Si è parlato molto, negli ambienti underground e non solo, del traumatizzante The Manson Family, film realizzato da Jim Van Bebber e uscito nel 2003, poi anche doppiato in versione italiana.Portando a compimento un'opera iniziata molti anni prima, e più volte stoppata e interrotta da problemi produttivi, Van Bebber tenta di ricostruire la vera storia di Charles Manson e dei suoi seguaci, che a fine anni '60 formarono una specie di comune hippie in un ranch nel deserto californiano, dedicandosi soprattutto all'uso delle droghe e all'amore libero, per poi poco alla volta trasformarsi in feroci killer, quei killer che nel 1969 uccisero diverse persone tra cui Sharon Tate, all'epoca compagna di Roman Polanski, prima di essere arrestati.
Il lavoro di Van Bebber è molto particolare e ricercato. Utilizza uno stile documentaristico, e un montaggio frenetico. Mette in scena finto materiale d'epoca, invecchiando ad arte la pellicola utilizzata per le riprese, e costruendo finte interviste ai membri della setta con le quali ricostruire la storia della "famiglia" mansoniana. Non contento inscena anche una sorta di film nel film, in cui ai giorni nostri un giornalista che si sta occupando della storia di Manson viene perseguitato da una banda di giovinastri post-punk seguaci del vecchio Mito.
La prima parte del film è ricca di riferimenti simbolici e metaforici. La storia di Manson e dei suoi adepti è intervallata dalle immagini del processo e della loro incarcerazione, e da inquadrature che teorizzano visivamente i significati della vicenda (fiori inondati da una pioggia di sangue, un ragno che tesse la tela), e segue uno stile concitato e soffocante. Più che altro sembra un documentario sul mondo hippie, dato che i protagonisti passano il 90% del tempo a drogarsi, a vagare nudi per i prati e a fare sesso tra di loro, a rotazione, tutti con tutti.

In molti momenti siamo in puro territorio soft-core, si intuisce tutto e si vede parecchio... fino a giungere a uno stupro, e poi all'apice narrativo, che si compie durante una folle notte in mezzo al deserto, in cui Manson si fa crocifiggere e i suoi seguaci danno vita a un'irrefrenabile orgia.
Poi nell'ultima mezz'ora il tono del film cambia, e si cala in pieno territorio horror. Omicidi spaventosi, degenerazione totale, sangue a profusione, sequenze ad alto contenuto splatter.

Per poi arrivare a un finale francamente posticcio e anacronistico.
Leggo su alcuni siti e forum gente che definisce The Manson Family come uno dei film più violenti e scioccanti che siano mai stati realizzati.
Mah, mi permetto di dissentire. Certo, è un film disturbante, sia per il sesso, sia per il sangue, sia per l'atmosfera malata che tenta di creare. Ed è indubbiamente un film vietato a chi è facilmente impressionabile e a chi non digerisce la violenza cinematografica.
Ma francamente mi vengono in mente almeno 50 film più scioccanti di questo.
In alcuni frangenti il lavoro di Van Bebber è interessante e intrigante. In altri, è molto discutibile. Manson alla fine ci fa la figura di un poveraccio strafatto che si ritrova quasi per caso a credere di essere Gesù in terra. I veri mostri sono i suoi "figli", che nella follia di voler a tutti i costi inseguire il proprio idolo perdono ogni contatto con la realtà. In questo il regista c'entra l'obiettivo. Lo manca in pieno invece nel subplot ambientato ai giorni nostri, dedicato a un'effimera banda di nazisti-post-punk che francamente non ha niente a che fare nè con Manson nè con lo scopo del film.
A questo punto, vale la visione? A voi la scelta.
By cinemystic // giovedì, 16 luglio 2009+12:23
cultura, cinema, societa, sesso, horror, splatter/gore, the manson family
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In programmazione in questo periodo su Sky questa miniserie in due puntate, diretta da Alex Infascelli e sceneggiata da Paola Barbato (una delle autrici del fumetto Dylan Dog).Apprezzabile il tentativo di Sky, che dopo aver prodotto Quo Vadis Baby? e Romanzo Criminale cerca di dare nuova linfa vitale alla fiction, allontanandola un po' dallo squallore e dall'inettitudine che caratterizzano la povertà dei prodotti che infestano la Tv pubblica italiana. La fiction ha ucciso il cinema in televisione, ma gli spettatori nostrani sembrano non accusarne il colpo, gettandosi anzi in massa alla visione delle vuote bruttezze che ogni sera riempiono i palinsesti dei canali terrestri.
Sky e in questo caso Infascelli provano ad andare oltre, a fare un qualcosa in più, a modernizzare il linguaggio della fiction avvicinandola maggiormente al cinema, sia sul piano dei contenuti che su quello visivo. Onore a loro per questo.
Nello specifico, Nel Nome del Male, due puntate di circa 75 minuti l'una, è ambientato in un piccolo paese del Nord-Est, e racconta la storia di un padre di famiglia, dirigente di un'azienda di calzature, e del proprio figlio sedicenne, Matteo, che all'improvviso scompare nel nulla. La sparizione del ragazzo provoca l'esplosione di vecchie ruggini all'interno del nucleo familiare (la moglie accusa il marito di aver provocato la volontaria fuga del figlio, e se ne va di casa), e il padre si ritrova solo e disperato. Non aiutato nemmeno dallo scetticismo della polizia locale, inizia ad effettuare per conto proprio le indagini, lotta con tutte le sue forze per scovare notizie utili, e parte alla caccia di Matteo, finendo poco alla volta per immergersi in un mondo oscuro di cui nemmeno sospettava l'esistenza, quello delle sette sataniche.

A dare volto e anima al film, un inedito Fabrizio Bentivoglio, sobrio e misurato, quasi mai sopra le righe, forse fin troppo trattenuto, ma comunque sempre capace di grande e indiscussa professionalità. Nelle rughe del suo viso segnato dalla disperazione si annidano i veri significati di un film tv che prova ad analizzare gli spettri del fallimento del rapporto padre-figlio, della solitudine, della connivenza di presunti amici che tali non sono, della falsità che lega i rapporti tra gli abitanti di un piccolo paese di provincia, del Male che si annida all'interno di un microcosmo in cui dietro la facciata perbenista si nascondono ignominie insospettabili.

La prima parte del racconto, di pura ambientazione e preparazione, è forse la migliore, compatta al punto giusto, intensa senza mai strafare. La seconda, quando la vicenda entra nel vivo e si avvia verso la risoluzione, è un po' più sfilacciata, e non sempre trova la giusta coesione narrativa. Il finale è strappato via troppo in fretta, ma si lascia apprezzare per il coraggio.
Infascelli da corpo a una regia sicura, che non tentenna mai, e che come detto prova ad affrancarsi dalla banalità artistica delle normali fiction per dotarsi di maggiore fantasia compositiva. Forse in qualche punto si lascia andare a qualche vezzo di troppo, ma il suo lavoro è apprezzabile.
Il mondo del satanismo è in realtà per certi versi soprattutto un pretesto, anche se nella seconda parte diventa il fulcro del racconto. In qualche sequenza ci si avvicina all'horror, e Infascelli, lavorando con le sensazioni, con il mistero, e con i colori del buio, riesce a provocare qualche sana inquietudine, pur senza mai scivolare nel sensazionalismo fine a se stesso.

Nell'ultima parte la sceneggiatura prova anche a fornire interessanti (ma non abbastanza approfondite) riflessioni sul vero significato del satanismo, che va ben oltre ai ridicoli stereotipi (le croci rovesciate, la testa da caprone, i rituali orgiastici, l'odio per la religione cristiana), per dedicarsi invece all'appropriazione di una coscienza individuale che pone il soggetto come unico Dio di se stesso, come unico supremo padrone della propria anima, e classifica il sangue come fonte e simbolo di vita e potere.
In sostanza, pur con qualche difetto, Nel nome del male è un'opera fresca, che mostra idee e coraggio, e che quindi merita la giusta considerazione.
By cinemystic // venerdì, 10 luglio 2009+12:20
cultura, cinema, horror, cinema italiano, film per la tv, nel nome del male
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Che il cinema tedesco stia finalmente rinascendo? Non lo so, è presto per dirlo. Di certo c’è che dopo un periodo di nulla totale (capolavori di Werner Herzog a parte), finalmente rincominciano a uscire film interessanti anche dalla Germania.
Dopo lo splendido ed entusiasmante Le vite degli altri, ovvero il miglior lavoro che sia uscito dalle terre teutoniche da svariati anni a quesa parte, mi è capitato di vedere La Banda Baader Meinhof, di Uli Edel, arrivato anche nelle sale italiane lo scorso anno. Una bella sorpresa meritevole di ogni considerazione.
Il film racconta la storia di un gruppo di anarchici terroristi, rappresentanti dell'estrema sinistra radicale, che a fine anni '60 e poi inizio anni ’70, partendo da Berlino, misero sottosopra la Germania dell’Est, attraverso una serie di durissimi attentati volti a protestare contro il capitalismo imperante, il post-fascismo dilagante e il genocidio compiuto in Vietnam per colpa degli americani.
Al centro del racconto un reazionario senza scrupoli e una giornalista che decide di abbandonare l’attività per dedicarsi anima e corpo alla lotta politica. I due creano ufficialmente la RAF (Rote Armee Fraktion), e mettono in piedi una banda via via sempre più crudele e violenta, che svolge la propria missione di rivolgimento del sistema attraverso azioni eversive, rapine alle banche (simbolo del capitalismo), battaglie per le strade, incendi dolosi nei luoghi delle istituzioni, attentati e rapimenti.
Quando infine gli odiati nemici della polizia riescono ad arrestarli, dalla prigione i due (con i fedeli compari) cercano in ogni modo di proseguire la loro missione, mentre al di fuori del carcere la seconda e terza generazione di attivisti mantiene in vita il gruppo e progetta azioni ancor più cruente per ottenere la liberazione degli ostaggi. Nonostante la repressione compiuta da una classe politica sempre più impaurita dal degenerare degli eventi, la “banda” combatterà a testa alta fino alla fine, e anche oltre.

