- NEW VISIONS -
HOUSE OF FLESH MANNEQUINS
Dove risiede il confine tra Arte e Pornografia? Dove crolla la separazione tra sogno e realtà? In quale momento il gusto per l'immagine può trasformarsi in paranoia e follia? Quando l'occhio umano scivola negli oscuri meandri della perversione?Sono alcuni dei temi trattati da House of Flesh Mannequins, primo lungometraggio di Domiziano Cristopharo, finalmente uscito in Dvd dopo mesi di attesa per alcune controversie produttive e distributive.
Cristopharo ha alle spalle una lunga esperienza come attore e regista teatrale, performer di Body Art, aiutante regista e ideatore di effetti speciali per il cinema, e in questo suo primo film, girato tra Roma e Los Angeles, ha potuto dare sfogo a tutte le sue ossessioni, dimostrando grande talento e sicurezza di sè.
Oggetto filmico quasi inclassificabile, House of Flesh Mannequins, in cui l'horror muta e rinnova se stesso in un'opera totale che abbraccia vari contesti per offrire un quadro visivo surreale e ipnotico, delirante e coinvolgente, inquietante e innovativo.

La trama, che in certi momenti assume un ruolo peraltro quasi marginale, soffocata dalle mille derivazioni estetiche della pellicola, tratta la storia di Sebastian Rhys, fotografo di professione, cresciuto tra disturbi psicologici causati dalle idee malsane del padre. Svolge il suo mestiere giocando sul filo del pericolo e dell'illecito, filmando snuff movies e scene di reale sesso e violenza. Un giorno conosce la vicina di casa Sarah Roeg, affascinante e giovane donna con un padre quasi cieco, che sogna di pubblicare romanzi per bambini, e poco alla volta è costretto a farla entrare nel suo mondo... Un mondo in cui l'istinto prevale sulla razionalità, e l'ossessione per l'immagine travalica i muri della società per esplorare tumultuosi oceani paralleli.
Sebastian vive perseguitato dai fantasmi del suo passato, e di un presente senza amore che allo stesso tempo lo travolge e disgusta, entusiasma e uccide. La carne e il sangue dominano i suoi pensieri, e la ricerca del sensazionalismo estremo è il solo modo per catartizzare la dilaniante sofferenza che lo accoltella giorno dopo giorno. Sarah è invece una ragazza apparentemente dolce e buona, che però cova in sè una metà oscura pronta a esplodere.

Intorno a loro, si muovono figure surreali e misteriose, grottesche e rivoltanti, suadenti ed eccitanti: venditori di morte, nani, mostri umani, donne bellissime, spettri senz'anima, uomini che nella (letterale) deformazione del proprio corpo trovano il senso ultimo dell'esistenza. In questo profluvio di sensazioni, lo spettatore è costretto a immergersi in un viaggio iniziatico attraverso un "teatro della crudeltà" che abbatte le barriere del conformismo, per sconfinare in territori vacui in cui si polverizza ogni confine tra realtà e sogno, veglia e incubo.
Davvero un film interessante, House of Flesh Mannequins. Cento minuti pieni di idee, suggestioni, azzardi, sperimentazioni visive mai soffocanti. Chiari ed espliciti sono i riferimenti a Peeping Tom di Michael Powell, vero e proprio modello filmico da cui trarre ispirazione, ma sono presenti anche più o meno evidenti rimandi a Fellini, Bava, Amenabar (Tesis), Polanski, Sade, Barker, Carpenter (l'ossessione di Cigarette Burns) e perfino Lynch (la "casa dei manichini di carne" sembra quasi una rivisitazione estremizzata della "camera rossa" di Twin Peaks, e la creazione degli universi alternativi può riportare in qualche modo a Inland Empire).

Spesso, il concetto di film indipendente va di pari passo con il termine "amatoriale". Bè, qui di amatoriale non c'è proprio nulla, ma anzi, ogni aspetto tecnico, dalla regia al montaggio, dai trucchi all'ottima fotografia di Mirco Sgarzi, dalle scenografie surrealiste all'affascinante colonna sonora, è curato con la massima attenzione possibile.
Interessante e ottimamente coinvolto il cast: i protagonisti, il bravo Domiziano Arcangeli e la bellissima Irena Hoffman, e poi il mitico Giovanni Lombardo Radice, e tante gustose apparizioni nei ruoli di contorno, dalla pornostar Roberta Gemma all'ottimo Randal Malone.
Particolare, spiazzante, conturbante e coraggiosa la scelta di inserire reali scene hard all'interno del film. C'è molto sesso, sesso vero, penetrazioni e prestazioni orali, orgasmi e genitali in dettaglio, e non è una cosa che accade molto spesso, nel cinema puritano che troppe volte ci circonda. Complimenti a Cristopharo anche per questa scelta, soprattutto perchè adeguata ai temi analizzati e al clima morboso che si respira durante la visione.

Se possiamo trovare qualche difetto, si può dire che la narrazione risulta in qualche punto fin troppo frammentata. Ci sono poi alcuni momenti di critica e denuncia contro la lobotomia contemporanea causata dal potere nefasto della Tv, su cui non si può non essere d'accordo ma che paiono inseriti nel contesto talvolta un po' forzatamente. Il finale, poi, appare fin troppo "spiegato", e forse si poteva chiudere qualche minuto prima (con il primo piano beffardo e sconvolgente di Sarah). Ma sono piccole cose, anche perchè se si rischia così tanto è chiaro che si può sbagliare qualcosina.
Comunque, in sostanza, questo è davvero un film bello, coraggioso, ribelle e convincente. Avercene. Un lavoro da cui tanti registi italiani, invece di piangersi addosso, dovrebbero prendere esempio. Ora speriamo che possa avere la visibilità che merita, e attendiamo con curiosità e fiducia il prossimo film di Cristopharo, The Museum of Wonders, attualmente in lavorazione.
Per intanto... bravo, bravo davvero.
Per farsi un'idea, ecco il trailer.
By cinemystic // giovedì, 01 ottobre 2009+11:29
cinema, sesso, horror, erotismo, david lynch, estremo, clive barker, twin peaks, cinema italiano, splatter/gore, rubrica new visions, house of flesh mannequins
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Ho rivisto l'altra sera Fuoco Cammina Con Me, prequel e al contempo spin-off di Twin Peaks, con il quale Lynch mise più o meno la parola fine alla leggendaria saga scaturita dalla morte di Laura Palmer.Al tempo della sua presentazione a Cannes, il film ricevette dure critiche. Se ne ricorda anche una memorabile stroncatura del Mereghetti sull'omonimo dizionario usa e getta.
Si parlò di inutile masturbazione intellettuale, di manierismo, di una trama totalmente incomprensibile, perfino di una presa in giro nei confronti dello spettatore.
Mi permetto di dissentire in tutto e per tutto. A parte che, se si conosce con un minimo di cognizione l'universo di Lynch, il film non è affatto così celebrale dal punto di vista narrativo. Ma poi, se questo è manierismo, è manierismo sublime, da sfiorare con cura e conservare nello scrigno dei gioielli più pregiati.
Fuoco Cammina Con Me è un viaggio lisergico e ipnotizzante negli oscuri meandri dell'incubo, è un'esperienza mistica che lascia inebetiti, è un'entusiasmante corsa senza freni nel pozzo della notte più nera.
Amore, orrore, lacrime, paura, emozione, follia, perversione, dolore, sesso, tensione, distruzione. Senza remore, senza speranza, senza vie d'uscite.
Come dimostrerà poi anche in Mulholland Drive e in Inland Empire il geniale Lynch non fa film dell'orrore in senso stretto, ma riesce a creare il terrore, quello grezzo e atavico che fa accapponare la pelle, ben più del 99% degli pseudo horror che circolano in questi bassi tempi.

Al contempo, e forse nessun studio critico l'ha mai sottolineato con la dovuta perizia, Fuoco Cammina Con Me è anche opera di estremo e lirico romanticismo, di struggente poesia, di dolore e abbandono. Una tragedia che vede al suo centro una ragazza di cerca d'amore e protezione, che è destinata alla dannazione e alla morte in quanto non abbastanza forte per farcela da sola. Una donna-bambina cresciuta troppo in fretta, vittima di abusi e traumi irrecuperabili, che urla disperata la propria voglia di salvezza senza poterla ottenere.
Laura Palmer è l'emblema di tante ragazze che si perdono e si uccidono nei meandri delle proprie insicurezze, devastate dal potere nefasto di una famiglia sbagliata e dalla sete di egoismo del mondo che le circonda, ed è un piccolo e tenero fiore ineluttabilmente destinato a essere schiacchiato dalla crudeltà del mondo a cui appartiene. Lynch ce lo mostra attraverso sequenze cariche di dolcezza, alla visione delle quali gli occhi divengono lucidi e il cuore si spezza a metà.

