- VINYAN -
Lo attendevo con ansia, Vinyan, il nuovo film di Fabrice Du Welz, autore quattro anni fa dello splendido, intenso, inquietante e al contempo commovente Calvaire, forse in assoluto il masterpièce di tutta la nouvelle vague dell’horror francofono. Finalmente è arrivato, presentato allo scorso festival di Venezia e uscito da poco in Dvd (ma non ancora in Italia).
Per fortuna (per ora) Du Welz non si è fatto attrarre dalle sirene hollywoodiane, è rimasto coerente con se stesso, si è preso tutto il tempo di cui aveva bisogno, è riuscito a mettere insieme una co-produzione anglo/franco/belga, un conosciuto attore americano (Rufus Sewell) e la più grande attrice francese in circolazione (Emmanuelle Béart), ha trasferito tutta la troupe in Thailandia, e ha tirato fuori un film che non delude affatto, e anzi, ne conferma il promettente talento.
Una coppia, in vacanza in Thailandia, perde il proprio figlio in occasione del grande tsunami del 2005. Un’onda lo travolge e se lo porta via. I due decidono di rimanere lì, e dopo 6 mesi d’infruttuose ricerche Jeanne ancora non vuole convincersi della morte del suo amato Joshua. Convince quindi lo scettico marito a imbarcarsi su un battello per esplorare alcuni villaggi tra Thailandia e Birmania, al seguito del signor Gao, una sorta di santone del luogo. Progressivamente i due s’inoltrano in una terra sempre più selvaggia, finendo per dimenticare la civiltà, e mettere a repentaglio la propria sanità mentale, oltre che la vita stessa.

In Calvaire, Du Welz ci aveva trascinato all’interno di un microcosmo, un piccolo paese di campagna, in cui la follia gradualmente prendeva il sopravvento sulla realtà. Qui è ancora un microcosmo, a essere protagonista, e di nuovo l’ambiente geografico assume un ruolo di precipuo Soggetto fondante la narrazione. Ma in questo caso la Terra insana estende il proprio dominio e i propri confini, sino a fagocitare la percezione dell’essere umano e a mutarlo in bestia la cui razionalità scema via via che ci si inoltra nei meandri del nulla.
L’assunto di base dello script è abbastanza comune: si parla di una madre disperata, che a tutti i costi non vuole rassegnarsi alla perdita del figlio, e che è pronta a qualsiasi cosa pur di ritrovarlo (pur in contesti completamente diversi, l’abbiamo appena visto ad esempio in Changeling). Nella confusione mentale derivata dalla non-accettazione del lutto, Jeanne vacilla, ogni bambino Thai assomiglia al suo Joshua anche se ovviamente non lo è, e il marito, figura razionale e virile, finisce per essere un nemico, un ostacolo sulla via della resurrezione.
Una via lastricata di ostacoli, scavata nell’abisso dei sensi, immersa nei quattro elementi naturali, acqua in primis, e costeggiata dallo spiritismo, dai riti religiosi del luogo, dai Totem leggendari di un popolo ancora primitivo, dai colori pitturati sui volti dei bambini, dall’oppio nell’aria che sfoca le facoltà mentali, inibisce la ribellione, e lascia sfocare la mente verso un sogno a occhi e cuore aperti.

Vinyan, dopo un incipit efficacissimo dal punto di vista sonoro, e una prima parte d’ambientamento che forse sconta qualche lentezza di troppo, poco alla volta si spoglia dalla civiltà e si denuda nel ventre della Madre Terra. Du Welz realizza il suo volo pindarico ai confini del mondo, lasciando navigare quel battello in un’Ade di anime defunte. In tutto questo c’è il Cuore di Tenebra di Conrad, c’è ovviamente Apocalypse Now, c’è anche un po’ di Cannibal Holocaust e perfino qualcosa dell’herzoghiano Fitzcarraldo... e infine c’è l’horror, riflesso nei sogni inquietanti dei due protagonisti, nei visi barbari e inospitali dei bambini (i veri padroni del luogo), nell’acqua primordiale che diviene sangue, e in una sequenza splatter di derivazione romeriana, di cui si poteva anche fare a meno.