Al di là degli importanti significati storico-sociali che il film descrive, il lavoro di Edel si lascia apprezzare per una costruzione narrativa che cerca di rimanere equidistante dalle diverse posizione ideologiche, e per l’ottimo eutilizzo tecnico che il mezzo cinematografico permette. Siamo di fronte a un film che, nonostante i 140 minuti di durata, non stanca e non annoia, grazie a un ritmo sempre sostenuto e con pochissimi momenti di calo. Edel azzecca sequenze davvero concitate, inserisce con cognizione di causa vere immagini di repertorio alternandole alla fiction, e utilizza molto bene le musiche e il montaggio.
Molti i momenti da ricordare: la scena iniziale in un campo di nudisti (la liberazione sessuale come primo sintomo della guerra in divenire), la prima sanguinosa battaglia per le vie di Berlino, l’attimo in cui l’ormai ex giornalista Meinhof, saltando da una finestra per scappare insieme ai nuovi compagni, “vende l’anima al Diavolo” compiendo una vera e propria scelta di vita che segnerà per sempre il suo destino. E poi ancora, l'addestramento militare nei campi palestinesi, l’arresto degli esponenti di spicco della banda ripreso in montaggio parallelo, le immagini dei telegiornali che urlano al mondo l’incedere impetuoso degli eventi, il dipanarsi delle azioni terroristiche di volta in volta sempre più rischiose e brutali, il sacrificio degli “eroi” compiuto in nome di un Martirio da portare avanti fino all’ultimo secondo.

Se si vuole trovare un difetto a La Banda Baader Meinhof, si può dire che in alcuni momenti appare un po’ troppo didascalico ed enciclopedico, soprattutto in qualche dialogo nel quale i Capi declamano ai compagni la ragione dei propri gesti. Si spiega fin troppo, quando non sarebbe stato necessario. Ma insomma, poche sottigliezze: questo è un film davvero interessante, da seguire a perdifiato, duro al punto giusto e coinvolgente (bravi anche tutti gli attori) al di là, lo ripeto, di qualsiasi personale posizione politica.
Cinema di denuncia, cinema di protesta, ma anche cinema puro, fresco e convincente.
By cinemystic // sabato, 13 giugno 2009+14:58
cultura, politica, cinema, societa, le vite degli altri, cinema tedesco, la banda baader meinhof
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Pubblico volentieri anche qui un mio breve racconto, che ho scritto un paio di settimane fa.
Un racconto, come l'ho definito, di "amore, passione e dolore"... nonchè di chiara ispirazione cinefila.
Spero vi piaccia.

L’ULTIMA NOTTE DI LIBERTA’
ti scrivo in questi ultimi momenti di quiete, prima che la Libertà mi venga tolta. Devo andare, sì, manca poco, stanno per arrivare. Inizio a soffocare prim’ancora di vederli.
Due anni. Sono tanti. O forse no. Con quello che ho combinato probabilmente ne meritavo anche di più. Sono stato uno stupido. Ho sempre vissuto sul ciglio del rischio, ma stavolta ho fatto un passo troppo in là. Non credo di farcela, non credo proprio. Lo sai, per me la Libertà è tutto. Temo che dopo pochi giorni là, chiuso in quella gabbia senza luce, immerso nella notte eterna, la mia mente pretenderà la sua fine. A quel punto inizierò a sbattere la testa contro le sbarre, usando tutta la forza che ho in corpo. Lascerò che il sangue scorra copioso fino a coprirmi gli occhi, e poi, cieco al dolore, permetterò a Caronte di trainarmi verso il Fiume dei Dannati, affinchè le rane piovano dal cielo e la frusta disegni la mia schiena.
Ma tu sei stata qui, stanotte, cara Mélanie, e mi hai regalato l’ultima gioia, l’ultimo squarcio di sole tra la pioggia inclemente. Mi hai chiesto di poterti cambiare nell’altra stanza, perchè ti vergognavi un poco. Poi sei tornata da me, mi sei apparsa così, con quella sottoveste nera, i capelli già scompigliati, le gambe scoperte, i piedi nudi, e per un attimo mi si è fermato il cuore, e forse per la prima volta in vita mia ho ringraziato Dio di esistere.
Ti sei avvicinata, mi hai teso la mano, abbiamo ballato dolcemente cullati dalle note di un pianoforte fluttuante sulle onde del mare. E poi ho sentito la tua pelle scaldarsi, ho visto i tuoi occhi diventare fuoco, e ti sei concessa a me nella pienezza dei sensi. Hai permesso che la mia bocca esplorasse ogni fibra del tuo corpo, ti sei lasciata andare senza più alcuna inibizione, e insieme abbiamo scalato le vette del Piacere, sino a giungere all’apice dell’infinito, sino a sfiorare le porte dell’eternità.
Stamattina mi sono svegliato Mélanie, e tu già non c’eri più. Ti sei alzata presto, e sei fuggita via subito, lieve come una farfalla timida e silenziosa. Eppure mi guardo intorno, e non vedo nessuna traccia di te. La tua parte del letto non è nemmeno stropicciata. Ma sento il tuo odore addosso, lo sento dappertutto. Non se ne andrà più.
Tremo, però. Ho perfino paura di essermi immaginato tutto. Ma no, non è possibile. Sono confuso, Mélanie. Non ho nemmeno il tempo di pensare, di riflettere, perchè stanno per arrivare. Sono vicini, ormai. Mi aggiro nella Tana, avanti e indietro, come impazzito, brancolo nella grotta dell’irrealtà, fumo una sigaretta dopo l’altra, bevo un whisky dopo l’altro. Ormai è finita.

Questa notte, prima che le fiamme del desiderio ci coprissero di un manto umido e vellutato, mi hai parlato dei tuoi timori, delle tue insicurezze, della tua paura del domani. Ma io voglio dirti una cosa, splendida Mélanie: pensa all’oggi, solo all’oggi. Non c’è nessun cazzo di domani. La vita è adesso, in questo minuto, in questo istante. E dunque vola, Mélanie, vola verso la Libertà, lasciati cullare dall’amore, accarezza le foglie dorate della Passione, e non perdere tempo a pensare a quell’isola maledetta che non c’è, e che mai ci sarà.
Io di tempo non ne ho più. É finito tutto. Arrivano, i cani rabbiosi. Arrivano, i gemelli dell’Inferno. Devo andare. Avrei tanto voluto averti qui, ma ormai non so nemmeno più se ci sei mai realmente stata. Eppure, sento il tuo odore addosso, e sento echeggiare il sapore dei tuoi gemiti.
Basta, l’attesa mi divora da dentro, mi scuoia le viscere, mi trafigge in ogni istante. Ascolto mille pugnali ghiacchiati che scavano beffardi. Vorrei lasciare ancora che le mie dita per un’ultima volta sfiorassero i tuoi seni, vorrei bere il prezioso nettare di una magnolia in fiore, vorrei, vorrei...
Sono arrivati. Vado. Abbandono la penna, chiudo le ali, e alzo lo sguardo con fierezza, perchè almeno la dignità non me la strapperanno via.
Ma tu, soave tulipano intriso di speranza, esisti sul serio? Sei sogno o realtà? Non lo so più.
In ogni caso, nonostante tutto, sei stata Passione e Libertà. E tanto mi basta.
Ciao Mélanie,
tuo per sempre.
A.
(liberamente ispirato al film “La 25a ora” di Spike Lee)
© Alessio Gradogna, 2009
By cinemystic // domenica, 17 maggio 2009+23:07
cultura, amore, racconti, cinema, vita vissuta, speranza, sesso, emozioni, erotismo, cinema americano
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E alfine giunse...da oggi, nel mio piccolo, posso celebrare il fatto di possedere una cineteca personale con 2000 TITOLI.
Finalmente, dopo anni di fedele collezionismo, il traguardo è stato raggiunto, e il mio immortale file excel, che aggiorno da sempre con pazienza certosina, inserendo di volta in volta ogni nuovo titolo che arrivo a possedere (con tanto di indicazione di nome, anno, regista, fonte, qualità, lingua) ha toccato la fatidica quota 2000.
Tutto cominciò tanti anni fa, con i primi film registrati dalla televisione (in gran parte horror, ovviamente). Poi si passò alle videoteche, ai primi acquisti, ai folli scambi di vhs con altri appassionati sparsi in giro per la penisola... poi venne il prezioso contributo del satellite e della tecnologia, e infine arrivò il passaggio, per me dolorosissimo e sacrilego, dalla vhs al dvd (tant'è che due terzi dei film ancora li ho in vhs, e mi piange il cuore a sapere che un po' alla volta dovrò per forza trasferirli tutti in digitale).
Un traguardo effimero ma che mi gratifica, anche perchè mi procuro solo quello che davvero mi interessa, per fini culturali e/o professionali e/o di puro collezionismo, mai film a caso "tanto per fare numero".
Qualche dato statistico: il regista più presente nella mia cineteca è per distacco Charlie Chaplin (32 titoli in tutto tra lungometraggi e corti), al secondo posto Clint Eastwood (23 titoli), al terzo Martin Scorsese (21 titoli), e poi la triade Polanski-Lynch-Cronenberg (18 titoli ciascuno). A ciò possiamo poi aggiungere le filmografie complete (o quasi) dei vari Argento, Kubrick, Carpenter, Kieslowski, Moretti, Tsukamoto... eccetera.
Infine, per curiosità, il titolo numero 2000 è stato Horla, con il grande Vincent Price.
Bene, ci risentiamo tra qualche anno al raggiungimento dei 3000!
By cinemystic // giovedì, 14 maggio 2009+11:42
cultura, cinema, vita vissuta, emozioni, horror, premiazioni, cinema francese, cinema orientale, cinema americano, cinema italiano, cinema tedesco, cinema spagnolo, cinema animazione, cinema australiano, cinema britannico
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FACEBOOK, LO SPECCHIO DELLA VITA (?)
Mi ci sono iscritto a fine dicembre. Ero scettico e indeciso, poi ho notato che quasi tutte le persone che conoscevo erano lì, e ho voluto provare a iscrivermi pure io.
All'inizio ero abbastanza entusiasta di questa novità, mi sembrava un ottimo strumento sia per recuperare tante persone disperse nel corso degli anni per colpa degli inevitabili cambiamenti della vita, sia per poter comunicare in tempo reale e quotidianamente con gente lontana, sia per condividere utili influssi culturali e potenziali nuove collaborazioni artistiche.