Attorno a lei, una gehenna soffocante, e l'Inferno sulla Terra, rappresentato da un demone lussurioso, da una camera rossa in cui perdere ogni coscienza di sè, da un bambino mascherato, da un nano che danza e parla al contrario celando dietro i propri occhi il vero volto di Satana. E se in tutto questo si perde per strada la razionalità degli eventi e delle situazioni, è giusto così, dato che stiamo parlando di un mondo parallelo che viaggia in asincronia rispetto alla consistenza del reale.
Sangue e dolore, voyeurismo e abbandono, atrocità e catene spezzate... altro che manierismo e presa per i fondelli, questo è un capolavoro. Immenso Lynch.
By cinemystic // mercoledì, 03 giugno 2009+13:13
amore, cinema, sesso, horror, erotismo, david lynch, twin peaks, fuoco cammina con me, cinema americano
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CULT COLLECTION - CINEMA DI GENERE (2)
- CINEMA DI GENERE (parte 2a) -
LO STRANO VIZIO DELLA SIGNORA WARDH (1971, di Sergio Martino) = Rivisto oggi, dopo tanto tempo, fa ancora la sua gran bella figura. Un gioiellino. Primi 5 minuti da antologia: misterioso omidicio nella notte con il sangue che schizza sui vetri di una macchina e una lama che splende nell'ombra, crudele citazione di Freud in esergo, e magnifica sequenza di sesso e violenza ripresa interamente al ralenti sotto la pioggia.
Poi, tutto il resto del film si mantiene su livelli più che apprezzabili. Buone scelte di regia, una giovane e fresca Edwige Fenech che oltre a mostrare come sempre con generosità il suo splendido corpo si scopre anche discreta attrice drammatica, George Hilton e Ivan Rassimov oscuri più che mai e perfettamente in parte, omicidi orchestrati con fantasia, piccoli brividi, trama giallo-thriller che rimane correttamente in bilico, ottime musiche, e finale che più beffardo non si può. Probabilmente il miglior film di Martino, e uno dei migliori in assoluto nella tradizione italica di quegli anni.
LA VENERE D'ILLE (1979, di Mario e Lamberto Bava) = Film di 60 minuti realizzato per la Tv, è al contempo l'ultimo di Mario e il primo di Lamberto. Tratto da u
n bel racconto di Prosper Merimèe, è un piccolo grande dramma incentrato sui presunti poteri maledetti di una statua antica. Sontuosa ed elegante ricostruzione d'epoca (ottocentesca), raffinato melò di amore, passione e gelosia, inquietudine suggerita solo grazie all'abilità nel'uso della macchina da presa, tra soggettive e dettagli... e poi, una sequenza di omicidio, nel pre-finale, che andrebbe mostrata nelle scuole, come pagina da manuale dell'horror cinematografico riassunto in tre minuti di immagini. Un grande epitaffio per un grande regista.
By cinemystic // mercoledì, 20 maggio 2009+15:14
cinema, horror, erotismo, cinema italiano, rubrica cult collection
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Pubblico volentieri anche qui un mio breve racconto, che ho scritto un paio di settimane fa.
Un racconto, come l'ho definito, di "amore, passione e dolore"... nonchè di chiara ispirazione cinefila.
Spero vi piaccia.

L’ULTIMA NOTTE DI LIBERTA’
ti scrivo in questi ultimi momenti di quiete, prima che la Libertà mi venga tolta. Devo andare, sì, manca poco, stanno per arrivare. Inizio a soffocare prim’ancora di vederli.
Due anni. Sono tanti. O forse no. Con quello che ho combinato probabilmente ne meritavo anche di più. Sono stato uno stupido. Ho sempre vissuto sul ciglio del rischio, ma stavolta ho fatto un passo troppo in là. Non credo di farcela, non credo proprio. Lo sai, per me la Libertà è tutto. Temo che dopo pochi giorni là, chiuso in quella gabbia senza luce, immerso nella notte eterna, la mia mente pretenderà la sua fine. A quel punto inizierò a sbattere la testa contro le sbarre, usando tutta la forza che ho in corpo. Lascerò che il sangue scorra copioso fino a coprirmi gli occhi, e poi, cieco al dolore, permetterò a Caronte di trainarmi verso il Fiume dei Dannati, affinchè le rane piovano dal cielo e la frusta disegni la mia schiena.
Ma tu sei stata qui, stanotte, cara Mélanie, e mi hai regalato l’ultima gioia, l’ultimo squarcio di sole tra la pioggia inclemente. Mi hai chiesto di poterti cambiare nell’altra stanza, perchè ti vergognavi un poco. Poi sei tornata da me, mi sei apparsa così, con quella sottoveste nera, i capelli già scompigliati, le gambe scoperte, i piedi nudi, e per un attimo mi si è fermato il cuore, e forse per la prima volta in vita mia ho ringraziato Dio di esistere.
Ti sei avvicinata, mi hai teso la mano, abbiamo ballato dolcemente cullati dalle note di un pianoforte fluttuante sulle onde del mare. E poi ho sentito la tua pelle scaldarsi, ho visto i tuoi occhi diventare fuoco, e ti sei concessa a me nella pienezza dei sensi. Hai permesso che la mia bocca esplorasse ogni fibra del tuo corpo, ti sei lasciata andare senza più alcuna inibizione, e insieme abbiamo scalato le vette del Piacere, sino a giungere all’apice dell’infinito, sino a sfiorare le porte dell’eternità.
Stamattina mi sono svegliato Mélanie, e tu già non c’eri più. Ti sei alzata presto, e sei fuggita via subito, lieve come una farfalla timida e silenziosa. Eppure mi guardo intorno, e non vedo nessuna traccia di te. La tua parte del letto non è nemmeno stropicciata. Ma sento il tuo odore addosso, lo sento dappertutto. Non se ne andrà più.
Tremo, però. Ho perfino paura di essermi immaginato tutto. Ma no, non è possibile. Sono confuso, Mélanie. Non ho nemmeno il tempo di pensare, di riflettere, perchè stanno per arrivare. Sono vicini, ormai. Mi aggiro nella Tana, avanti e indietro, come impazzito, brancolo nella grotta dell’irrealtà, fumo una sigaretta dopo l’altra, bevo un whisky dopo l’altro. Ormai è finita.

Questa notte, prima che le fiamme del desiderio ci coprissero di un manto umido e vellutato, mi hai parlato dei tuoi timori, delle tue insicurezze, della tua paura del domani. Ma io voglio dirti una cosa, splendida Mélanie: pensa all’oggi, solo all’oggi. Non c’è nessun cazzo di domani. La vita è adesso, in questo minuto, in questo istante. E dunque vola, Mélanie, vola verso la Libertà, lasciati cullare dall’amore, accarezza le foglie dorate della Passione, e non perdere tempo a pensare a quell’isola maledetta che non c’è, e che mai ci sarà.
Io di tempo non ne ho più. É finito tutto. Arrivano, i cani rabbiosi. Arrivano, i gemelli dell’Inferno. Devo andare. Avrei tanto voluto averti qui, ma ormai non so nemmeno più se ci sei mai realmente stata. Eppure, sento il tuo odore addosso, e sento echeggiare il sapore dei tuoi gemiti.
Basta, l’attesa mi divora da dentro, mi scuoia le viscere, mi trafigge in ogni istante. Ascolto mille pugnali ghiacchiati che scavano beffardi. Vorrei lasciare ancora che le mie dita per un’ultima volta sfiorassero i tuoi seni, vorrei bere il prezioso nettare di una magnolia in fiore, vorrei, vorrei...
Sono arrivati. Vado. Abbandono la penna, chiudo le ali, e alzo lo sguardo con fierezza, perchè almeno la dignità non me la strapperanno via.
Ma tu, soave tulipano intriso di speranza, esisti sul serio? Sei sogno o realtà? Non lo so più.
In ogni caso, nonostante tutto, sei stata Passione e Libertà. E tanto mi basta.
Ciao Mélanie,
tuo per sempre.
A.
(liberamente ispirato al film “La 25a ora” di Spike Lee)
© Alessio Gradogna, 2009
By cinemystic // domenica, 17 maggio 2009+23:07
cultura, amore, racconti, cinema, vita vissuta, speranza, sesso, emozioni, erotismo, cinema americano
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CULT COLLECTION - CINEMA DI GENERE
- CINEMA DI GENERE - Parte 1a
Periodo "vintage" insomma, per recuperare film a modo loro importanti, al di là dei gusti personali e dell'effettivo valore estetico-critico delle pellicole in questione, proprio per il fatto che il "cinema di genere" costituisce l'ossatura fondante di ogni periodo storico-artistico e di ogni cinematografia.
Questo discorso diventa preminente se si pensa al cinema italiano, morto o morente oggi ma tanto vivo in quegli anni, quando con pochi soldi e tante idee si faceva cinema genuino, artigianale e onesto, ma vale, anche se in tono minore, un po' per tutti i paesi.
E dunque comincio una carrellata dedicata a vari cult movies giallo / thriller / erotic / horror, che proseguirò anche nei prossimi giorni mano a mano che smaltirò le visioni arretrate.
C'è però da dire che non è un film da buttare, anzi. Deodato dal punto di vista puramente registico non era niente male (Cannibal Holocaust docet), e anche qui mette in mostra una direzione piuttosto viva, ariosa, discretamente frizzante. Niente di nuovo sotto il sole, ma qualche buona idea qui e là, soprattutto nelle sequenze degli omicidi, orchestrate con sufficiente fantasia.
Musiche di Claudio Simonetti, nel cast una giovanissima Nancy Brilli (che fa vedere allegramente le tette) e il grande David Hess, malato e perverso come sempre.

HORLA - DIARIO SEGRETO DI UN PAZZO (1963, di Reginald Le Borg) = Tratto dal magnifico racconto "Le Horla" del grande Guy de Maupassant, una riproposizione piuttosto fedele alla materia letteraria, anche se compressa per ovvi motivi di tempo. Niente di eccezionale, ma almeno un motivo valido per dedicarsi a una visione: il meraviglioso Vincent Price, senza dubbio il miglior attore della storia del cinema horror. La sua recitazione teatrale, sofferta, elegante, imperiosa, è uno spettacolo puro dall'inizio alla fine.
FEMALE VAMPIRE (1973, di Jesus Franco) = Ribattezzato con la solita vomitevole fantasia dai distributori italiani "Un caldo corpo di donna". Non c'è niente da fare, adoro il cinema di Jess Franco, anche quando (come in questo caso) siamo veramente oltre il limite del trash. Adoro le sue affascinanti sexy-horror-lesbiche vampire, e il suo stile visionario, poetico, onirico.
Qui, a dire la verità, di horror c'è ben poco: siamo infatti decisamente dalle parti del puro soft-core. La trama è esile per non dire inesistente, e il film è un susseguirsi di interminabili scene di sesso una dopo l'altra, alcune peraltro molto erotiche e sensuali, con momenti che sfiorano l'hard. La bellissima Lina Romay, all'epoca moglie del regista, per tutto il film non fa altro che accoppiarsi con chiunque (anche con lo stipite del letto!), aggirarsi per le diverse sequenze perennemente nuda, e non dice una parola. La recitazione degli altri attori (tra cui lo stesso Franco) è imbarazzante.

