro la facciata perbenista si nascondono ignominie insospettabili.

La prima parte del racconto, di pura ambientazione e preparazione, è forse la migliore, compatta al punto giusto, intensa senza mai strafare. La seconda, quando la vicenda entra nel vivo e si avvia verso la risoluzione, è un po' più sfilacciata, e non sempre trova la giusta coesione narrativa. Il finale è strappato via troppo in fretta, ma si lascia apprezzare per il coraggio.
Infascelli da corpo a una regia sicura, che non tentenna mai, e che come detto prova ad affrancarsi dalla banalità artistica delle normali fiction per dotarsi di maggiore fantasia compositiva. Forse in qualche punto si lascia andare a qualche vezzo di troppo, ma il suo lavoro è apprezzabile.
Il mondo del satanismo è in realtà per certi versi soprattutto un pretesto, anche se nella seconda parte diventa il fulcro del racconto. In qualche sequenza ci si avvicina all'horror, e Infascelli, lavorando con le sensazioni, con il mistero, e con i colori del buio, riesce a provocare qualche sana inquietudine, pur senza mai scivolare nel sensazionalismo fine a se stesso.

Nell'ultima parte la sceneggiatura prova anche a fornire interessanti (ma non abbastanza approfondite) riflessioni sul vero significato del satanismo, che va ben oltre ai ridicoli stereotipi (le croci rovesciate, la testa da caprone, i rituali orgiastici, l'odio per la religione cristiana), per dedicarsi invece all'appropriazione di una coscienza individuale che pone il soggetto come unico Dio di se stesso, come unico supremo padrone della propria anima, e classifica il sangue come fonte e simbolo di vita e potere.
In sostanza, pur con qualche difetto, Nel nome del male è un'opera fresca, che mostra idee e coraggio, e che quindi merita la giusta considerazione.
By cinemystic // venerdì, 10 luglio 2009+12:20
cultura, cinema, horror, cinema italiano, film per la tv, nel nome del male
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Lars Von Trier è un genio, un pazzo, una farsa, un ingannatore? Annoso quesito, che da sempre divide la critica. La risposta, come sempre in questi casi, non esiste, perchè ognuno ha la sua. Personalmente, pur con qualche riserva, ho sempre apprezzato il suo cinema. Ho amato molto Le onde del destino, Dancer in the Dark, Dogville, apprezzato L’elemento del crimine, Idioti, e Il grande capo, storto un po’ il naso verso altri lavori come Medea e Manderlay. Complessivamente seguo da sempre con affetto Von Trier, pur non considerandolo un maestro assoluto (alla stregua di un Lynch o di un Cronenberg, tanto per dire).
Ho finito ieri di guardare The Kingdom, e ne sono rimasto soddisfatto. Innanzitutto è evidente come quest’opera sia stata per il regista danese un puro divertissement (e in pratica ce lo dice chiaramente lui stesso in quel messaggio ironico e autoreferenziale posto durante i titoli di coda). In secondo luogo, questo (tele)film dimostra l’abilità di Von Trier di trasvolare i generi per farli correre lungo binari paralleli pronti in ogni momento ad
intersecarsi e ribaltarsi, annullarsi e farsi doppi. Horror, satira sociale, thriller, soap opera, acida commedia, un melange che in qualche momento soffre di ruvidezza nel dipanarsi della narrazione e s’impaluda in qualche tempo morto di troppo, ma che nella sostanza avvince e non poco. I punti di contatto con quel capolavoro che è Twin Peaks ci sono, ma neanche più di tanto. Perchè il mondo di Lynch è un abisso di orrore profondo, un inferno di torture e anime corrotte, un sottobosco di umana bestialità, mentre il microcosmo ospedaliero di The Kingdom viaggia a livelli ora sottesi ora evidenti in un enorme gioco, in cui tutto è stemperato dal riso e dal grottesco.
Nonostante un’autocompiacimento di fondo a volte eccessivo, Von Trier si bea di scelte di sceneggiatura felicissime: geniali e realmente inquietanti gli inserti con i due lavapiatti affetti da Sindrome di Down che dall’alto della loro splendida genuinità analizzano gli eventi e ne profetizzano il seguito; da brividi alcuni attimi di puro horror con apparizioni fantasmatiche che paiono ricondurre al J-Horror contemporaneo (che Nakata e Shimizu abbiano in qualche modo preso ispirazione dal danese? Chissà, teoria difficile ma non impossibile); realmente esilaranti alcuni dialoghi in cui Von
Trier attacca ferocemente la sua Danimarca e dimostra, secondo me, al di là dei tristissimi drammi a cui ci ha abituato, di essere un potenziale ottimo regista da black comedy; e poi, qui e là, guizzi inebrianti e sorprendenti (il carretto fantasma che ovviamente cita il capolavoro di Sjostrom del 1921, il parto finale di cronenberghiana memoria), e l’uso dello stile Dogma (nel montaggio, nella fotografia) mai come in questo caso pienamente adatto a ritrarre icasticamente la materia narrata.
Insomma, con The Kingdom quel buontempone di Von Trier si è divertito, eccome. Ma ci divertiamo anche noi, e questo è ciò che più conta. Vale senz’altro la pena di immergersi per 4 ore nei miasmi del “regno”.
Ora valuterò se fermarmi qui o se guardarmi anche The Kingdom II. Nel caso, ne riparleremo.
By cinemystic // sabato, 29 marzo 2008+10:30
cinema, horror, lynch, the kingdom, film per la tv
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Segnalo che su www.effettonotteonline.com è uscito un mio articolo riguardante "Il Petroliere" di Paul Thomas Andersson, articolo che riprende e approfondisce la recensione pubblicata in questo blog.
In queste sere mi sto riguardando (purtroppo a pezzi, per il poco tempo a disposizione) The Kingdom di Lars Von Trier (nella versione cinematografica lunga 3h 55'). Io sono e sono stato un fan assoluto di Twin Peaks, che giudico il miglior film per la Tv mai concepito. Il tormentone "chi ha ucciso Laura Palmer", il suo prurigginoso diario segreto ebbro di scabrosità e animalesco erotismo, il terrificante mostro Bob, la donna col ceppo, l'ipnotica e meravigliosa soundtrack di Badalamenti, e tutti gli altri surreali personaggi fuoriusciti dalla mente intraducibile di quel genio assoluto che è Lynch, hanno segnato indelebilmente la mia giovinezza. Sicuramente l'opera di Von Trier ha dei punti in comune con il capolavoro lynchiano, anche se parte da basi linguistiche ben differenti. Rimando comunque un giudizio più completo a visione ultimata.
Fuoco cammina con me...
By cinemystic // giovedì, 27 marzo 2008+13:39
cinema, sesso, lynch, film per la tv
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