Ora, dopo 4 mesi di frequentazione piuttosto assidua, ho deciso di abbandonarlo, forse definitivamente.
Ho capito che FB non è affatto quello che credevo. Semplicemente perchè la quasi totalità delle persone ha deciso di sprecare totalmente uno strumento interattivo potenzialmente straordinario.
Su FB trovi gente che va lì solo per pubblicizzare i propri lavori e i propri successi, costruendosi un fedele nugolo di fans che peraltro servono solo ad aumentare la propria autostima. Trovi gente che non fa altro che parlare di idiozie, stupidaggini e amenità come se fosse al bar. Trovi gente falsa che ti usa per i propri scopi salvo poi iniziare a ignorarti quando non ha più bisogno di te. Trovi gente che passa ore a fare pseudo-test ridicoli invece di... che so, leggersi un buon libro. Trovi gente che usa messaggeria e chat con furbizia, nascondendosi dietro a uno schermo virtuale perchè ha paura della verità. Trovi persone che non sentivi da tanti anni, che si fingono felici di averti ritrovato ma poi in realtà non hanno nessuna intenzione di ritrovarti davvero. Trovi persone che ti chiedono l'amicizia solo per aumentare la propria collezione personale di contatti e poi non ti rivolgono mai la parola. Trovi persone che usano il network unicamente come futile e stancante strumento di contestazione politica, evidentemente per sfogare le frustrazioni della propria vita... e in tutto questo minestrone, quando provi a proporre idee, dibattiti costruttivi, suggerimenti culturali, vieni nella gran parte dei casi ignorato.

Lungi da me, e chi mi conosce lo sa, voler fare dell'accademico bigottismo. In fondo, come qualcuno ha già detto, FB è per certi versi lo specchio della vita, e della sterilità dei rapporti umani nella povera società allo sbando in cui viviamo. Non a caso l'Italia è uno dei paesi in cui questo fenomeno è più diffuso. Comunque, chiunque ha il sacrosanto diritto di andar lì, dopo (o durante) il lavoro o lo studio, a rilassarsi e divertirsi e fare e dire quello che vuole.
Però, in ogni caso, a me tutto ciò sembra veramente uno spreco colossale, e mi fa una gran tristezza.
L'unica cosa certa è che, come tutte le mode, tra un po' inevitabilmente finirà. Io forse forse preferisco disintossicarmi e finire un po' prima. Si vive anche senza FB... probabilmente si vive anche meglio.
By cinemystic // lunedì, 11 maggio 2009+12:46
cultura, societa, vita vissuta, facebook
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MERAVIGLIE DI PROVENZA
DIARIO DI VIAGGIO
Rieccomi. No, non avevo abbandonato Cinemystic. Ero semplicemente partito, per un viaggio di 9 giorni in Provenza. Un viaggio che da tempo anelavo di fare, e che si è rivelato splendido, regalandomi emozioni continue e indimenticabili.
Per farmi perdonare della mia assenza vi posto un breve diario di viaggio, day by day, utile a riassumere i tanti eventi che hanno caratterizzato questi magnifici giorni on the road in uno dei luoghi più belli del mondo.

GIOVEDI 26 = Io e la mia fidanzata carichiamo le valigie in macchina e partiamo. Per i primi 3 giorni abbiamo prenotato un hotel a Salon de Provence. Il viaggio è lungo, quasi 7 ore, arriviamo là a metà pomeriggio, in un alberghetto (Hotel du Midi) piccolo ma grazioso e silenzioso. Nelle ore successive facciamo un giro per Salon (la città in cui lavora Dany Boon in “Giù al nord” prima di essere trasferito al Passo di Calais). Cominciamo a respirare il clima provenzale, la luce forte e limpida con un sole quasi accecante, le case con le persiane dipinte di tutti i colori. Il paese è abbastanza piccolo, vediamo lo Chateau de l’Emperi e la casa dove visse Nostradamus. Salon è carina ma la gente che ci vive non ci entusiasma, vediamo molti “tamarri”, più di un Mc Donald, e rimaniamo un po’ perplessi.
VENERDI 27 = Ci dirigiamo verso Aix, la mini-capitale della Provenza, dove visse Cezanne. Vediamo le numerose fontane, molto affascinanti; passeggiamo per l’elegante Cours Mirabeau, sostiamo davanti alla magniloquente Cathedrale St-Sauveur e alla Place de l’Hotel de Ville. La città è molto bella, ma con un grave difetto: troppe e troppe macchine, che girano pure in mezzo al centro storico. Troppo caos, troppa frenesia.
Però appena usciti dalla città, sulla strada del ritorno, nei 40 km che collegano Aix e Salon, il paesaggio è splendido: fiori, campi, ulivi, verde e ancora verde. Non c’è ancora la lavanda, perchè matura a giugno, ma ce n’è lo stesso abbastanza per aver immediatamente voglia di non tornare più in Italia. A un certo punto ci fermiamo a caso in un piccolo spiazzo (questo è il bello di girare in macchina), ci addentriamo un attimo in un campo e ci mettiamo a raccogliere erbe provenzali, profumatissime e introvabili qui. Respiriamo aria di eternità.
SABATO 28 = Decidiamo di fare una tappa non prevista a inizio viaggio, visitare lo Zoo di La Barben, a pochi km da Salon. Lo zoo è immerso in un’immensa riserva naturale, passiamo molte ore a passeggiare tra piante e animali, è tutto molto bello. Vedere gli animali in gabbia è sempre brutto, ma pare almeno che qui siano trattati bene, e che la maggior parte di loro abbia almeno un discreto spazio per muoversi. I pavoni vagano liberi per il parco, un orso bruno ci regala uno spettacolo inatteso e si fa il bagno a pochi centimetri da noi, i lupi mi ipnotizzano, i suricati mi divertono, il leopardo mi impressiona.
Usciti dallo zoo andiamo a vedere il castello di La Barben, anche se non entriamo e ci limitiamo a guardarlo dal di fuori. Poi torniamo a Salon e ceniamo in un ristorante carino in cui il padrone sorridente ci serve un enorme piatto di formaggi tipici e poi dopo aver pagato il conto ci augura buon viaggio (eccola, la famosa gentilezza provenzale).
DOMENICA 29 = Ci trasferiamo nelle zone più interne della Provenza. Abbiamo affittato una casetta a Maussane Les Alpilles, sarà la nostra base per i restanti 6 giorni. Maussane è un paesello piccolo ma caratteristico, in ottima zona “strategica”, e la casa è all’interno di un residence con oltre 150 alloggi, molto ben tenuto, colorato e silenzioso.
Nel pomeriggio ci arrampichiamo a Les Baux, villaggio abbarbicato in cima a un monte, uno dei luoghi medievali più visitati di Francia. É davvero molto caratteristico, tutto in pietra, si respira aria di passato e di storia. Purtroppo il Mistral (vento tipico della Provenza) ci accoglie con impeto terrificante, e raffiche spaventose, guastandoci un po’ la visita, che comunque non ci delude, anzi.