Eppure... eppure il buon Jess mette anche qui in mostra il suo personalissimo stile, fatto di momenti sognanti, zoom reiterati, arditi dettagli anatomici, panoramiche che esplorano i corpi delle sue sensuali donne, macchina da presa melliflua e svolazzante, simbolismi, fotografia sempre curata nei dettagli.
La scena iniziale, in cui la Romay cammina al ralenti verso la mdp, circondata da una nebbia sulfurea, con lunghi capelli corvini, un mantello nero sulle spalle, completamente nuda sul davanti, è un po' l'emblema di tutto il suo cinema. Grande Franco, un Mito vero. Visione non per tutti, ovviamente.
Alla prossima puntata...
By cinemystic // mercoledì, 13 maggio 2009+11:54
cinema, horror, erotismo, vincent price, cinema americano, cinema italiano, cinema spagnolo, rubrica cult collection, jesus franco
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RANDOM VISIONS
Dopo il meraviglioso viaggio in Provenza, torniamo a parlare di cinema, con qualche breve resoconto di alcuni film che ho visto recentemente. Un po’ di Random Visions, che non guastano mai. E allora:
PONYO SULLA SCOGLIERA = l’ennesima conferma della grandezza di Hayao Miyazaki. Questa volta, dopo La città incantata e Il castello errante di Howl, il maestro giapponese fa un passo indietro, e confeziona un film dai tratti grafici più semplici, immediati e primitivi, e anche una storia di più semplice impatto e svolgimento. Ma non perde una virgola del suo fascino, anzi... nella linearità del racconto e nell’immediatezza del tocco, Miyazaki costruisce un’altra favola bella, dolce, divertente, che fa bene all’anima.
PERSEPOLIS = Che bella sorpresa. In questo film, uscito mi pare un anno fa, premiato a Cannes, Marjane Satrapi racconta la sua vita, la guerra civile in Iran, lo straniamento di un’esule che non ha più patria, le difficoltà di ambientamento in una terra diversa dalla propria, la povertà e l’abbandono, l’amore e il tradimento, la dura formazione di una ragazza che diviene apolide suo malgrado... e lo fa con intelligenza, bravura, concretezza e giusta ironia. Anche qui un’animazione semplice e immediata, un tratto grafico quasi amatoriale; nell’epoca dei colossal ultra-tecnologici, alla ricerca sempre più smodata della perfezione stilistica, è una scelta di notevole coraggio, premiata da un risultato godibilissimo. Affascinante, duro, perfino sboccato, ma divertente e “tutto giusto”.
GERRY = Gus Van Sant, anno 2002, all’opera nel suo film più estremo, cinefilo e radicale. Nel silenzio e nello smarrimento, circondati dal potere universale della natura, in un circolo vizioso in cui ogni speranza di futuro è dissolta dall’incombere degli eventi, i due (unici) attori Casey Affleck e Matt Damon affondano in un circolo nero, inghiottiti dalla forza indistruttibile della Madre Terra. Lirico, panico, ostico, ipnotico.
STORIA DI MARIE ET JULIEN = Jacques Rivette, un maestro che non tradisce mai. In questo caso lascia partire questo film, anno 2003, come fosse un tipico melodramma romantico alla francese, e poi cambia totalmente registro, deviando verso il fantastico, il fantasmatico, il thriller soprannaturale. Spiazzante. Ma l’eleganza della sua messincena ha pochi eguali, la lentezza dei ritmi è solo apparente, e la protagonista Emmanuelle Béart, vera e propria Dea di bellezza e bravura, è solo da rimirare in muta ammirazione, per l’eternità.
IL MATRIMONIO DI LORNA = I Dardenne confezionano forse il film meno significativo e meno dirompente della loro carriera; eppure siamo di fronte a un lavoro che supera la gran parte delle pellicole che escono ogni settimana nei cinema. Tanto basta a riaffermare per l’ennesima volta la grandezza dei due belgi, sublimi cantori dell’inettitudine sociale e del coraggio di vivere.
CHANGELING / GRAN TORINO = Lo confesso, mi sento ormai totalmente inadeguato ad esprimere parole e concetti che possano dare il giusto peso all’incommensurabile grandezza di Clint Eastwood. Mi limito a commuovermi davanti ai suoi capolavori (entrambi questi film lo sono, tanto per cambiare), e a ringraziarlo dal profondo del cuore.
CAOS CALMO = Un film che ha diviso pubblico e critica, da un estremo all’altro. Di sicuro non tutto è da buttare, anzi. Ci sono belle idee e momenti davvero struggenti (i primi 20 minuti, molte sequenze ambientate nel parco davanti alla scuola, i momenti maggiormente intimisti tra padre e figlia). Ma il tutto appare un po’ slegato, poco coeso, montato male, e alcune scene paiono messe lì quasi per caso.
Ovviamente, in un paese ignorante e caciarone come l’Italia, si è parlato solo e unicamente della scena hot tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari, tra noiosi pruriti giornalistici e ridicole inquisitorie cattoliche; la Ferrari in età non proprio più giovanissima ha ancora il coraggio di mostrarsi in reggicalze e seno al vento, complimenti a lei, e Nanni ci da dentro di lingua mica male. Ma la scena arriva all'improvviso e non c’entra niente con il contesto narrativo; dunque, dal punto di vista critico, è risibile.
A proposito, Moretti nell’intero film offre una splendida prova d’attore, pacata e rigorosa, controllata e scavata in sguardi commossi e magnificamente intensi. Gustose poi la partecipazione dell’esimio Silvio Orlando e l’apparizione “cristologica” di Roman Polanski. Insomma, un film che merita considerazione, superiore alla media italiana, ma non del tutto riuscito; ed è un peccato, con attori così.
By cinemystic // mercoledì, 08 aprile 2009+19:03
cinema, erotismo, cinema francese, nanni moretti, cinema orientale, cinema americano, roman polanski, cinema italiano, caos calmo, emmanuelle beart
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CINE-BOUTADE
(ovvero, deliri disorganizzati in una notte insonne...)
La scorsa notte si è svolto, al Teatro dei Sogni in Mulholland Drive, un simposio dedicato alla ricerca del vero senso dell’orrore.
Presenti al convegno: Mickey Rourke, Vincent Price, M. Night Shyamalan, il nano della camera rossa di Twin Peaks, l’uomo-torso di Freaks, Nicole Kidman, Sheri Moon Zombie, Pinhead, la Contessa Bathory, il cane Cujo, la Pantera di Jacques Tourneur, e il gatto nero di Edgar Allan Poe. Assistente del sottoscritto, ovviamente, il gremlin Gizmo.

Il primo a prendere la parola è stato Rourke, che salendo sul palco ha indossato la tutina di Randy “The Ram” Robinson, per poi raccontare la vera storia della sua vita. Copiose lacrime hanno rigato il volto di tutti gli astanti.
É stata poi la volta di Vincent Price, che vestendo la maschera della morte rossa ha dichiarato di sentirsi come l’ultimo uomo sulla terra, e ha compiuto un brillante gioco di prestidigitazione con le carte (da lui chiamato esperimento del dottor K), per poi lanciarsi in un’analisi semiotica dedicata allo smalto più adatto per le unghie di Edward Mani di Forbice, e infine svaccare mettendosi a declamare golose ricette di cucina.
Successivamente, è stato il turno di Pinhead, il quale si è lamentato per il caldo fottuto che fa ogni giorno là sotto, dove vive lui, e ha proseguito con un sermone in favore dei diritti civili dei poveri Supplizianti, costretti a lavorare con una paga da fame, trucco soffocante, contratti a tempo determinato, e nessun rimborso per ferie e malattia.
A un certo punto è suonato il campanello. Ho aperto, c’erano sulla porta Luca Argentero e Violante Placido. Hanno chiesto di essere ammessi alla combriccola. Sono stati immediatamente sbranati da Cujo e dalla Pantera. Il gatto di Poe si è limitato a osservarli, con educato sdegno, leccandosi le zampine.
É poi salito sul palco l’Uomo-Torso, e ha confessato che il suo amico Hans e gentil consorte negli ultimi 80 anni hanno messo al mondo 12 figli, chiamati Fragolo, Cummolo, Dattolo, Panfilo, Sordolo, Cingolo, Pargolo, Stritolo, Orcolo, Ubaldo (!), Grumolo e Bombolo.
Dopo qualche secondo di silenzio cosmico, ha guardato negli occhi Nicole Kidman, e ha iniziato a cantare: “ti accettiamo, ti accettiamo, sei una di noi, una di noi !!”.
La Kidman si è messa a urlare disperatamente, le si è strappata la pelle, le è caduta l’impalcatura botulinica, e si è disvelato il suo vero viso... molto simile a quello di Darkman subito dopo l’esplosione del laboratorio.

Nel dipanarsi delle ore notturne, tra salatini e patatine, Bacardi e Mojiti, è toccato a Shyamalan prendere la parola. Il regista indiano ha rivelato che la M. del suo nome sta per “Mummione”, dopodichè ha confessato “fino a ieri credevo di essere Kubrick, ma oggi ho finalmente capito che negli ultimi anni ho fatto solo film osceni”.
A quel punto, si è suicidato. Cujo e la Pantera hanno fatto velocemente sparire i resti del cadavere, divorandoli. Il gatto di Poe si è limitato a osservare, con raffinata compostezza, leccandosi la coda.
La Contessa Bathory, palesemente annoiata dalla situazione, si è scusata con i commensali, ha finto un terribile mal di testa, ed è andata a fare il “bagno”.
Sheri Moon Zombie, vestita solo di una striminzita lingerie di colore nero/viola, si è avvicinata al sottoscritto, e dimenando il sedere mi ha sussurrato nell’orecchio “Chinese, Japanese, dirty knees, look at this”. A quel punto non ci ho capito più niente, e dopo aver messo al sicuro Gizmo ho condotto la donzella in una stanza appartata, per poi compiere una dettagliata esplorazione del suo corpo. A fini unicamente scientifici, s’intende.