In tutto questo, il valore aggiunto della pellicola ha un nome e un cognome: Emmanuelle Béart. Una divinità con il viso di donna. Splendida, con i capelli arruffati e i vestiti stropicciati. Splendida, per come attraverso lievi mutazioni di sguardo raccoglie su di sè la trasformazione psichica di una donna che sta essa stessa per divenire Totem, Leggenda, Demone e Madre. Splendida, per come mette tutto il suo corpo a disposizione del regista, per amoreggiare in ogni istante con la macchina da presa, senza remore di alcun tipo, come ha sempre fatto per tutta la sua carriera. Anche se la recitazione in inglese, quindi in una lingua non sua, toglie un pochino di naturalezza alle sue parole, la sua interpretazione è strepitosa, ipnotica, seducente, favolosa.

Pur imperfetto, e forse non così ammaliante e conturbante come Calvaire, a cui personalmente rimango più affezionato, Vinyan conferma comunque il talento cristallino di Fabrice Du Welz.
In Italia, un film di questo livello non si vede da minimo 15 anni. In compenso tutti si lamentano, spesso senza provare a fare nulla per cambiare le cose. Vive la France (e pure il Belgio)!
By cinemystic // martedì, 28 aprile 2009+19:22
cinema, horror, cinema francese, rubrica new visions, emmanuelle beart, vinyan, orrori alla francese, horror 2008
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RANDOM VISIONS
Dopo il meraviglioso viaggio in Provenza, torniamo a parlare di cinema, con qualche breve resoconto di alcuni film che ho visto recentemente. Un po’ di Random Visions, che non guastano mai. E allora:
PONYO SULLA SCOGLIERA = l’ennesima conferma della grandezza di Hayao Miyazaki. Questa volta, dopo La città incantata e Il castello errante di Howl, il maestro giapponese fa un passo indietro, e confeziona un film dai tratti grafici più semplici, immediati e primitivi, e anche una storia di più semplice impatto e svolgimento. Ma non perde una virgola del suo fascino, anzi... nella linearità del racconto e nell’immediatezza del tocco, Miyazaki costruisce un’altra favola bella, dolce, divertente, che fa bene all’anima.
PERSEPOLIS = Che bella sorpresa. In questo film, uscito mi pare un anno fa, premiato a Cannes, Marjane Satrapi racconta la sua vita, la guerra civile in Iran, lo straniamento di un’esule che non ha più patria, le difficoltà di ambientamento in una terra diversa dalla propria, la povertà e l’abbandono, l’amore e il tradimento, la dura formazione di una ragazza che diviene apolide suo malgrado... e lo fa con intelligenza, bravura, concretezza e giusta ironia. Anche qui un’animazione semplice e immediata, un tratto grafico quasi amatoriale; nell’epoca dei colossal ultra-tecnologici, alla ricerca sempre più smodata della perfezione stilistica, è una scelta di notevole coraggio, premiata da un risultato godibilissimo. Affascinante, duro, perfino sboccato, ma divertente e “tutto giusto”.
GERRY = Gus Van Sant, anno 2002, all’opera nel suo film più estremo, cinefilo e radicale. Nel silenzio e nello smarrimento, circondati dal potere universale della natura, in un circolo vizioso in cui ogni speranza di futuro è dissolta dall’incombere degli eventi, i due (unici) attori Casey Affleck e Matt Damon affondano in un circolo nero, inghiottiti dalla forza indistruttibile della Madre Terra. Lirico, panico, ostico, ipnotico.
STORIA DI MARIE ET JULIEN = Jacques Rivette, un maestro che non tradisce mai. In questo caso lascia partire questo film, anno 2003, come fosse un tipico melodramma romantico alla francese, e poi cambia totalmente registro, deviando verso il fantastico, il fantasmatico, il thriller soprannaturale. Spiazzante. Ma l’eleganza della sua messincena ha pochi eguali, la lentezza dei ritmi è solo apparente, e la protagonista Emmanuelle Béart, vera e propria Dea di bellezza e bravura, è solo da rimirare in muta ammirazione, per l’eternità.
IL MATRIMONIO DI LORNA = I Dardenne confezionano forse il film meno significativo e meno dirompente della loro carriera; eppure siamo di fronte a un lavoro che supera la gran parte delle pellicole che escono ogni settimana nei cinema. Tanto basta a riaffermare per l’ennesima volta la grandezza dei due belgi, sublimi cantori dell’inettitudine sociale e del coraggio di vivere.
CHANGELING / GRAN TORINO = Lo confesso, mi sento ormai totalmente inadeguato ad esprimere parole e concetti che possano dare il giusto peso all’incommensurabile grandezza di Clint Eastwood. Mi limito a commuovermi davanti ai suoi capolavori (entrambi questi film lo sono, tanto per cambiare), e a ringraziarlo dal profondo del cuore.
CAOS CALMO = Un film che ha diviso pubblico e critica, da un estremo all’altro. Di sicuro non tutto è da buttare, anzi. Ci sono belle idee e momenti davvero struggenti (i primi 20 minuti, molte sequenze ambientate nel parco davanti alla scuola, i momenti maggiormente intimisti tra padre e figlia). Ma il tutto appare un po’ slegato, poco coeso, montato male, e alcune scene paiono messe lì quasi per caso.
Ovviamente, in un paese ignorante e caciarone come l’Italia, si è parlato solo e unicamente della scena hot tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari, tra noiosi pruriti giornalistici e ridicole inquisitorie cattoliche; la Ferrari in età non proprio più giovanissima ha ancora il coraggio di mostrarsi in reggicalze e seno al vento, complimenti a lei, e Nanni ci da dentro di lingua mica male. Ma la scena arriva all'improvviso e non c’entra niente con il contesto narrativo; dunque, dal punto di vista critico, è risibile.
A proposito, Moretti nell’intero film offre una splendida prova d’attore, pacata e rigorosa, controllata e scavata in sguardi commossi e magnificamente intensi. Gustose poi la partecipazione dell’esimio Silvio Orlando e l’apparizione “cristologica” di Roman Polanski. Insomma, un film che merita considerazione, superiore alla media italiana, ma non del tutto riuscito; ed è un peccato, con attori così.
By cinemystic // mercoledì, 08 aprile 2009+19:03
cinema, erotismo, cinema francese, nanni moretti, cinema orientale, cinema americano, roman polanski, cinema italiano, caos calmo, emmanuelle beart
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Parigi / Piccola ode a Juliette Binoche
Chi mi conosce sa che non potevo esimermi dal guardare questo film, uscito quest’anno, diretto da Cedric Klapisch. Tante microstorie, ambientate nella Ville Lumiere, che si svolgono parallelamente per poi avvilupparsi su se stesse e talvolta finire a convergere. Personaggi principali, altri secondari, alcune semplici macchiette, pietanze principali e contorni, toni da melò, aneliti di tragedia e spunti da commedia. Niente di memorabile, comunque. Un film di mestiere, scritto con la solita puntualità e precisione francesi, che scorre via per 120 minuti con costanza ma senza sprazzi mirabolanti.
Due sono però i motivi che rendono indispensabili la visione.
Il primo, va da sè, è la stessa Parigi. Ambientare due ore di film in mezzo alle vie della città più bella del mondo, equivale a mettere il proprio denaro in cassaforte. Sequenze ambientate a Montmartre, sui ponti della Senna, sotto alla Tour Eiffel, in mezzo ai mercatini di frutta e verdura. Gioielli d’Arte e di Storia visti da vicino, o ripresi sullo sfondo, sempre però presenti a far sentire il proprio immortale respiro. Parigi in cui “nessuno è mai contento, tutti si lamentano, però ci piace”, come confessato dal giovane protagonista, mentre a bordo di un taxi percorre le vie della città diretto all’ospedale dove si dovrà operare con il rischio di morire. Un’operazione di cui non sapremo mai l’esito, perchè non è ciò che più importa: in mezzo a tutto, apogeo di ogni destino, sta lei, Parigi, suprema Dea dalle infinite sembianze.