LUNEDI 30 = Andiamo a Saint-Remy de Provence, il paese in cui nacque Nostradamus, e in cui Van Gogh visse e dipinse alcuni dei suoi quadri più famosi. Più che una città, questa è una favola. Centro storico affascinante, piccoli vicoli che si aprono in una sorta di mini-labirinto, casette colorate in tutte le tonalità possibili e immaginabili (azzurre, rosse, rosa, gialle, viola, blu scuro), tranquillità e silenzio, piccoli supermercati dove entri e la cassiera ti sorride e ti dice “Bonjour Madame et Monsieur” (il confronto con la maleducazione italiana è a dir poco impietoso...), ristoranti con specialità tipiche, negozietti, profumi speziati, panchine dove sedersi, aiuole con fiori incantevoli. Un paese splendido, che racchiude la vera essenza della Provenza.
Appena 2/3 km più in là, vediamo Les Antiques (un arco e un mausoleo di epoca romana perfettamente conservati), il Glanum (sito archeologico) e la casa di cura dove Van Gogh si fece volontariamente ricoverare, ovviamente immersa in mezzo al verde e ai fiori, in un paesaggio che mozza il fiato. Tutto intorno al paese, lunghi viali ornati da platani che si estendono per chilometri.
MARTEDI 31 = Decidiamo di buttarci all’avventura, e di visitare il Parco Naturale della Camargue. Senza saperlo stiamo per vivere una giornata davvero cinematografica. Ci addentriamo con la macchina in mezzo alla vegetazione incolta, attraversiamo strade deserte, ci guardiamo stupiti con la sensazione di essere finiti in un mondo straniante e lontano dalla civiltà contemporanea, troviamo una spiaggia con un cimitero di migliaia di conchiglie sedimentate lì nel corso degli anni, vediamo tori e cavalli bianchi che pascolano non lontano da noi, acquitrini e paludi, e un’enorme nutria che esce dall’acqua.
Poi arriviamo al paese di Saintes Maries de la Mer, al confine sud della Camargue, molto suggestivo e chiaramente turistico: avvistiamo i primi fenicotteri rosa, pranziamo in riva al mare in mezzo ai gabbiani, visitiamo la chiesa del paese e all’uscita veniamo quasi aggrediti da tre gitane che tentano di appiopparci spillette e al nostro rifiuto sputano per terra e ci lanciano maledizioni.
Poi risaliamo in macchina e ci riaddentriamo nella “giungla” camarghese, vediamo 3 cavalli bianchi che pascolano indisturbati proprio a bordo strada, scendiamo, li tocchiamo e accarezziamo, arriviamo al Parco Ornitologico di Pont-de-Gau, entriamo, camminiamo in mezzo al verde, ci troviamo di fronte a migliaia di fenicotteri rosa che camminano a pochi metri da noi, li guardiamo ipnotizzati... Infine torniamo esausti a Maussane, dopo una giornata pazzesca e indimenticabile.
MERCOLEDI 1 = Torniamo a Saint-Remy, per assistere a uno dei classici e rinomati mercatini provenzali, che si svolgono tutte le settimane. Specialità tipiche, cibi e formaggi di ogni tipo, spezie e salumi, erbe e accessori. Costi ovviamente alti, ma contesto a dir poco affascinante, e clima sempre rilassato e cordiale (lì non urla nessuno, a differenza dei cialtroni italiani).
Nel pomeriggio andiamo ad Avignone. Il Palazzo dei Papi è ovviamente magnifico, e molto belli sono anche i giardini che lo affiancano. Ma la città ci delude assai: caotica, sporca, rumorosa, confusa, con gente poco raccomandabile e turisti poco educati.
GIOVEDI 2 = Andiamo ad Arles, città di grande tradizione storica. La pioggia ci rende difficile la visita, le indicazioni sono poco chiare e giriamo parecchio a vuoto. Anche qui, stesso difetto di Aix: troppe macchine, che ignobilmente possono circolare anche nei vicoli del centro storico. Scempio dell’inurbazione selvaggia, purtroppo. La città resta comunque molto bella, e anche qui si respira vero sapore di Provenza.
Nel pomeriggio andiamo a visitare lo Chateau Renè a Tarascon, uno dei castelli medievali più importanti dell’intera Francia. Da fuori è enorme e spettacolare, entriamo e visitiamo le stanze dove un tempo viveva il Conte di Provenza. Sono perlopiù vuote, ma la sensazione è comunque speciale, sembra di trovarsi in un luogo senza tempo, di odorare la polvere di un’epoca lontana e irripetibile. Il cortile interno è spettacolare, e salendo le strette scale a chiocciola per arrivare alla terrazza sulla sommità del castello, pare di essere in cima al mondo.
Non contenti, prima di tornare a Maussane seguiamo l’istinto del momento e visitiamo anche il paesino di Fontvieille: anche questo ti culla nella sua pace, nelle sue case e finestre dipinte di tutti i colori, nel suo dolce silenzio.

VENERDI 3 = L’ultimo giorno, vogliamo sfruttarlo appieno, e allunghiamo il tragitto per arrivare nel Vaucluse. Al mattino andiamo a Fontaine de Vaucluse, paese in cui visse il Petrarca, e le cui rinomate sorgenti ispirarono il poeta per il leggendario “Chiare, fresche e dolci acque...”. É un altro posto da favola: l’acqua ha colori incredibili, puri, mai visti. Percorrendo un sentiero in salita si arriva in cima alla sorgente, attorno pareti di roccia gigantesche. Mi sembra di toccare la cima del mondo, mi sento davvero come Emile Hirsch in Into The Wild, si ha l’impressione che dietro quella montagna e quelle acque non possa esserci più nulla. Una vera e propria epifania spirituale. Straordinario.
Nel pomeriggio andiamo a visitare Roussillon, detto “il paese dell’ocra”, perchè è circondato appunto dal giacimento di ocra più imponente del mondo. Un altro posto irreale, dove tutte le case sono colorate di rosso, in totale contrasto con le persiane spesso viola o azzurre. Passeggiamo poi per il sentiero che ti porta proprio nel mezzo delle cave, sembra di essere in un gran canyon, o in un cartone animato, talmente intenso è il colore rosso fuoco da cui si è circondati. Impossibile descriverlo con esattezza, bisogna provarlo.
Per concludere, diamo un’occhiata alla vicina Abbazia di Senanque, fondata nel 1100 dai monaci cistercensi che ancora oggi vi abitano, e passiamo sotto a Gordes, altro villaggetto abbarbicato sui monti, in cui Ridley Scott ha girato alcune scene di “Un’ottima annata”.
Il giorno dopo, è ora di tornare. Salutiamo la meravigliosa Provenza, immersi in emozioni e ricordi che vivranno per sempre.
By cinemystic // lunedì, 06 aprile 2009+15:06
viaggi, cultura, cinema, societa, vita vissuta, emozioni, provenza, into the wild
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Come già accennato nel post precedente, ho seguito fin dagli esordi la carriera di Danny Boyle. L’ho amato subito, ed è stato anche uno dei primi autori che ho studiato in modo professionale, agli albori della mia “carriera”. Ho adorato la brillantezza noir di Piccoli omicidi tra amici. Ho apprezzato l’estatico trip anarcoide di Trainspotting. Non ho sofferto come altri l’esperimento The Beach. Ho applaudito con convinzione le geniali scelte di regia di 28 giorni dopo.
Poi Boyle, a mio avviso, ha perso un po’ di smalto. Millions, partito da un’idea di sceneggiatura intrigante, si è rivelato pulito ma fin troppo piatto, senza guizzi. E il recente Sunshine si è smarrito nell’autocompiacimento, troppo celebrale e ardito, in quanto non supportato da una corazza struttuale adeguata.
Ora arriva questo The Millionaire, trionfatore ai Golden Globes, e probabilmente anche ai prossimi Oscar. E dopo la visione, un senso di perplessità regna in me.

Intendiamoci: l’ultimo Boyle, tecnicamente, è un lavoro sopraffino. Il regista inglese prende e rielabora la materia narrativa a sua disposizione (la parabola trionfale di un giovane prodotto della povera periferia indiana, che riesce a vincere una montagna di soldi in un quiz televisivo, azzeccando tutte le risposte grazie ai ricordi delle traversie della sua giovinezza), con un gusto filmico che ne solidifica le qualità.
Boyle sfrutta una fotografia allettante, alterna piani più classici a inserti rudi, nervosi e quasi videoclippari, e riesce, dimostrando ancora una volta il suo innegabile talento, a rendere quasi epiche alcune sequenze in apparenza improponibili (come la corsa disperata del piccolo Jamal, ricoperto di melma, per ottenere l’autografo del suo eroe preferito).
Molto interessanti le musiche, che sanno fondersi col narrato provocando una qualche emozione, e bravo Boyle ad alternare le sequenze di maggior respiro, di chiaro impatto hollywoodiano, con un’analisi intima e sofferta delle fratture della società indiana, in cui pare recuperare la tradizione del realismo poetico di marca francese (Carnè, Clair, Renoir). Infine, molto bello il balletto autoctono che accompagna i titoli di coda.

Però... però bisogna distinguere l’analisi secondo un punto ben preciso: se vogliamo considerare The Millionaire come una favola, come un racconto fantastico, e dunque per definizione avulso dalla piena realtà, va tutto bene, il film è riuscito, tutto a posto, niente da dire.
Ma se si vuole andare a fondo, e valutare la storia di Jamal come un racconto di formazione “verosimile”, allora francamente sale agli occhi un certo imbarazzo. Perchè la sceneggiatura di The Millionaire è zeppa di coup de theatre non credibili, e non plausibili, chiaramente artificiosi, in qualche caso ridicoli (la fuga, facile facile, dei tre bambini dal covo dei loro aguzzini; Jamal che torna a Mumbai e in un attimo, tra milioni di persone, ritrova la sua amata perduta; il fratello che si spara dopo aver concesso la libertà a Latika, e aver fatto fuori senza alcuna fatica il suo boss). E’ tutto davvero troppo semplice. Il meccanismo stesso delle risposte ai quiz ottenute tramite i ricordi regge all’inizio, ma dopo un po’ tira la corda. E il finale, poi, affoga in una melensaggine frivola che mal si addice alla durezza di base della storia rappresentata.

By cinemystic // martedì, 27 gennaio 2009+19:43
musica, cultura, cinema, premiazioni, cinema francese, cinema americano, premi oscar, the millionaire
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NEW VISIONS – EDEN LAKE
Sono anni, questi, in cui sempre più spesso gli adolescenti affogano nella violenza. Piccoli hooligans che distruggono le scuole, infieriscono sui coetanei più deboli, bruciano il loro futuro, e filmano con il telefonino i loro abusi. Anche il cinema fantastico se n'è accorto, e comincia ora a metterli in primo piano, iniziando a superare il muro d’omertà da sempre presente quando si parla dei giovani, per mostrarne le nefandezze, portavoci di un orrore (quello sociale) ben più generale, profondo e spaventoso.
Registi di fama internazionale negli ultimi anni hanno già messo a fuoco il mondo disilluso di questi adolescenti disperati, pensiamo ad esempio al Van Sant di Elephant e Paranoid Park. Ma sta arrivando anche l’horror, ad esplorare questa tematica; precursori, per certi versi, oltre agli esperimenti sull’estremo compiuti dagli autori giapponesi, sono stati i francesi Moreau e Palud, con l’inquietante Ils – Them, rappresentazione di una terribile violenza perpetrata da una gang di ragazzini senza scrupoli, come ben mostrato nella sconvolgente sequenza finale.