Il cane Cujo è andato via in leggero anticipo. Aveva appuntamento per un’altra riunione, riguardante la teologia, a cui avrebbero partecipato anche il Rottweiler di Yuzna e il Piccolo Aiutante di Babbo Natale di casa Simpson. Il gatto di Poe ha salutato Cujo con un eloquente “miao”.
Come ultimo oratore della serata, si è infine presentato sul palco il nano di Twin Peaks, ed è andato avanti per venti minuti a parlare scandendo le parole al contrario. Nessuno ci ha capito un cazzo. Quando finalmente si è accorto del disguido, il nano ha improvvisato alcuni melliflui passi di danza, strappando applausi scroscianti.
In completa allegria, quando ormai le prime luci dell’alba facevano capolino su Mulholland Drive, io e Gizmo abbiamo salutato tutti, dando appuntamento al prossimo simposio.
By cinemystic // giovedì, 19 marzo 2009+22:56
cinema, vita vissuta, letteratura, animali, horror, erotismo, parodie, cinema americano, cinema italiano, splatter/gore, the devils rejects, cinema australiano, the wrestler, cinema britannico, cine-boutade
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THE WRESTLER: QUANDO IL CINEMA E' MAGIA
Il cinema, a volte, può trovare la giusta alchimia, l’adeguata magia, il tocco di perfezione, e fondersi con la vita reale, cementando emozioni forti, indimenticabili, che sgorgano dal cuore senza che in alcun modo lo si possa impedire. A volte il cinema riesce, nel raccontare una piccola storia, a diventare universale, traslando il microcosmo di riferimento in un percorso globale che tocca l’anima di ogni spettatore, anche quello più lontano dal mondo di cui si parla. Quando ci riesce (capita di rado), il cinema diventa un’esperienza sensoriale meravigliosa e unica.
Darren Aronofsky, con The Wrestler, ha realizzato la magia, regalandoci un film bellissimo, straziante, commovente, indimenticabile.
La storia di Randy “The Ram” Robinson, campione di lotta estrema sulla via del tramonto, è un percorso duro e arcigno che dispiega, con sorprendente efficacia e semplicità, una battaglia per la vita ben più difficile di quella che si attua sul ring. Randy è ormai vecchio, una leggenda vivente ma soprattutto un uomo, un uomo profondamente e incommensurabilmente solo. Si lascia andare ad eccessi di droghe e alcool salvo poi pentirsene, assume steroidi e porcherie di ogni tipo perchè il suo fisico nerboruto costituisce la sua unica àncora di salvezza, vive come un profugo in una squallida roulotte, non riesce neanche a mettere da parte i soldi per pagarsi l’affitto perchè le commissioni dei suoi incontri sono troppo basse.

Ogni giorno che passa la morte (fisica e spirituale) si avvicina, ogni match potrebbe essere l’ultimo, la gloria che fu si appiattisce in logore palestre di licei, e quando un infarto mette in definitivo pericolo il suo cuore, si rende una volta per tutte ineluttabilmente conto di essere alla deriva, al centro dell’abbandono. La tragedia della solitudine cosmica si abbatte su di lui. Gli restano solo un amore impossibile per una spogliarellista, un disperato tentativo di recuperare una figlia persa tanti anni prima per colpa di tanti e troppi errori, e lavori comuni, umili(anti), orrendi, con cui raccattare qualche dollaro.
Cerca l’amore, Randy, cerca un abbraccio, un bacio. Non li ha. “Il mondo là fuori non mi vuole”, dice a un certo punto. Si accontenta di una birra da condividere con qualcuno, di una scopata fugace con cui per un attimo cancellare il silenzio, o anche solo di sperare che un ragazzino abbia voglia di giocare con lui per qualche minuto a un videogame. Poi resta di nuovo solo, con se stesso, nell’oblio, nel buio eterno, nei ricordi, nei rimpianti, nell’inettitudine alla società, nel non-futuro. E allora, per non lasciarsi morire nell’inedia, può solo far sì che il suo presente debba assomigliare, anche solo per una sera, al suo passato. A costo di rischiare tutto. Per risentire un’ultima volta l’incitamento della folla. Perchè lui è The Ram, e non potrà mai essere null’altro.
Ha vinto a sorpresa il Leone d’Oro a Venezia, The Wrestler. Lo meritava eccome. E Mickey Rourke, dopo la Coppa Volpi e il Golden Globe, nonostante l’intoccabile grandezza di Sean Penn, avrebbe meritato anche l’Oscar. Al di là degli evidenti punti in comune tra la fiction e la sua vera vita, Rourke offre un’interpretazione meravigliosa. Scavato, butterato, eroso dai pugni, dai calci e dal sangue, ma capace ancora di versare lacrime d’amor
e e di dolore.
Le stesse lacrime che fuoriescono dai nostri occhi, mentre lo vediamo lottare sul ring, e soprattutto combattere per non essere odiato dalla figlia, per non essere dimenticato, per mantenere la dignità di uomo. La sua recitazione (andrebbe assolutamente visto in lingua originale, per apprezzarla al meglio) è tutta un sussurro; debole, affannata, roca, spizzicata, pesante, mugugnante, perfetta.
Così come perfetta, nel ruolo della stripper Cassidy, è una Marisa Tomei strepitosa (meritava l’Oscar pure lei). 44 anni, e nessuna paura a mostrarsi quasi nuda mentre balla la lap dance, mettendo in luce un corpo da favola, e un erotismo atavico che sotterra quasi tutte le sciatte ragazzine siliconate e inespressive della Hollywood contemporanea. Ancora più bella poi alla luce del sole, con poco trucco e un foulard sulla testa, quando toglie l’abito di scena e diventa una donna come tante, con i suoi dolori, i suoi fallimenti e le sue speranze.
Pure Aronofsky ci mette del suo, abbandonando per fortuna le intricate sperimentazioni formali delle sue opere precedenti, anche se l’efficace regia è giocoforza soffocata dalla gigantesca prova dei due attori. Ma tante davvero sono le sequenze da brividi: The Ram che ritrova negli spogliatoi i suoi colleghi, ad inizio film, e in un minuto e mezzo ci fa capire come funziona realmente il mondo del wrestling al di fuori delle baggianate che si vedono in Tv; il secondo straziante incontro con la figlia, quando il pianto solca il suo (e il nostro) viso, e un romantico ballo prova a lavar via l’astio e l’assenza; la riunione dei Veterani, mummie incancrenite che firmano autografi e vecchie vhs scolorite fino a scemare in un terribile silenzio; il canto gioioso con cui Randy e Cassidy coloriscono un vecchio pezzo rock ricordando gli anni ’80; le parole di Randy quando a più riprese, a testa bassa, spogliandosi di ogni virilità, implora aiuto, ammettendo “sono un vecchio pezzo di carne maciullata”, e peggio ancora, “sono completamente solo, e merito di esserlo”; il carrello a seguire che pedina The Ram, con le voci artificiose della folla sullo sfondo, mentre attraversa i corridoi ma non per salire sul ring, bensì per iniziare un lavoro ben più mortificante; tutte le scene ingabbiate a bordo della sua modesta roulotte; il finale (che ovviamente non anticipo per chi non ha ancora visto il film), indefinito e sospeso, a precedere l’inno liturgico di Springsteen durante i titoli di coda.
Aronofsky è bravo, ma non è Eastwood. Eppure The Wrestler, in un certo modo, gode dello stesso respiro epico di Million Dollar Baby. E possiede anche l’afflato delicato di Una Storia Vera di Lynch, il gusto classico per una narrazione che ama e accompagna passo dopo passo i suoi splendidi interpreti, la potenza di un saggio definitivo sulla rappresentazione dell’emarginazione e dell’abbandono, una sensibilità e una sincerità d’intenti catartiche e palpitanti.
Un lavoro esemplare, toccante, magnetico, magnifico. Per quanto mi riguarda, probabilmente, il miglior film dell’anno.
By cinemystic // venerdì, 06 marzo 2009+11:13
musica, cinema, speranza, classifiche, emozioni, premiazioni, erotismo, sean penn, cinema americano, premi oscar, the wrestler
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Questa notte sono stati assegnati i Golden Globes, tradizionale anteprima degli Oscar, riconoscimenti per certi versi più importanti degli Oscar stessi, perchè vengono assegnati dalla stampa specializzata.
Ha perso Gomorra, battuto dal film israeliano Waltz with Bashir, e la cosa non mi stupisce affatto. Ha fatto incetta di premi The Millionaire di Danny Boyle. E’ stato assegnato, come prevedibile, il premio postumo (ma giusto e meritato) a Heath Ledger.

E soprattutto, è stata la notte del trionfo di Kate Winslet. Doppio premio, doppia statuetta, come miglior attrice protagonista per Revolutionary Road, e come non protagonista per The Readers. Ha battuto Meryl Streep, Angelina Jolie, Penelope Cruz, Anne Hathaway. Un doppio premio che ha del clamoroso, e che non fa altro che riempirmi di gioia.
Ho sempre adorato Kate Winslet. Negli anni è diventata sempre più bella e sempre più brava. A dispetto dei suoi presunti chili di troppo l’ho sempre trovata splendida e sensuale. Coraggiosa, versatile, sprezzante dei rischi, dopo il successo planetario del Titanic ha saputo gestirsi e non perdersi, ha interpretato tanti ruoli, diversissimi tra loro, senza avere mai paura di mettersi in discussione, di mostrare integralmente il proprio corpo, di affrontare parti diverse, difficili e complesse.