Il secondo motivo, ha un nome e cognome, e si chiama Juliette Binoche. Un’attrice semplicemente straordinaria, che forse più di ogni altra incarna l’insuperabile bellezza delle donne di Francia. Si è costruita da tempo una carriera più che solida, passando con invidiabile facilità dalla commedia al dramma (da Il Paziente Inglese a Niente da Nascondere, da Chocolat alla trilogia dei colori di Kieslowski), privilegiando la madrepatria senza però disdegnare incursioni in produzioni americane, e oggi, superati i quarant'anni, è più bella (e brava) che mai. Deliziosa, nel film di Klapisch, in ogni suo gesto e parola ed espressione. Deliziosa quando improvvisa un goffo spogliarello, così come quando al mattino compra la frutta con indosso sciarpa e berretto di lana.
Deliziosa quando sorride e quando piange, quando ben vestita partecipa a una festa o quando si muove per casa senza nemmeno un filo di trucco (vero Nicole Kidman? Prendi esempio, tu che ti stai trasformando in una specie di mostro, a forza di imbottirti di botox o come cavolo si chiama). Juliette, una Musa candida, spontanea, acqua e sapone, sexy quando serve, dolce spesso, perfetta sempre, volgare mai.
Se qualche tempo fa avevo dedicato un post a Emmanuelle Beart, emblema dell’erotismo alla francese, ora è giusto dedicarne uno a Juliette Binoche, che in fondo è l’essenza uguale e contraria della Beart, ovvero il simbolo del carattere e della determinazione di un’attrice vera, e della pura e incontaminata bellezza transalpina, una bellezza sincera, ammaliante, rassicurante, vibrante.