A seguire questo nuovo prodromo di filone narrativo giunge ora Eden Lake, di James Watkins (esordiente, ma autore dello script di My Little Eye e dell’imminente The Descent 2), proveniente dall’Inghilterra, paese in cui il problema della violenza giovanile è molto sentito, e che il governo Blair, nonostante pesanti misure restrittive, non è riuscito a risolvere.
Per ora inedito in Italia, ma presentato allo scorso Ravenna Nightmare Festival, e vincitore del premio della giuria a Sitges, il film merita attenzione.
Una coppia di sposi, Jenny e Steve, decide di concedersi un week-end di vacanza, in campeggio, sul lago di Eden Lake. Appena arrivati, iniziano ad essere scocciati da un gruppo di ragazzini di 12-13 anni, maleducati e irridenti, volgari e irrispettosi. Il clima diviene sempre più teso, fino a che la gang ruba la macchina dell’uomo, il quale per vendetta (ma per sbaglio) uccide il loro cane, scatenando una sanguinosa contesa in cui la violenza esplode a livelli accecanti.

Gli adolescenti diventano carnefici, gli adulti divengono vittime, i ruoli sono ribaltati, i ragazzi sognatori di Stand By Me cadono nel gorgo della rabbia cieca. La messinscena, in un parossistico crescendo situazionale, segue un andamento relativamente schematico, forse fin troppo, correndo verso l’apogeo della fabula in un percorso a tratti persino scolastico.
A ben vedere, però, in un film di questo tipo, sono fondamentalmente due gli elementi che rendono più o meno appetibile la pellicola e innalzano o abbassano la qualità stessa del lavoro: la capacità di mantenere alta la tensione fino alla fine, e il coraggio di andare fino in fondo, scavalcando il tipico desiderio di fornire soluzioni piacenti e consolatorie. Da questi punti di vista, Eden Lake funziona e convince. Il clima falsamente idilliaco della prima parte (un po’ sullo stile di Wolf Creek), circondato dall’oasi paesaggistica in cui si muovono i protagonisti, muta gradualmente in un circolo vizioso e soffocante, in una partitura lisergica capace di innalzarsi progressivamente nella seconda parte; e Watkins il coraggio di andare fino in fondo ce l’ha eccome, tanto da lanciarsi in un epilogo tutt’altro che pacificatorio.


Eden Lake riesce quindi a provocare il giusto fastidio, a far riflettere sulla connivenza con la quale i genitori spesso si ergono a principali colpevoli della follia dei propri figli, e a provocare sani brividi di disgusto in un paio di sequenze in cui il sangue, mescolato alla sporcizia rappresa che ricopre i volti degli attori (Kelly Reilly e Michael Fassbender), scorre in quantitativi discreti.
Se il nuovo filone horror dedicato all’adolescenza violenta si costituirà come reale sottogenere a tutti gli effetti, lo sapremo prossimamente. Per il momento, il film di Watkins concede intriganti spunti d’analisi, e un efferato ritratto di una società sempre più lanciata verso un’amara autodistruzione.
By cinemystic // venerdì, 16 gennaio 2009+16:32
cultura, cinema, societa, horror, cinema francese, cinema orientale, cinema americano, paranoid park, splatter/gore, rubrica new visions, eden lake
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Nel 1990, attraverso un sondaggio, i francesi proclamarono Les Enfants du Paradis (Amanti Perduti nella versione italiana), di Marcel Carné, come il più bel film della storia del loro cinema. Con la solita intelligenza e lungimiranza.
Perchè questo è davvero un capolavoro senza tempo. Girato nel 1944-45, durante l’occupazione nazista in Francia, verso la fine della seconda guerra mondiale, attraverso enormi problematiche realizzative (tecnici ebrei che non potevano lavorare, tecnici collaborazionisti che sparivano da un giorno all’altro, location inagibili), scritto da Jacques Prevert, interpretato dai migliori attori francesi dell’epoca (quelli rimasti, perchè alcuni, come Jean Gabin, si erano rifugiato a Hollywood), ancora oggi, a una sua revisione, si conferma un film immenso.
Ambientato negli ambienti teatrali della Parigi dell’800, e circondato da scenografie sontuose, racconta una meravigliosa storia d’amore destinata al fallimento, nella rielaborazione di quella corrente letteraria e cinematografica già elaborata da Vigo e Renoir (il realismo poetico), derivante dal surrealismo e dal naturalismo ottocentesco di Zola e Flaubert, di cui lo stesso Carné si era reso alfiere nei suoi lavori precedenti, tra cui ovviamente Il porto delle nebbie. 
Les enfants du paradis (il titolo deriva dagli spettatori di teatro, quelli poveri, che visionavano gli spettacoli dal loggione, mentre ai ricchi erano destinati i posti in platea) racchiude in sè le migliori significazioni del cinema più puro, e al contempo lascia convergere nella propria narrazione il feuilleton, il romanzo d’appendice, la poesia, il teatro alto e quello basso, la musica, la danza, la pantomima, la pittura. Un’opera d’Arte totale, nel vero senso della parola, una volta tanto. E al contempo una chiara metafora della resistenza contro la guerra, e un sontuoso melodramma di struggente intensità.
Finora, in Italia, circolava solo in una vergognosa e castrata versione lunga 90 durata. Lode e onore alla BIM, che ha invece da pochi mesi editato un Dvd in cui è possibile finalmente vederlo nella sua versione originale, rimasterizzata e soprattutto integrale (181 minuti), così da poter seguire con precisione la narrazione e apprezzare appieno le interpretazioni in lingua originale di Arletty, Pierre Brasseur e Jean-Louis Barrault, nell’indimenticabile ruolo del mimo-pierrot Baptiste.

Un Dvd indispensabile, che ogni appassionato di cinema dovrebbe categoricamente avere nella propria collezione. Sì, Les Enfants du Paradis è probabilmente il più bel film francese, ed è senza dubbio uno dei più grandi film dell’intera storia del cinema.
Fascinazione senza limite, scolpita nell’eternità.


By cinemystic // mercoledì, 07 gennaio 2009+16:03
musica, cultura, cinema, letteratura, parigi, classifiche, emozioni, cinema francese, les enfants du paradis
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GO GO TALES
Abel Ferrara è uno dei pochi registi realmente indispensabili rimasti in circolazione. Con la sua violenta poetica, la carica iconoclasta, la rabbia incontrollata, l’anarchia di pensiero e visione. Un bohemien nato nel secolo sbagliato, un folletto dotato d’infinita classe, un drammaturgo di rara profondità emotiva, sempre pronto a scannerizzare parole e immagini, sangue e sporcizia, umori e liquami, per partorire progenie delittuose e insaziabilmente deliziose.
Dopo il gustoso pus underground (per dirla alla Moretti) di The Driller Killer, L’Angelo della vendetta, Il cattivo tenente e Body Snatchers, dopo la raffinata anarchia di The Addiction, King of New York, New Rose Hotel e Fratelli, dopo lo splendido (e incompreso) Mary, ormai Ferrara da qualche anno è uscito definitivamente dalla prigione del sottobosco e del rifiuto, della cafonaggine e della di lui paura, per ergersi ad autore di serie A, riconosciuto da tutti come tale.
Ed è per questo che ormai Ferrara può permettersi di fare quello che vuole. Anche un film come Go Go Tales, il quale, diciamolo pure, è puro pleonasmo. Cento minuti fuori orario, tutto in una notte, interamente immersi nelle luci del buio. Un locale di spogliarelliste, con le infinite deviazioni e derivazioni del proprio microcosmo. Un gestore che si mangia tutti i soldi fottendoseli al gioco, una matrona che vuole chiudere tutto perchè si è stancata di non essere pagata, ballerine che si ribellano perchè di lavorare gratis proprio non ne hanno voglia.

E nel mentre, baristi che stanno lì da una vita, papponi e magnaccia, comitive di giapponesi eccitati, freaks della notte, artisti falliti e rifiuti della società, gente che critica il Paradise ma in realtà ce l’ha nel cuore e ad andarsene non ci pensa proprio. Alcool come se piovesse, soldi e ancora soldi, luci al neon, musica ipnotizzante, macchina da presa svolazzante, corpi femminili caldi e sudati che si dimenano sulle assi del palco. Tette e gambe e trucco pesante, banconote infilate nelle mutandine, calze a rete e costumi e schiene spalmate di voluttà.
A metà tra Scorsese e Altman, Ferrara s’immerge in un divertissement d’altri tempi, facendoci respirare il roco odore dell’eterna notte della dannazione. Con la libertà creativa che (quasi) solo lui può permettersi, scivolando in un flusso narrativo che mi vien da paragonare solo ai Goodfellas, il cantore della perdizione mette poi insieme un cast allucinogeno, regalando ruoli all’apparenza impossibili.
Un flusso di vene palpitanti in cui trovano posto Willem Dafoe, che canta, strabuzza gli occhi e si diverte un mondo; Asia Argento, che fa la lap dance, ci fa vedere il suo tatuaggio inguinale e ficca la lingua in bocca a un Rottweiler; Bob Hoskins, che ostenta per l’ennesima volta la sua eterna bravura; Riccardo Scamarcio (!), che compare in scena con il suo sorriso ebete e si ritrova cornuto e mazziato; Romina Power (!!) che legge l’estrazione dei numeri del Lotto; Burt Young, che vince un concorso a premi; Andy Luotto (!!!) che sprofonda nell’abiezione del mercante di sogni; e pure Stefania Rocca, che (s)vestita da go go dancer mette in scena una sensualità fuori dal comune, e un erotismo puro da far girare la testa ai morti (altro che le frigide starlette americane). 
Senza tregua, dal magnifico dolly della sequenza iniziale al beffardo sguardo di ghiaccio di Dafoe nel finale, Ferrara ci trascina in un vortice fumoso di fascino antico. E dire che questo è il film più inutile della sua magnifica carriera, eppure batte per distacco la gran parte delle cazzate che escono nei cinema in questi tempi disastrati. Go Go Tales, pleonasmo dorato. Gloria a lui.
By cinemystic // giovedì, 18 dicembre 2008+15:00
musica, cultura, cinema, societa, sesso, horror, erotismo, underground, cinema americano, cinema italiano, go go tales
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QUANTO E' DURA LA VITA DI COPPIA...
TRICK OR THREAT