Bambina acerba in Creature del cielo, con i capelli blu e arancioni nel bellissimo Eternal Sunshine of the Spotless Mind, traviata dal marchese de Sade in Quills, composta e misurata in Iris e The Life of David Gale, commediante romantica in L’amore non va in vacanza, nuda e sexy in Holy Smoke, emaciata e sofferente in Neverland, sboccata e volgare in Romance & Cigarettes... Kate, mille volti e un talento indiscutibile, cristallino, e ora, ha 33 anni, sempre più florido e vincente.
Appuntamento tra un mese, per (si spera) il sacrosanto Oscar.
By cinemystic // lunedì, 12 gennaio 2009+15:45
cinema, emozioni, premiazioni, erotismo, cinema americano, kate winslet, cinema italiano
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GO GO TALES
Abel Ferrara è uno dei pochi registi realmente indispensabili rimasti in circolazione. Con la sua violenta poetica, la carica iconoclasta, la rabbia incontrollata, l’anarchia di pensiero e visione. Un bohemien nato nel secolo sbagliato, un folletto dotato d’infinita classe, un drammaturgo di rara profondità emotiva, sempre pronto a scannerizzare parole e immagini, sangue e sporcizia, umori e liquami, per partorire progenie delittuose e insaziabilmente deliziose.
Dopo il gustoso pus underground (per dirla alla Moretti) di The Driller Killer, L’Angelo della vendetta, Il cattivo tenente e Body Snatchers, dopo la raffinata anarchia di The Addiction, King of New York, New Rose Hotel e Fratelli, dopo lo splendido (e incompreso) Mary, ormai Ferrara da qualche anno è uscito definitivamente dalla prigione del sottobosco e del rifiuto, della cafonaggine e della di lui paura, per ergersi ad autore di serie A, riconosciuto da tutti come tale.
Ed è per questo che ormai Ferrara può permettersi di fare quello che vuole. Anche un film come Go Go Tales, il quale, diciamolo pure, è puro pleonasmo. Cento minuti fuori orario, tutto in una notte, interamente immersi nelle luci del buio. Un locale di spogliarelliste, con le infinite deviazioni e derivazioni del proprio microcosmo. Un gestore che si mangia tutti i soldi fottendoseli al gioco, una matrona che vuole chiudere tutto perchè si è stancata di non essere pagata, ballerine che si ribellano perchè di lavorare gratis proprio non ne hanno voglia.

E nel mentre, baristi che stanno lì da una vita, papponi e magnaccia, comitive di giapponesi eccitati, freaks della notte, artisti falliti e rifiuti della società, gente che critica il Paradise ma in realtà ce l’ha nel cuore e ad andarsene non ci pensa proprio. Alcool come se piovesse, soldi e ancora soldi, luci al neon, musica ipnotizzante, macchina da presa svolazzante, corpi femminili caldi e sudati che si dimenano sulle assi del palco. Tette e gambe e trucco pesante, banconote infilate nelle mutandine, calze a rete e costumi e schiene spalmate di voluttà.
A metà tra Scorsese e Altman, Ferrara s’immerge in un divertissement d’altri tempi, facendoci respirare il roco odore dell’eterna notte della dannazione. Con la libertà creativa che (quasi) solo lui può permettersi, scivolando in un flusso narrativo che mi vien da paragonare solo ai Goodfellas, il cantore della perdizione mette poi insieme un cast allucinogeno, regalando ruoli all’apparenza impossibili.
Un flusso di vene palpitanti in cui trovano posto Willem Dafoe, che canta, strabuzza gli occhi e si diverte un mondo; Asia Argento, che fa la lap dance, ci fa vedere il suo tatuaggio inguinale e ficca la lingua in bocca a un Rottweiler; Bob Hoskins, che ostenta per l’ennesima volta la sua eterna bravura; Riccardo Scamarcio (!), che compare in scena con il suo sorriso ebete e si ritrova cornuto e mazziato; Romina Power (!!) che legge l’estrazione dei numeri del Lotto; Burt Young, che vince un concorso a premi; Andy Luotto (!!!) che sprofonda nell’abiezione del mercante di sogni; e pure Stefania Rocca, che (s)vestita da go go dancer mette in scena una sensualità fuori dal comune, e un erotismo puro da far girare la testa ai morti (altro che le frigide starlette americane). 
Senza tregua, dal magnifico dolly della sequenza iniziale al beffardo sguardo di ghiaccio di Dafoe nel finale, Ferrara ci trascina in un vortice fumoso di fascino antico. E dire che questo è il film più inutile della sua magnifica carriera, eppure batte per distacco la gran parte delle cazzate che escono nei cinema in questi tempi disastrati. Go Go Tales, pleonasmo dorato. Gloria a lui.
By cinemystic // giovedì, 18 dicembre 2008+15:00
musica, cultura, cinema, societa, sesso, horror, erotismo, underground, cinema americano, cinema italiano, go go tales
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CULT COLLECTION
- CHINA BLUE -
A suo modo, Ken Russell è sempre stato un genio. Iconoclasta, ribelle, spregiudicato, visionario. Icona del cinema gay (non a caso il Gay & Lesbian Festival di Torino gli ha dedicato una bella retrospettiva nel 2006), ma anche di quello etero, da sempre diviso tra la televisione e il cinema, tra prodotti alimentari e standardizzati e creazioni filmiche in cui poter invece dar sfogo a tutta la propria carica distruttiva. Feroce nella sua lotta contro la banalità della morale, iroso nei suoi inni per la liberazione sessuale, sempre ironico al punto giusto, autore di un cinema felicemente colorato, passionale, sboccato, delirante, ingenuo e mefitico nella propria brillantezza. Dal 1956 ad oggi non ha mai smesso d'inventare, girovagando come un apolide nei meandri della notorietà, non rinnegando mai il proprio insaziabile istinto ludico, raggiungendo l’apice della sua carriera con quel meraviglioso capolavoro anticattolico e anticlericale che risponde al nome di The Devils (1971), navigando poi tra commedie e drammi, biografie romanzate ed esperimenti narrativi, surrealismo filmico e provocazioni imperiose. Da Tommy a Valentino, da Stati di Allucinazione a Gothic, da Il messia selvaggio a Lisztomania... passando per China Blue (1984).

Già, China Blue (Crimes of Passion in originale), bell’esempio di cosa fosse (sia) il cinema di Ken Russell. Visionario, barocco, pittorico, decostruzionista, spietato, romantico, antinaturalista, erotico, all’occorrenza ai limiti del pornografico, ma raramente inetto e volgare. 
In questo film, bello e inafferrabile, ci sono sulla scena 3 personaggi, con i loro scultorei contrasti. Lei, Joanna Crane (Kathleen Turner), donna in carriera di giorno e puttana di notte, fulgida bellezza, trasformismo senza limiti, una piccola tigre in grado di fare ogni cosa pur di soddisfare i clienti, ma in fondo profondamente e disperatamente sola; lui, Donny Hopper (Bruce Davison), appassito da una carriera andata in fallimento e da una moglie bigotta e frigida, che incaricato di una missione di spionaggio aziendale (pedinare la vita notturna di Joanna/China Blue) finisce per innamorarsene; e infine l’altro lui, il reverendo Peter Shayne (Anthony Perkins), prete intento a compiere la missione di salvare dalla perdizione le pecorelle smarrite, prete che però va in giro con vagine di gomma e vibratori enormi nella borsa, si droga in abbondanza, e sfoga sulle bambole gonfiabili la propria inarrestabile libidine repressa.
3 personaggi in cerca di vita, d’amore, di comprensione, in un universo sporco, squallido e crudele. Bagliori notturni, intermittenti luci al neon, scene erotiche di grande classe (come quando China Blue bacia il piede di Hopper per poi risalire su, sempre più su, fino all’apice del piacere), la violenza che inevitabilmente esplode nel finale... un asimmetrico carillon di sentimenti e sensazioni che vola verso la redenzione negata, l’abiezione forzata, il sesso onnipotente.
Kathleen Turner è coraggiosa e bellissima, e Anthony Perkins, bhè, è Anthony Perkins, nell’ennesima parziale variazione dell’unico vero personaggio di tutta la sua carriera (ovviamente il folle Norman Bates di Psyco). Uno dei migliori film di Russell, da rivedere con gusto e voluttà, nel nome della libertà di pensiero e parola.
By cinemystic // venerdì, 12 dicembre 2008+16:13
cultura, cinema, sesso, erotismo, underground, cinema americano, rubrica cult collection, china blue
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Parigi / Piccola ode a Juliette Binoche
Chi mi conosce sa che non potevo esimermi dal guardare questo film, uscito quest’anno, diretto da Cedric Klapisch. Tante microstorie, ambientate nella Ville Lumiere, che si svolgono parallelamente per poi avvilupparsi su se stesse e talvolta finire a convergere. Personaggi principali, altri secondari, alcune semplici macchiette, pietanze principali e contorni, toni da melò, aneliti di tragedia e spunti da commedia. Niente di memorabile, comunque. Un film di mestiere, scritto con la solita puntualità e precisione francesi, che scorre via per 120 minuti con costanza ma senza sprazzi mirabolanti.
Due sono però i motivi che rendono indispensabili la visione.
Il primo, va da sè, è la stessa Parigi. Ambientare due ore di film in mezzo alle vie della città più bella del mondo, equivale a mettere il proprio denaro in cassaforte. Sequenze ambientate a Montmartre, sui ponti della Senna, sotto alla Tour Eiffel, in mezzo ai mercatini di frutta e verdura. Gioielli d’Arte e di Storia visti da vicino, o ripresi sullo sfondo, sempre però presenti a far sentire il proprio immortale respiro. Parigi in cui “nessuno è mai contento, tutti si lamentano, però ci piace”, come confessato dal giovane protagonista, mentre a bordo di un taxi percorre le vie della città diretto all’ospedale dove si dovrà operare con il rischio di morire. Un’operazione di cui non sapremo mai l’esito, perchè non è ciò che più importa: in mezzo a tutto, apogeo di ogni destino, sta lei, Parigi, suprema Dea dalle infinite sembianze.