Una bellezza senza tempo. E senza trucco.
By cinemystic // giovedì, 04 dicembre 2008+16:46
cinema, parigi, classifiche, erotismo, cinema francese, cinema americano, juliette binoche, emmanuelle beart
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Si conclude la Mostra del cinema di Venezia, con la vittoria a sorpresa di The Wrestler di Aronofsky. Si chiude un’edizione che molta critica ha bollato come orribile, pessima, soprattutto con l’evidente e mal celato intento di spingere sempre di più il Festival di Roma affinchè superi Venezia per glamour e visibilità. Il tutto ovviamente a causa di palesi ragioni politiche – partitiche che si dividono tra amicizie interessate, provvigioni sottobanco, favori e controfavori, e chissà cos’altro. Che becero squallore.
Ma comunque, stendiamo un pietosissimo velo sopra alle nefandezze italiche, e parliamo d’Arte. Tra tutti i film in calendario alla Mostra ce n’era uno che mi intriga particolarmente, e che spero di vedere al più presto: Vinyan, di Fabrice Du Welz. Questo per due motivi: innanzitutto perché Du Welz è il regista di quel Calvaire che tre anni fa mi impressionò e meravigliò, un melò-horror disperato, passionale, lancinante, crudele, sanguigno, romantico, bellissimo. Sono quindi curioso di vedere se il regista avrà saputo confermarsi.
Il secondo validissimo motivo ha il nome e cognome dell’attrice protagonista di questo film: Emmanuelle Béart. Un’attrice, semplicemente, fantastica.
E’ difficile descrivere la Béart senza cadere nella retorica, soprattutto perché in lei è racchiuso il concetto stesso dell’Arte più pura. Una donna di una bellezza inaudita, il cui viso racchiude contemporaneamente la dolcezza semplice di un Angelo e la provocante perversione di un Diavolo, e il cui corpo sodo e perfetto personifica sonetti antichi di Muse racchiuse nel fluttuante oblio dell’eternità, e statue greche di secolare tradizione. 
Come se non bastasse la Béart è sempre stata anche brava, molto, crescendo negli anni fino a giungere a prove di spessore attoriale indimenticabili. Giovane e di virginale purezza in Manon delle sorgenti di Claude Berri, incarnazione di una splendida elegia del del corpo femminile ne La bella scontrosa di Rivette (in cui recita nuda per quasi tutto il film, con sorprendente naturalezza), armonica e melanconica in Un cuore in inverno di Sautet, cinica e spietata nel grandioso L’Inferno di Chabrol, sdoganata negli States per Mission Impossible di De Palma, innamorata del suo stesso sesso ne La Repetition della Corsini, frizzante cameriera canterina in 8 donne e un mistero di Ozon, diabolica prostituta in Nathalie di Anne Fontaine, di nuovo preda di lacrime amorose in Storia di Marie e Julien ancora con Rivette… solo per citare alcune delle sue più belle intepretazioni.
Oggi, a 42 anni, la Béart è ancora radiosa, e incarna la tipica e impareggiabile classe francese; conserva una bellezza che toglie letteralmente il fiato, una professionalità ammirevole, e un’aurea mai scalfita dallo scorrere del tempo.
Sensuale e dionisiaca, erotica e pura, intensa e bravissima: la merveille de France, Emmanuelle Béart.



By cinemystic // lunedì, 08 settembre 2008+15:59
cinema, erotismo, cinema francese, emmanuelle beart
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