By cinemystic // lunedì, 15 dicembre 2008+15:01
cultura, amore, cinema, giochi, societa, famiglia, vita vissuta, horror, parodie, rubrica trick or threat
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CULT COLLECTION
- CHINA BLUE -
A suo modo, Ken Russell è sempre stato un genio. Iconoclasta, ribelle, spregiudicato, visionario. Icona del cinema gay (non a caso il Gay & Lesbian Festival di Torino gli ha dedicato una bella retrospettiva nel 2006), ma anche di quello etero, da sempre diviso tra la televisione e il cinema, tra prodotti alimentari e standardizzati e creazioni filmiche in cui poter invece dar sfogo a tutta la propria carica distruttiva. Feroce nella sua lotta contro la banalità della morale, iroso nei suoi inni per la liberazione sessuale, sempre ironico al punto giusto, autore di un cinema felicemente colorato, passionale, sboccato, delirante, ingenuo e mefitico nella propria brillantezza. Dal 1956 ad oggi non ha mai smesso d'inventare, girovagando come un apolide nei meandri della notorietà, non rinnegando mai il proprio insaziabile istinto ludico, raggiungendo l’apice della sua carriera con quel meraviglioso capolavoro anticattolico e anticlericale che risponde al nome di The Devils (1971), navigando poi tra commedie e drammi, biografie romanzate ed esperimenti narrativi, surrealismo filmico e provocazioni imperiose. Da Tommy a Valentino, da Stati di Allucinazione a Gothic, da Il messia selvaggio a Lisztomania... passando per China Blue (1984).

Già, China Blue (Crimes of Passion in originale), bell’esempio di cosa fosse (sia) il cinema di Ken Russell. Visionario, barocco, pittorico, decostruzionista, spietato, romantico, antinaturalista, erotico, all’occorrenza ai limiti del pornografico, ma raramente inetto e volgare. 
In questo film, bello e inafferrabile, ci sono sulla scena 3 personaggi, con i loro scultorei contrasti. Lei, Joanna Crane (Kathleen Turner), donna in carriera di giorno e puttana di notte, fulgida bellezza, trasformismo senza limiti, una piccola tigre in grado di fare ogni cosa pur di soddisfare i clienti, ma in fondo profondamente e disperatamente sola; lui, Donny Hopper (Bruce Davison), appassito da una carriera andata in fallimento e da una moglie bigotta e frigida, che incaricato di una missione di spionaggio aziendale (pedinare la vita notturna di Joanna/China Blue) finisce per innamorarsene; e infine l’altro lui, il reverendo Peter Shayne (Anthony Perkins), prete intento a compiere la missione di salvare dalla perdizione le pecorelle smarrite, prete che però va in giro con vagine di gomma e vibratori enormi nella borsa, si droga in abbondanza, e sfoga sulle bambole gonfiabili la propria inarrestabile libidine repressa.
3 personaggi in cerca di vita, d’amore, di comprensione, in un universo sporco, squallido e crudele. Bagliori notturni, intermittenti luci al neon, scene erotiche di grande classe (come quando China Blue bacia il piede di Hopper per poi risalire su, sempre più su, fino all’apice del piacere), la violenza che inevitabilmente esplode nel finale... un asimmetrico carillon di sentimenti e sensazioni che vola verso la redenzione negata, l’abiezione forzata, il sesso onnipotente.
Kathleen Turner è coraggiosa e bellissima, e Anthony Perkins, bhè, è Anthony Perkins, nell’ennesima parziale variazione dell’unico vero personaggio di tutta la sua carriera (ovviamente il folle Norman Bates di Psyco). Uno dei migliori film di Russell, da rivedere con gusto e voluttà, nel nome della libertà di pensiero e parola.
By cinemystic // venerdì, 12 dicembre 2008+16:13
cultura, cinema, sesso, erotismo, underground, cinema americano, rubrica cult collection, china blue
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CRONACA DAL TORINO FILM FESTIVAL parte III
Ed eccoci, all'ultimo resoconto direttamente dal Torino Film Festival.
VENERDI 28 = Giornata di visioni variegate. Parto alle 10 del mattino e mi dirigo a rivedermi il bellissimo La Morte e la Fanciulla di Polanski. Grande film, che conosco già a menadito ma non mi stanco mai di riguardare. Rigoroso esempio di “cinema da camera”, non a caso tratto da una pièce teatrale, scritto alla perfezione, con un magnifico ensemble di attori tra cui svetta l’inappuntabile Sigourney Weaver. Un film da imparare a memoria.
Mi volto poi verso le terre di Francia, per vedere due film transalpini uno di fila all’altro. Inizio con Donne-Moi la Main, in concorso, che peraltro non mi convince granchè. Storia di due fratelli gemelli che intraprendono un’avventura on the road per arrivare in Spagna e assistere al funerale della madre, sono prima legati in una simbiosi inattaccabile, poi via via sempre più distanti. Il film pare fermarsi alla superficie, non scende abbastanza in profondità, e solo a tratti riesce a gestire con la corretta forza visiva la materia narrata. E’ poi il turno di Mateo Falcone, fuori concorso, film onirico e rarefatto, quasi totalmente privo di dialoghi, in cui il potere ammaliante del paesaggio e il sonoro in presa diretta della Natura dominano la scena. Interessante e coraggioso, forse eccessivo nella propria non-narrazione.
Per chiudere vado a scoprire Maledetti Vi Amerò, film d’esordio di Marco Tullio Giordana, anno 1980. Storia di un compagno comunista, attivista politico, che fugge dall’Italia per 5 anni e quando torna trova un paese irriconoscibile, profondamente cambiato dall’assassinio di Aldo Moro. Divertente a tratti, toccante in altri, altamente disilluso, il film è grezzo e slegato, e sconta i difetti di un esordio. Ricorda un po’ lo stile del poco antecedente Ecce Bombo di Moretti, e dipinge comunque con efficacia un ritratto ruvido di un paese alla deriva (già allora), riuscendo ancora oggi a provocare sdegno, acute riflessioni e poco incoraggianti conclusioni. Caustica e gustosa anche la conferenza post-film, che vede Giordana e Moretti dibattere su quei tempi bui della storia italiana, e sulle difficoltà di fare cinema in un’epoca dagli estremi contrasti ideologici.
SABATO 29 = Mi tengo per l’ultimo giorno di festival alcune delle visioni più interessanti. Con un sovrumano sforzo di volontà riesco a essere in sala alle 9 del mattino (!!!) per vedere The Edge of Love, di John Maybury, semi-biopic del poeta Dylan Thomas, ambientato in Galles negli anni ’40, in mezzo alla seconda guerra mondiale. Tra un bombardamento e l’altro, con intermezzi in cui Thomas declama i propri versi, si dipana la storia delle due donne fondamentali nella vita del poeta, la moglie e l’amante, interpretate da Sienna Miller e Keira Knightley. La ricostruzione storica è puntuale, alcune scene riescono a essere struggenti, il ritmo pare quasi da musical, ma il film non convince fino in fondo. Eccessivamente prolisso in taluni punti, e un po’ troppo melensamente hollywoodiano anche in momenti in cui non doveva esserlo. Sta di fatto, comunque, che in un’epoca di presunte giovani starlette montate (in tutti i sensi) e incapaci, Sienna Miller e Keira Knightley sono due accecanti raggi di sole nel grigiore generale. Belle, brave, intense, empatiche, all'occorrenza tenere o sensuali, in The Edge of Love sono entrambe letteralmente splendide, e valgono decisamente da sole la visione della pellicola.
Segue poi uno dei titoli da me più attesi, il film svedese di vampiri Lat Den Ratte Komma In, di Thomas Alfredson, che uscirà anche nelle sale a gennaio con il titolo Lasciami Entrare. Ambientato nella neve e nei plumbei cieli di Svezia, narra la storia di due bambini dodicenni, lei ammazza gli abitanti del villaggio per nutrirsi di sangue, e lui, bambino “normale” fragile e vessato dai coetanei, si innamora di lei inconsapevole della loro profonda diversità. Il film è molto meno commerciale di quanto si potesse credere. Elegante, raffinato, riflessivo, con tempi volutamente lenti, è un mosaico affascinante, triste, melanconico, sofferente, che recupera alcune tradizioni iconografiche del mito del vampiro (può entrare in una stanza solo se gli si concede il permesso) e alcuni topoi cinematografici di sicuro impatto (la tematica herzoghiana del vampiro maledetto dal destino, che fa quello che fa perchè vi è costretto dalla straziante fame, non certo per voluttà o sogno di potere). Purtroppo Alfredson scivola in un finale non necessario ed eccessivamente “speranzoso”, ma resta da applaudire un film bello, secolare, odorante nostalgia di polvere accumulata nel tempo, un film che per fortuna rifugge dalla bieca spettacolarizzazione post-moderna del Mito. Andatelo a vedere quando uscirà!
E’ quasi ora di salutare il festival. Resta il tempo per gli ultimi due film. Wendy & Lucy, fuori concorso, è la triste storia di una ragazza che senza soldi s’imbarca con il proprio cane in un’avventura on the road, e si trova a scontrarsi con una realtà dura e inclemente, che la porterà prima a perdere il suo fedele Amico, e poi a doverlo ritrovare ma di nuovo lasciare, per l’impossibilità di poterlo nutrire. 
Infine, Die Welle, film tedesco in concorso. In una scuola, un docente vuole insegnare ai suoi alunni il significato dell’autarchia, e improvvisa per gioco una dittatura costruendo una finta organizzazione neo-nazista. Ma i suoi alunni iniziano ad identificarsi sempre più in questo intrigante divertissement, fino a immergersi anima e corpo nel ruolo e a perdere totalmente il controllo della situazione. Pare quasi per alcuni versi un Battle Royale all’Occidentale, e rimane in costante rischio di sprofondare nella più insopportabile retorica. Ma alla fin fine il film di Dennis Gansel sta in piedi, resiste, azzecca alcune sequenze molto intense, risulta appassionante, e inquieta davvero per la proiezione nella realtà di ciò che ci viene mostrato. L’ultima inquadratura poi (simile a quella de Il Caimano), provoca un secco brivido lungo la schiena.
Ho finito. Mi dirigo già un po’ triste verso l’uscita, e neanche a farlo apposta apro una porta e mi trovo faccia a faccia con Nanni Moretti. Saluto Torino con 25 film collezionati in 7 giorni, più incontri vari con i registi. Bilancio bello e positivo. La mia Palma per le miglior visioni del festival (parlando di film nuovi, escludendo quindi i grandi classici di Polanski e Melville) alla fine va a tre titoli: Dream, di Kim Ki-Duk, Queimar Las Naves di Francisco Franco, e proprio Let The Ratte Komma In. Ovvero Corea, Messico, e Svezia: il giro del mondo in 7 giorni. Uno dei tanti motivi che costruiscono la bellezza estatica di un festival di cinema. All’anno prossimo.
By cinemystic // lunedì, 01 dicembre 2008+18:35
cultura, cinema, vita vissuta, animali, classifiche, emozioni, horror, premiazioni, cinema francese, cinema orientale, torino film festival, cinema americano, roman polanski, cinema italiano, cinema tedesco, cinema spagnolo
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CRONACA DAL TORINO FILM FESTIVAL parte II
Continua la cronaca direttamente dalla sala stampa del Torino Film Festival!
MARTEDI 25 = Salto mezza giornata di festival, a causa di commissioni non rinviabili da dover fare a casa. Faccio in tempo solo a vedere il nuovo film di Kim Ki-Duk, Dream (fuori concorso), e lo applaudo con convinzione. Una storia di notevole perversione mentale (un uomo e una donna, lui sogna, e lei nella realtà commette i gesti che lui ha sognato), che si tramuta nell’ennesimo racconto del regista coreano dedicato all’amore, alla volatilità delle emozioni, al senso di perdita. A metà tra dramma surreale e noir, il film qualche volta pare sfiorare il ridicolo, ma poi si eleva a inauditi picchi di poesia visiva. Ancora una volta Kim Ki-Duk si dimostra maestro nel gusto per la pulizia delle immagini, per il tocco pittorico delle inquadrature, per la commovente dolcezza che si sprigiona dai suoi personaggi.