Il secondo motivo, ha un nome e cognome, e si chiama Juliette Binoche. Un’attrice semplicemente straordinaria, che forse più di ogni altra incarna l’insuperabile bellezza delle donne di Francia. Si è costruita da tempo una carriera più che solida, passando con invidiabile facilità dalla commedia al dramma (da Il Paziente Inglese a Niente da Nascondere, da Chocolat alla trilogia dei colori di Kieslowski), privilegiando la madrepatria senza però disdegnare incursioni in produzioni americane, e oggi, superati i quarant'anni, è più bella (e brava) che mai. Deliziosa, nel film di Klapisch, in ogni suo gesto e parola ed espressione. Deliziosa quando improvvisa un goffo spogliarello, così come quando al mattino compra la frutta con indosso sciarpa e berretto di lana.
Deliziosa quando sorride e quando piange, quando ben vestita partecipa a una festa o quando si muove per casa senza nemmeno un filo di trucco (vero Nicole Kidman? Prendi esempio, tu che ti stai trasformando in una specie di mostro, a forza di imbottirti di botox o come cavolo si chiama). Juliette, una Musa candida, spontanea, acqua e sapone, sexy quando serve, dolce spesso, perfetta sempre, volgare mai.
Se qualche tempo fa avevo dedicato un post a Emmanuelle Beart, emblema dell’erotismo alla francese, ora è giusto dedicarne uno a Juliette Binoche, che in fondo è l’essenza uguale e contraria della Beart, ovvero il simbolo del carattere e della determinazione di un’attrice vera, e della pura e incontaminata bellezza transalpina, una bellezza sincera, ammaliante, rassicurante, vibrante.


Una bellezza senza tempo. E senza trucco.
By cinemystic // giovedì, 04 dicembre 2008+16:46
cinema, parigi, classifiche, erotismo, cinema francese, cinema americano, juliette binoche, emmanuelle beart
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NEW VISIONS - "STUCK" di Stuart Gordon
RUBRICA NEW VISIONS
- STUCK -
Sia lodato Stuart Gordon. E sia pure benedetto. Avevo appena finito di annunciare la mia incipiente depressione, causata dalla delusione per Frontiere(s) e dal trauma dell’immondo Doomsday, ed ecco che arriva lui, paladino delle anime perse, a ridarmi fiducia nel cinema e nell’intera umanità.
Per i pochi novizi che magari non sapessero, Gordon da oltre vent’anni è uno dei più brillanti autori che navigano nell’horror e negli altri generi più oscuri e affini. Dal 1985 ad oggi ha diretto, tra gli altri, il meraviglioso e ineguagliabile Re-Animator, l’ottimo e genuino Dolls, l’interessante From Beyond, il fantapolitico 2013: la fortezza, il lovecraftiano Dagon, i brillanti Edmond e King of the Ants, e un paio di riusciti episodi dei Masters of Horror. Partito dallo splatter più puro, membro di una bella factory che comprendeva l’amico Brian Yuzna, pronto a interscambiarsi con lui di volta in volta i ruoli di sceneggiatore, regista e produttore, e l’attore-feticcio Jeffrey Combs, ha negli ultimi anni virato la sua poetica verso un noir intessuto di grottesco e surrealismo, mantenendo costante la buona qualità del suo lavoro.
Il suo ultimo parto, Stuck, per ora inedito in Italia (ma si trova facilmente sul web), è un gioiello.

Un uomo e una donna. La giovane Brandi (Mena Suvari), e il meno giovane Thomas (Stephen Rea). Lei lavora in un ospedale, pulisce il sedere agli anziani, s’impasticca un po’ alla sera per divertirsi, e sta per essere promossa a capo-infermiera. Lui era un project manager di successo, ma ora è senza lavoro e perfino senza casa, tanto da ritrovarsi a fare il barbone. A inizio film seguiamo le loro vicende in montaggio parallelo. Poi, una notte, lei investe lui, e lui rimane incredibilmente incastrato tra i vetri del parabrezza della macchina. Brandi è sconvolta, non sa che fare, non vuole chiamare il 911 per paura di doversi assumere la colpa dell’incidente. Thomas è gravemente ferito, immobilizzato nel suo sangue, ma è ancora vivo, e tra un rantolo e l’altro chiede aiuto. Brandi nasconde l’auto nel garage. Da qui parte uno scorsesiano viaggio all’inferno, a ritmi sincopati, scandito in in meno di 24 ore, per combattere il senso di colpa (lei) e per salvarsi la vita (lui).
Quanti temi ci sono, in soli 80 minuti di film: l’inadeguatezza e la crudeltà delle istituzioni, il degrado urbano della società, la ghettizzazione delle periferie, la solitudine, l’abbandono, l’umiliazione, l’orrore della colpa, la moralità dell’individuo, l’egoismo, la paura, la solidarietà, la voglia incrollabile di restare in vita…ci sarebbe infinita materia di analisi.
Cari Marshall, Gens, Balaguerò, e compagnia cantante: invece di scopiazzare a destra e a manca, indossate il grembiulino di scuola, sedetevi al vostro banco, studiate, e imparate. Imparate come da una sola singola idea, per di più apparentemente ridicola (un uomo incastrato nel parabrezza di una macchina), si possa ricavare un film semplice ma coinvolgente, intelligente, originale, solidissimo, zeppo di significazioni e agganci, mai retorico e mai eccessivo. Imparate da Gordon.
Per i primi 40-45 minuti Stuck è un lavoro perfetto. Fin dai titoli di testa, fin dalla prima (disgustosa) scena, è tutto al punto giusto, con i tempi giusti, neanche una virgola o una parola fuori posto. Poi forse cala un poco la presa, si arena un attimo, scivola in qualche turpiloquio di troppo, per poi tornare a spingere nel convulso finale. Il risultato complessivo, comunque, è validissimo. 
Mena Suvari, l’ex ragazzina di American Beauty, è pienamente in parte, perfetta per il ruolo, e possiede uno sguardo sbarazzino e una carica erotica non comuni. Stephen Rea, occhi bassi, faccia da perdente, andatura un po’ dandy, è perfetto pure lui, e ci riporta alla mente il James Caan dello splendido Misery, lottando come un disperato per la propria vita.
Vittima e carnefice, carnefice e vittima, comicità nera e splatter, noir urbano e follia dilagante, pezzi di vetro che penetrano nella carne e frustate di negligenza che scavano nel cervello. Una gemma preziosa, da procurarsi il più in fretta possibile. Una sontuosa lezione di cinema firmata dall’esimio Dottor Gordon.
By cinemystic // giovedì, 06 novembre 2008+14:13
cinema, horror, erotismo, estremo, stuck, cinema americano, doomsday, splatter/gore, rubrica new visions, frontieres
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Pochi giorni fa ho scritto qua sul blog un post dedicato a Gola Profonda. Lunedì, il suore mentore e regista, Gerard Damiano, se n'è andato, a quasi 80 anni, stroncato da un infarto. Mi pare giusto tributargli un saluto, perchè pur ritenendo esagerata la definizione di "maestro" che qualcuno gli ha assegnato, è stato comunque un uomo a cui dobbiamo essere grati.
Damiano ha carpito il desiderio di rivolta della sua epoca, ha rischiato tutto nel dare alla luce Deep Throat, è finito sotto processo, ha difeso strenuamente la sua creatura. Ha combattuto contro i perbenismi, il bigottismo, l'ottusità borghese, l'ignoranza americana, per rendere il porno un genere vero e trainarlo fuori dal suo squallore underground. Una lotta per la libertà di pensiero e visione, che a conti fatti ha ottenuto un risultato ben maggiore di quanto chiunque potesse immaginare. Poi ha continuato nel suo intento, quello di rappresentare il porno con classe raffinata e intuizioni ricercate, rinnegando l'accoppiamento brulicante e scontato che purtroppo impera nell'hard di oggi, rimanendo sempre fedele al suo credo. Ora, nell'aldilà, ritroverà forse la sua impareggiabile Musa, Linda Lovelace. Rest in Peace.
By cinemystic // mercoledì, 29 ottobre 2008+12:47
cultura, cinema, sesso, erotismo, gola profonda, cinema americano, gerard damiano
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CULT COLLECTION - GOLA PROFONDA & HARDCORE
CULT COLLECTION
- GOLA PROFONDA & HARDCORE -
Nel 1974 usciva nei cinema americani Gola Profonda, di Gerard Damiano. Un film che cambiava completamente il modo di pensare dei cittadini degli States, e mutava radicalmente la fruizione del cinema pornografico. Campione d’incassi, Deep Throat sconvolgeva il benpensante mondo a stelle e strisce: code interminabili davanti ai cinema, casalinghe in sala insieme ai mariti per scoprire il proibito, superare il confine del lecito, rivangare il diritto di vedere ciò che si vuole, e come si vuole. Attraverso infinite code processuali Deep Throat veniva sequestrato e vietato in diversi Stati da magistrati bigotti e frustrati, e questo per effetto antitetico serviva solo ad accrescerne ulteriormente il mito. Tutti dovevano vederlo, tutti dovevano sapere, tutti dovevano ammirare gli incredibili blow jobs di Linda Lovelace. Il porno usciva dall’underground, dal mistero, dalla nicchia nascosta nelle cantine della perversione, e diveniva strumento alla portata di tutti.
Dopo anni di strascichi giudiziari, anche le varie Corti iniziarono a lasciar cadere le accuse, a togliere i divieti, a rassegnarsi alla non-illegalità di Deep Throat e delle immagini per l’epoca scioccanti contenute al suo interno. Piano piano l’America riconosceva il porno come vero genere cinematografico (artistico?), e il cinema a luci rosse usciva dal suo nascondiglio, in un processo graduale.
Nel 1978, quattro anni dopo Deep Throat, proprio nel mezzo di questa rivoluzione pornografica, Paul Schrader realizzava il suo Hardcore. Una piccola comunità di fanatici religiosi e bacchettoni, seguaci di credenze calviniste che lo stesso regista ben conosceva. Un padre di famiglia e una figlia adolescente, brava, dolce, irreprensibile, che però un giorno scompare. Il padre disperato assume un detective privato per ritrovarla. 
Qualche giorno dopo l’investigatore lo chiama, gli organizza una proiezione privata in un cinema, e gli fa vedere un cortometraggio a luci rosse di bassa lega, amatoriale, in cui una giovane ragazza viene presa da un uomo e una donna: la fanno salire su un letto, la spogliano, le sfilano le mutandine. Il resto non lo vediamo, ma lo intuiamo. E’ sua figlia. Per Jake Van Dorn è il crollo di una vita di convinzioni, convenzioni e disciplina. Tra le lacrime e la rabbia, disfatti gli argini, Van Dorn si cala all’Inferno, nei meandri del porno, per ritrovare sua figlia, usando la forza, l’inganno, la violenza.
La trama è simile al successivo 8 mm – delitto a luci rosse di Schumacher, film inizialmente interessante che però poi finisce a sguazzare miseramente in una spettacolarizzione tematica fine a se stessa. Il film di Schrader è più vero, più duro, e si muove proprio lungo questa linea di confine, in un momento storico in cui il porno navigava ancora a metà strada tra il lecito e l’illecito, il legale e l’illegale, ciò che era permesso e ciò che era vietato. La calata di Van Dorn nelle viscere nell’underground si dipana tra case chiuse, peep show, sexy shop, vibratori di ogni dimensione, magnaccia da strada, produttori senza scrupoli, prostitute di bassa lega, snuff movies, sadomasochisti. Ciò che se ne ricava è un profondo senso di squallore, ma anche un (apparente) attacco frontale al perbenismo della borghesia americana e agli eccessi ideologici della religione. Peccato che Schrader si dimostri più bigotto del suo protagonista, e non vada fino in fondo, fermandosi sempre prima del limite, facendo vedere poco o nulla, accontentadosi del soft in momenti in cui l’hard sarebbe stato necessario per riflettere più a fondo sul mondo messo in scena, smielandosi in un finale consolatorio.
Resta però un interessante viaggio rivolto verso l’altra faccia dell’America, e resta appunto, ancor di più, un’intrigante fotografia di un periodo complesso, a metà tra la rivoluzione geni(t)ale di Deep Throat, e lo sdoganamento definitivo delle luci rosse a largo consumo che sarà poi ottenuto con l’avvento delle videocassette.
Per un’analisi più compiuta del mondo del porno visto dall’interno, meglio senz’altro riguardarsi Boogie Nights di Andersson o Guardami di Ferrario. Ma forse anche il film di Schrader merita una revisione… e la merita anche (e soprattutto) Gola Profonda, un’opera immortale e fondamentale, anche se i tristi farisei non lo ammetteranno mai.
By cinemystic // lunedì, 13 ottobre 2008+10:45
cultura, cinema, sesso, erotismo, underground, hardcore, estremo, gola profonda, guardami, cinema americano, rubrica cult collection
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Regista elegante e raffinato, Patrice Leconte. Lo è sempre stato. Autore capace di riassumere nei suoi film le caratteristiche peculiari del cinema francese, e di fonderle in uno schema mutevole in grado di valutare e studiare i comportamenti umani in un'ottica di volta in volta piacevole, dibattuta o disillusa. Negli anni ha ambientato le sue storie nel diciottesimo secolo (Ridicule), alla vigilia della seconda guerra mondiale (Rue des Plaisirs), o più spesso ai giorni nostri. Ha esplorato Parigi scivolando con dolcezza dalla reggia di Versailles alle strade di periferia, e ha messo in mostra una catena di personaggi dotati di corpi a seconda del caso seduttori (Il profumo di Yvonne), amorosi (La ragazza sul ponte), violentemente carnosi (Il marito della parrucchiera), vibranti e insicuri (Confidenze troppo intime), sempre con un'attenzione mai retorica per le difficoltà dei rapporti umani e per le loro ambivalenze comportamentali. Fino al suo film più compiuto, L'uomo del treno, in cui sono le stesse vite a cambiarsi e mutarsi per assumere connotazioni diverse e orizzonti inaspettati. Un regista dallo stile sobrio, asciutto, ma sempre preciso e mai ondivago, che ha visto nei suoi lavori alternarsi grandi regine di Francia come Sandrine Bonnaire, Juliette Binoche e Fanny Ardant, contornate spesso da colui che è divenuto suo attore feticcio, Daniel Auteuil.
Ed è proprio lui il protagonista de Il mio migliore amico, sua più recente fatica, uscita in Italia a fine 2006. Commedia frizzante ma al contempo rigorosa, volta a porre al centro dell'attenzione un uomo imbevuto di contatti umani, ma totalmente incapace di conoscere e frequentare l'amicizia, quella vera, in cui la fiducia e la fedeltà reciproca sanno resistere a qualsiasi intemperie.
Ambientato nell'affascinante mondo dell'arte antiquaria, il film narra di una solitudine radicata nel cuore di un mercante che pensa di poter barattare l'amicizia come fosse un antico vaso greco, e che scopre il declino di una vita ricca nella forma ma tristemente povera nella sostanza.
Auteuil, attore dalla mille facce, è bravo quanto basta. Nel film si recita bene, non si parla mai a caso, si riempiono gli ambienti con leggerezza, si sorride e si ride e poi ci si blocca per un senso di malinconia crescente. Il pre-finale è forse fin troppo "televisivo", ma pazienza. Leconte riesce, con classe, a divertire e a riflettere sul significato reale dell'amicizia, concetto sempre più difficile da sviluppare nel terribile mondo, alienato ed egoista, in cui purtroppo viviamo.
By cinemystic // venerdì, 03 ottobre 2008+10:13
cinema, parigi, erotismo, cinema francese, juliette binoche, il mio miglior amico
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RUBRICA CULT COLLECTION VOL. V
- YUPPI DU -
Ecco, questo è un film che riassumente perfettamente la definizione di Cult. Un sincero ringraziamento al Clan Celentano, a Sky e alla Mostra di Venezia per aver estratto dalla polvere, restaurato e riproposto questo capolavoro sommerso della storia del cinema italiano.
Yuppi Du uscì nel 1974, sull’onda di un battage pubblicitario senza precedenti e di un budget per i tempi faraonico. Ebbe subito grande successo, stupì, sconvolse, fu amato e odiato. Poi gradualmente scomparve dalla circolazione, e non fu mai edito nè in Vhs nè in Dvd. Ora, a più di 6 lustri dalla sua realizzazione, torna in vita, torna alla luce, e ci permette di (ri)scoprire un’opera stupefacente, un unicuum irripetibile, un oggetto filmico totalmente straniante, inclassificabile, indispensabile. Un film che a rivederlo ancora oggi lascia basiti, fa sorridere, può irritare, ma soprattutto ipnotizza e si stampa indelebilmente nel cervello.
Si può dire tutto quello che si vuole di Adriano Celentano: personaggio scomodo, con idee talvolta non condivisibili, ego smisurato, atteggiamenti scomodi studiati ad Arte, deliri autocelebrativi, e quant’altro. Ma nessuno, e ribadisco nessuno, può negare che il molleggiato sia da oltre quarant’anni una delle icone più forti e radicate dell’intera cultura italica. Un’icona che nel 1974, con Yuppi Du, realizzò un film dall’impressionante forza visiva, al confronto del quale la gran parte sia del cinema italiano di allora, sia quello di oggi, risulta imbarazzante. 
Se è vero che la trama, con protagonista Felice Della Pietà, povero barcaiolo veneziano combattuto per l’amore di due donne agli antipodi tra loro, è alquanto esile e semplice, è ancor più vero che non c’è in Yuppi Du una singola scena che non contenga invenzioni sorprendenti, idee magnifiche, colori sgargianti, inquadrature inattese, stacchi sincopati e imprevedibili. Un flusso ipnotico coadiuvato da un montaggio frastornante e delirante. Inquadrature fisse come quadri in miniatura, carrelli talvolta lievi talvolta violenti, ralenti e accelerazioni improvvise, sangue e amore, dadaismo e sperimentazione pura.
Celentano da sfogo a tutte le proprie manie attoriali, Claudia Mori e Charlotte Rampling fanno a gara per bellezza e intensità, personaggi secondari all’apparenza improbabili risultano invece dotati di straordinaria veemenza narrativa (come il disabile Napoleone – Gino Santercole). Un film che sembra commedia e invece sfiora il dramma e poi scivola nel grottesco e infine deborda nel musical e nel balletto, per poi impastare tutti i generi in un’amalgama onirica e sinuosa. Temi di forte impatto sociale (le difficoltà della classe operaia, gli scioperi, lo stupro, l’alienazione industriale, la perdita di innocenza delle città, l’inurbamento selvaggio, le morti sul lavoro, il potere soffocante del denaro a confronto con la genuina povertà) affrontati con lucido occhio critico, in anticipo sui tempi e di clamorosa attualità ancora oggi.
Un erotismo di fondo sempre presente e mai volgare, come quando la Rampling, in un’inquadratura estremamente eccitante, si sfila le mutandine da sotto il vestito prima di consumare la sua ultima notte d’amore. Personaggi teneri come il pescatore Lino Toffolo, che rifiuta la corruzione della ricchezza pur di mantenere integra la propria moralità. Aforismi azzeccati del tipo “chi meglio di un povero conosce il valore dei soldi”. Momenti divertentissimi, dalla Mori che cade dal letto e finisce nell’acqua, a Celentano che insulta la Rampling colpevole di aver finto il suicidio, e battute deliziose come “ho già ordinato i mobili antichi, il falegname li sta costruendo nuovi di zecca”.