MERCOLEDI 26 = Maratona senza fiato, oggi. Dedico la giornata interamente ai film in concorso, e in poche ore compio il giro del mondo. Slovenia, Australia, Cina, Messico. 4 film, 4 continenti. Questa è una delle cose che rendono meraviglioso assistere a un festival di cinema. Si parte con We’ve never been to Venice, dello sloveno Blaz Kutin. Un piccolo film (dura solo un’ora) che mostra l’elaborazione del lutto da parte di due giovani genitori che hanno appena perso il proprio figlio. Il giorno prima del funerale, seguiamo i due nella loro mestizia, mentre alternano stati di completa catatonia a improvvisi scatti di rabbia feroce. Tra lunghi silenzi ed esplosioni d’odio verso il destino, il regista compie un percorso semplice ma molto intenso, che emoziona realmente, fino all’ultima inquadratura, in cui i due si dirigono verso la tomba dove di lì a pochi minuti sarà sepolto il figlio. 
Si passa poi all’australiano Bitter & Twisted, di Christopher Weekes. Un’altra storia di una famiglia confusa, che cerca faticosamente di tenersi insieme mentre i meccanismi al suo interno si sfaldano inesorabilmente. Molto buono nelle intenzioni, un po’ meno nella realizzazione pratica: alcuni personaggi non sono infatti sufficientemente formati, e la commistione di generi che il regista sceglie appare a volte farraginosa. Si continua con il cinese The Shaft, di Zhang Chi, ambientato in un piccolo paese di periferia, con persone povere e umili che passano la loro vita a lavorare in miniera, sognando di andarsene lontano, verso la città e verso un futuro migliore. Lento, lentissimo, è un film che manca totalmente di ritmo, e che si affloscia in una certa banalità situazionale di fondo.
Infine, si chiude in bellezza, con Quemar Las Naves, di Francisco Franco (no, non è il dittatore risorto…). Il più bello tra i film in concorso visti finora. Un melodramma tipicamente ispanico, carnale e sensuale, deflagrante di passioni, che ricorda molto Almodovar per la sessualità debordante, l’uso dirompente delle musiche, la mescolanza di tragedia e commedia. Tocca anche il tema dell’omosessualità, e lo fa con giusto tatto e niente retorica. I giovani attori protagonisti sono splendidi, le canzoni pure, e la narrazione procede con limpidezza, senza pause, con una evidente teatralità di gesti e parole che non toglie però mai spazio al cinema. Ottimo davvero. Meritata l’ovazione del pubblico verso Franco al termine della proiezione.
GIOVEDI 27 = Concluso questo articolo tornerò in sala, per visionare The Buried Forest di Kohei Oguri e probabilmente per rivedermi il magnifico L’inquilino del terzo piano di Polanski. Poi, negli ultimi due giorni, cercherò ancora di trovare spazio (e forze residue chissà dove) per il film di vampiri svedese Let the Right One In (in pratica l’unico horror in programma in 8 giorni di festival, e questo è il solo limite della lodevole gestione Moretti), per il fuori concorso Wendy And Lucy, per l’interessante The Edge of Love di John Maybury (con un cast a dir poco intrigante: Sienna Miller, Keira Knightley, Cyllian Murphy), e per altri film che ancora devo decidere; seguirò l'ispirazione del momento.
Credo che chiuderò il festival con circa 25 film visionati in 7 giorni… numero soddisfacente, direi. Qualora non dovessi più riuscire ad aggiornare queste pagine, un plauso generale ancora una volta a un festival indispensabile, che Moretti ha saputo ulteriormente valorizzare senza snaturarne le caratteristiche. A presto!
By cinemystic // giovedì, 27 novembre 2008+11:46
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CRONACA DAL TORINO FILM FESTIVAL
Direttamente dalla sala stampa del Torino Film Festival, riesco a trovare un buco tra un film e l’altro per aggiornarvi un po’ sulla cronaca dei miei primi 3 giorni, 3 giorni di classica e impareggiabile maratona festivaliera, che si dipana correndo da una sala all’altra, impazzendo per far concatenare gli eventi, saltabeccando da una visione all’altra alla ricerca di talenti, conferme, intuizioni, idee ed emozioni riflesse nel buio delle sale… E dunque:
SABATO 22 NOVEMBRE = Arrivo a Torino a metà mattinata (con un’ora di ritardo per colpa dei soliti maledetti non funzionanti treni di questa orrenda nazione). Volo a prendere il pass stampa ed entro subito in sala per la prima visione: Kurus, film fuori concorso proveniente dalla Malesia, diretto da Woo Ming Jin, che l’anno scorso aveva vinto il premio della giuria qui a Torino per The Elephant and the Sea, film che non mi era affatto piaciuto. Questa volta il regista raddrizza il tiro, e mette in piedi un lavoro godibile e apprezzabile, raccontando con giusta parsimonia stilistica la tenera e dolce storia di un ragazzo quindicenne sommerso dai tipici problemi dell’adolescenza, che ritrova però sorrisi e stimoli di vita innamorandosi della sua bella insegnante d’inglese.
Dopo una breve pausa rientro in sala per assistere subito a uno degli eventi più attesi dell’intero festival, l’incontro tra Nanni Moretti e Roman Polanski. Vedere a pochi metri da me Polanski è un’emozione vera, intensa, essendo lui autore di un cinema che amo profondamente. L’incontro dura quasi due ore, e ci offre una vera e propria lezione di cinema e di vita. Moretti incalza l’ospite con una sfilza infinita di domande riguardanti infiniti aspetti della sua carriera, e Polanski delizia la platea con una miriade di storie, aneddoti, rivelazioni. Quasi tutti i suoi film sono tirati in ballo, la sua lunga e splendida carriera è sviscerata nel profondo, e Polanski, parlando un po’ in italiano un po’ in francese, dimostra un carisma e una simpatia inimitabili. Racconti adorabili, battute pungenti, risposte sagaci, bonarie prese in giro allo stesso Moretti che ovviamente sta al gioco, stralci di cinema puro, divertimento continuo. Due ore di “lezione” in cui la platea è catapultata in una deliziosa ipnosi. 
Concluso l’incontro, mi dirigo in un’altra sala e mi gusto Lo spione (Le Doulos), famoso noir del 1962 di Jean-Pierre Melville (a cui è dedicata una delle retrospettive del festival), con un Jean-Paul Belmondo in gran forma. Nonostante la stanchezza imperante (sono ormai le 8 di sera e io sono in ballo dalle 8 del mattino) trovo poi ancora il tempo per andare in un’altra sala a vedere il primo film in concorso, Non-Dit, della belga Fien Troch. Molto positivo il giudizio: un dramma di perseverante intensità, che racconta l’impossibilità per due genitori di accettare la scomparsa della propria figlia e di ridare un senso a una vita ormai disintegrata. Emozioni, lacrime, sguardi vacui, parole non dette, frasi smorzate, primi piani insistiti, prospettive sfocate, il tutto ripreso con una stile rabbiosamente intimista che mi riporta alla mente il cinema di Lodge Kerrigan (nonché il meraviglioso
DOMENICA 23 NOVEMBRE = Mi concedo un po’ di sonno in più per recuperare la fatica del sabato, e parto all’ora di pranzo con un altro film in concorso, l’inglese Helen. Sorta di bizzarro noir alla ricerca di un’adolescente misteriosamente scomparsa nel nulla, ambientato tra le foglie cadenti dei parchi britannici, il film si perde in un senso d’incompiutezza, di obiettivi raggiunti a metà, di vuoti colmati alla rinfusa, e mi convince molto poco.
A metà pomeriggio è la volta di un altro evento per me attesissimo: Il Pianista, di Roman Polanski. Film che adoro con ogni mia fibra, che chiaramente già conosco a menadito, ma che voglio assolutamente rivedere per l’ennesima volta, con l’ausilio della proiezione in lingua originale e di uno schermo mastodontico (siamo infatti nella sala più grande del festival). A presentare il film interviene lo stesso Polanski, accolto da una vera e propria standing ovation, e per due ore e mezza la tragedia straziante delle immagini e la sofferenza scavata sul volto di Adrien Brody riescono a mantenere l’intera sala in un silenzio partecipe e commosso. Altro applauso strosciante durante i titoli di cosa, ennesimo mai abbastanza grande tributo a un film meraviglioso e a un uomo di cinema straordinario.