E infine, come ciliegine, in tutto questo marasma di significanti e significati, un paio di sequenze musicali letteralmente da brividi: l’emozionante balletto plastico e surrealista sulle note di “Silvia non è morta, è ritornata dal Canal”, e la meravigliosa danza sensuale tra Celentano e una discinta Rampling sulle parole della stessa “Yuppi Du”.
Il restauro compiuto è di altissimo livello, tant’è che sembra di assistere a tutti gli effetti a un film del 2008. Niente effetto Grindhouse, tanto per intenderci, a rimuovere un pochino il polveroso fascino del cinema d’antan. Ma poco male, questa resta un’operazione culturale, una volta tanto, solo e soltanto da applaudire. Anche perchè a mente fredda, giorni dopo la visione, le note e le immagini di Yuppi Du restano ancora impresse nella memoria, si muovono in stop motion, e respirano di vita propria: un miracolo che riesce solo ai capolavori!
By cinemystic // martedì, 16 settembre 2008+13:42
musica, cultura, cinema, vita vissuta, yuppi du, erotismo, cinema italiano, rubrica cult collection
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Si conclude la Mostra del cinema di Venezia, con la vittoria a sorpresa di The Wrestler di Aronofsky. Si chiude un’edizione che molta critica ha bollato come orribile, pessima, soprattutto con l’evidente e mal celato intento di spingere sempre di più il Festival di Roma affinchè superi Venezia per glamour e visibilità. Il tutto ovviamente a causa di palesi ragioni politiche – partitiche che si dividono tra amicizie interessate, provvigioni sottobanco, favori e controfavori, e chissà cos’altro. Che becero squallore.
Ma comunque, stendiamo un pietosissimo velo sopra alle nefandezze italiche, e parliamo d’Arte. Tra tutti i film in calendario alla Mostra ce n’era uno che mi intriga particolarmente, e che spero di vedere al più presto: Vinyan, di Fabrice Du Welz. Questo per due motivi: innanzitutto perché Du Welz è il regista di quel Calvaire che tre anni fa mi impressionò e meravigliò, un melò-horror disperato, passionale, lancinante, crudele, sanguigno, romantico, bellissimo. Sono quindi curioso di vedere se il regista avrà saputo confermarsi.
Il secondo validissimo motivo ha il nome e cognome dell’attrice protagonista di questo film: Emmanuelle Béart. Un’attrice, semplicemente, fantastica.
E’ difficile descrivere la Béart senza cadere nella retorica, soprattutto perché in lei è racchiuso il concetto stesso dell’Arte più pura. Una donna di una bellezza inaudita, il cui viso racchiude contemporaneamente la dolcezza semplice di un Angelo e la provocante perversione di un Diavolo, e il cui corpo sodo e perfetto personifica sonetti antichi di Muse racchiuse nel fluttuante oblio dell’eternità, e statue greche di secolare tradizione. 
Come se non bastasse la Béart è sempre stata anche brava, molto, crescendo negli anni fino a giungere a prove di spessore attoriale indimenticabili. Giovane e di virginale purezza in Manon delle sorgenti di Claude Berri, incarnazione di una splendida elegia del del corpo femminile ne La bella scontrosa di Rivette (in cui recita nuda per quasi tutto il film, con sorprendente naturalezza), armonica e melanconica in Un cuore in inverno di Sautet, cinica e spietata nel grandioso L’Inferno di Chabrol, sdoganata negli States per Mission Impossible di De Palma, innamorata del suo stesso sesso ne La Repetition della Corsini, frizzante cameriera canterina in 8 donne e un mistero di Ozon, diabolica prostituta in Nathalie di Anne Fontaine, di nuovo preda di lacrime amorose in Storia di Marie e Julien ancora con Rivette… solo per citare alcune delle sue più belle intepretazioni.
Oggi, a 42 anni, la Béart è ancora radiosa, e incarna la tipica e impareggiabile classe francese; conserva una bellezza che toglie letteralmente il fiato, una professionalità ammirevole, e un’aurea mai scalfita dallo scorrere del tempo.
Sensuale e dionisiaca, erotica e pura, intensa e bravissima: la merveille de France, Emmanuelle Béart.



By cinemystic // lunedì, 08 settembre 2008+15:59
cinema, erotismo, cinema francese, emmanuelle beart
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CULT COLLECTION - LA PATATA BOLLENTE
RUBRICA CULT COLLECTION VOL. II - LA PATATA BOLLENTE - Questa è una commedia seria, se mi perdonate l’ossimoro, che tratta con intelligenza e sensibilità temi non certo banali, se inseriti nel contesto storico di riferimento. Parla dell’omosessualità, e lo fa con coraggio, sfrontatezza, goliardia mai eccessiva, e soprattutto rispetto, rischiando tanto in un periodo in cui i gay pride e i Will & Grace non esistevano, e in cui l’omosessualità, grazie all’incivile metastasi cattolica, era ancora vista come una schifosa malattia da cui stare alla larga. E poi parla della vita operaia, dell’impegno civile e politico, dello schieramento di partito come sentimento di reale appartenenza, della lotta di classe, della condizione bestiale in cui lavora(va)no i dipendenti delle fabbriche, di una Sinistra che era ancora una vera Sinistra e non una risibile miscellanea di schiavetti asserviti al potere del Caimano. E' un film che tenta (anche) di far ridere, e ci riesce, senza però giungere ai livelli esilaranti de I soliti ignoti o de L’armata Brancaleone; un film in cui in qualche punto la retorica si nasconde pericolosamente dietro l’angolo, e alcune situazioni narrative sono appiccicate lì non benissimo. Ma al di là dei chiari difetti La patata bollente va lodato, incensito, riguardato e collezionato, perchè affronta i temi di cui sopra con una spigliatezza e un gusto umanistico che il cinema italiano ha ormai perso, e con un sincero piacere di rappresentazione artistica e ideologica che oggi raramente si vede ancora. Qui si vola ben più alto (e ben prima) di Ozpetek, tanto per capirci. Infine, una citazione d’obbligo per gli attori: la nostra cara Edwige Fenech, stranamente, mostra solo il seno perfetto senza invece scoprire il fiore del suo segreto... ma ha un’irresistibile carica erotica lo stesso. Massimo Ranieri se la cava egregiamente. E Renato Pozzetto è semplicemente splendido. Una prova sontuosa, perfetta, irresistibile, che dimostra appieno quanto fosse un grande attore, un attore vero, che oltre ad aver interpretato ruoli comici indimenticabili avrebbe avuto un ottimo potenziale anche per una carriera drammatica, se solo qualcuno ci avesse creduto.
Niente ironie, per favore. Perchè questo film, diretto da Steno nel 1979, merita tutto il rispetto e la considerazione possibile, anche quella che non ha avuto in questi anni. Siamo lontani, lontanissimi, dalla becera volgarità per celebrolesi della pseudo commedia all’italiana contemporanea, dalle porcate che attirano al cinema milioni di anime grufolanti, dalla piattezza intellettuale di un paese allo sfascio. E per fortuna, siamo lontani anche dal classico film-pecoreccio tanto in voga in quegli anni.

By cinemystic // martedì, 26 agosto 2008+13:25
cultura, cinema, erotismo, cinema italiano, rubrica cult collection, la patata bollente
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Qualche sera fa ho rivisto per la quarta o quinta volta The Devil's Rejects (La casa del diavolo, nella solita ridicola traduzione italica), e, mi perdonerete il francesismo, ho avuto un lungo e reiterato orgasmo lungo quasi due ore.
Lo so quasi a memoria, eppure non mi stanco mai di questa apocalittica estetica dell'atto doloso (come da me definita in altra sede). Un horror che in realtà è un western, immerso nella carne, nel sangue, nel dolore e nella (mancata) redenzione. Uno spettacolo cine-sociologico di tremendo impatto visivo. Una narrazione e una regia intrise di invenzioni strabilianti. Un caleidoscopio di contumelie, gesti, musiche e immagini, sofferenze e torture che non ha eguali nel cinema contemporaneo. Uno spaccato di abiezione scatologica che scava nel profondo delle nostre coscienze per deflagrare nell'atto stesso della rappresentazione filmica, in cui la finzione scivola nel realismo. Un'inifinita serie di citazioni autoreferenziali e di rimandi alla cultura pop degli anni '60 e '70, in un 'America che mostra a gambe aperte la propria dissoluta anarchia.
Duelli serrati avvolti in primissimi piani alternati a piani medi, montaggio frenetico che bazzica tra l’onnipresente camera a mano e inquadrature di più ampio respiro, e la polvere onnipresente che si alza dal manto stradale spandendo una sarabanda di sguardi, pallottole fumanti, schizzi di sangue, urla, fughe, torture, saliva, sporcizia rappresa, inserti fumettistici e nudità, rimandi sessuali e intimità familiari, in cui l’ordine del mondo è sconquassato a vantaggio del nichilismo puro.
Billo Moseley e Sid Haig hanno la ferocia dipinta sui loro volti sudici e consunti, come due quadri viventi di Goya, due quadri che simbolizzano la morte e l'eterna disperazione. I loro follemente reiterati fuck you (per favore, guardatelo in lingua originale) assurgono onomatopeicamente alla concezione di una vita insopportabile che declama all'universo il proprio destino ineluttabile. Sheri Moon che mette in mostra il proprio divino fondoschiena, e balla languidamente canticchiando "Chinese, Japanese, Dirty Knees, Look at This", è quanto di più erotico si sia visto sullo schermo da lustri. Rob Zombie usa il ralenti come preponderante soggetto filmico con un'efficacia che non si raggiungeva dai tempi di Peckinpah.
E durante la caccia spietata dello sceriffo Wydell poco alla volta, incredibilmente, i Dannati diventano Eroi, e viceversa. Con un'abilità sorprendente Zombie ribalta i ruoli precostituiti, e nel finale, quando la bella il brutto e il cattivo si dirigono con coraggio verso il compimento della loro esistenza, il cuore tifa e con empatia piange per loro.
"I am the Devil, and I'm here to do the work of the Devil". I reietti siamo noi. L'horror più bello degli ultimi 15 anni.


By cinemystic // mercoledì, 30 luglio 2008+10:20
musica, cinema, sesso, horror, erotismo, western, cinema americano, splatter/gore, the devils rejects
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