Infine, terzo e ultimo film della giornata, è il messicano Lake Tahoe, di Fernando Eimbcke, fuori concorso. A metà tra commedia e dramma familiare (a quanto pare il leit-motiv del festival, scelto da Moretti per evidente attinenza con la sua visione del cinema), è la piccola storia di un ragazzo che sfascia la macchina del padre come gesto di rabbia nei confronti della di lui morte, e che poi per trovare il pezzo di ricambio necessario per aggiustarla si trova ad avere a che fare con tutta una serie di personaggi inconsueti e bizzarri. Da una parte, pare di ritrovare in Lake Tahoe il gusto per il minimalismo surreale di Kaurismaki, e dall’altra, mi torna un po’ in mente l’odissea soffocante del bimbo di Dov’è la casa del mio amico? di Abbas Kiarostami. Il risultato complessivo è tutto sommato discreto.
A metà del pomeriggio, mentre guardavo Polanski, mi dicono che in un’altra sala un gruppo di manifestanti fa irruzione e interrompe per qualche minuto una proiezione, per protestare contro il ragazzo morto il giorno prima in una scuola di Rivoli. Ho la mia idea sull’accaduto, ma preferisco lasciar perdere; in questa sede mi limito al cinema. 
LUNEDI 24 NOVEMBRE = Questa volta affronto le intemperie, il freddo e le non sufficienti ore di sonno per essere in sala già alle 9.30 del mattino, a visionare il fuori concorso New Orleans Mon Amour, di Michael Almereyda (autore alcuni anni fa dell’interessante Nadja, horror vampirico prodotto da Lynch). La storia di una coppia, un medico e una giovane volontaria che sgombra le macerie dell’uragano Katrina. Un amore che se ne va, poi ritorna, poi pare scappare di nuovo, in un gioco a elastico sul rapporto di coppia e i contrasti forse insanabili che esso comporta. La tragedia sociale e il dramma individuale si fondono insieme, in un film che sperimenta diversi stili di scrittura e visione, non sempre efficaci e solidi. Almereyda comunque sa il fatto suo, e riesce fino alla fine a tenere in piedi la narrazione senza spezzarne il filo conduttore.
Esco dalla sala e ci rientro immediatamente per un altro film in concorso, l’americano Prince of Broadway, di Sean Baker. Ancora una famiglia sospesa (un uomo di colore, venditore di vestiti e borse contraffatte, si ritrova all’improvviso tra le mani un figlio che nemmeno sapeva di avere), una storia giocata sull’improvvisazione, sulla degradazione urbana, sul linguaggio di strada, su esistenze in bilico tra povertà e illegalità, su solitudini e false virilità. Interessante a tratti, divertente in qualche punto, ma decisamente troppo cacofonico e a lungo andare pletorico, salvo un finale comunque ben pensato.
Ora sono qui a scrivere, dopodichè mi ributterò nell’arena, e andrò probabilmente a vedere Les Enfants Terribles di Melville, o forse Mona Lisa di Neil Jordan, o magari il polacco Katyn di Andrzey Wajda…in realtà ancora non ho ancora deciso! Intanto vi saluto, e spero nei prossimi giorni di poter aggiornare ancora queste pagine…
Ieri Moretti, microfono alla mano, ha detto una frase che ben riassume lo spirito festivaliero: “chi frequenta i festival sa bene che durante queste giornate noi viviamo in un mondo a parte, impermeabile agli eventi esterni. Non sappiamo nulla di ciò che accade al di fuori, perché siamo in una bolla”. Sì, hai ragione Nanni: durante i festival siamo in una bolla, una bolla entro cui viaggiamo in una catarsi un po' delirante… con il viso scavato dalla stanchezza, ma con tanta e tanta soddisfazione.
By cinemystic // lunedì, 24 novembre 2008+14:30
cultura, cinema, vita vissuta, emozioni, premiazioni, cinema francese, kaurismaki, cinema orientale, torino film festival, cinema americano, roman polanski, cinema italiano, il pianista
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Pochi giorni fa ho scritto qua sul blog un post dedicato a Gola Profonda. Lunedì, il suore mentore e regista, Gerard Damiano, se n'è andato, a quasi 80 anni, stroncato da un infarto. Mi pare giusto tributargli un saluto, perchè pur ritenendo esagerata la definizione di "maestro" che qualcuno gli ha assegnato, è stato comunque un uomo a cui dobbiamo essere grati.
Damiano ha carpito il desiderio di rivolta della sua epoca, ha rischiato tutto nel dare alla luce Deep Throat, è finito sotto processo, ha difeso strenuamente la sua creatura. Ha combattuto contro i perbenismi, il bigottismo, l'ottusità borghese, l'ignoranza americana, per rendere il porno un genere vero e trainarlo fuori dal suo squallore underground. Una lotta per la libertà di pensiero e visione, che a conti fatti ha ottenuto un risultato ben maggiore di quanto chiunque potesse immaginare. Poi ha continuato nel suo intento, quello di rappresentare il porno con classe raffinata e intuizioni ricercate, rinnegando l'accoppiamento brulicante e scontato che purtroppo impera nell'hard di oggi, rimanendo sempre fedele al suo credo. Ora, nell'aldilà, ritroverà forse la sua impareggiabile Musa, Linda Lovelace. Rest in Peace.
By cinemystic // mercoledì, 29 ottobre 2008+12:47
cultura, cinema, sesso, erotismo, gola profonda, cinema americano, gerard damiano
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RUBRICA NEW VISIONS - ORRORI ALLA FRANCESE
RUBRICA NEW VISIONS À L’INTERIEUR – L’ORRORE VIENE DALLA FRANCIA Alexandre Aja, Fabrice Du Welz, Xavier Gens, Eric Valette, David Moreau, Xavier Palud, hanno creato un affiatato gruppo di lavoro talvolta interconnesso, che utilizza il genere horror come cartina di tornasole di paure comuni e quotidiane, e al contempo come estensione artistica della confusione culturale e sociale che regna da qualche anno nel territorio francese e più in generale europeo. I risultati sono apprezzabili, talvolta ottimi, come dimostrano il bellissimo e straziante Calvaire, l’interessante Ils-Them, i nuovi Frontiere(s) e Vynian, il cupo Malefique, solo per citarne alcuni. E così, da questa improvvisa e genuina nouvelle vague, esce fuori anche questo À l’interieur, diretto da Julien Maury e Alexandre Bustillo, uscito a metà 2007 in patria, visto in numerosi festival (è stato premiato a Sitges), inedito in Italia (ma si trova sul web sottotitolato in italiano). La trama è alquanto semplice: una donna prossima alla gravidanza, dopo aver perso 4 mesi prima il marito in un incidente stradale, trascorre in solitudine la notte della vigilia di Natale, in attesa dell’imminente parto. Dal buio spunta però un’altra misteriosa donna, che riesce a penetrare in casa sua e cerca in tutti i modi di ucciderla, per impossessarsi del suo bambino.
Durante gli 80 minuti scarsi di svolgimento della storia, le due donne giocano a guardia e ladro all’interno dell’abitazione, una per cercare di fuggire e salvarsi, l’altra per porre a termine il suo disegno di morte. Intervengono saltuari fattori esterni (la madre e un collega di lavoro della ragazza, alcuni poliziotti), ma la narrazione si concentra su queste due figure femminili, agli antipodi tra loro, una giovane quasi mamma timida e impacciata, silenziosa e provata dalle tragedie passate, e una dark lady tutta vestita di nero, in gothic style, che agisce con spietatezza fuori dal comune. Tutto in una notte, i due registi sfruttano le pareti, gli infissi, gli angoli, le ombre, gli oggetti della quotidianità, per portare avanti un racconto claustrofobico, serrato, ancor più inquietante perché privo di spiegazioni razionali. A far da sfondo alla vicenda, i disordini scoppiati nelle banlieuses parigine, la rivolta degli immigrati, le macchine date alle fiamme. Un sottofondo di matrice politica e xenofoba, secondo il quale la collettiva paura dell’altro, dello straniero, dell’esterno, è traslata metonimicamente nel terrore individuale di essere all’improvviso violati all’interno della propria protettiva abitazione. Dal punto di vista meramente strutturale, invece, À l’interieur spiazza completamente. Inizia come un horror d’atmosfera, lento e sussurrato. Ma poi, dopo 20-25 minuti, tutto cambia, e il film si trasforma in uno splatter/gore violentissimo, crudele, soffocante, che si avvale di copiosi e reiterati scoppi di sangue gorgogliante e di ogni genere di atrocità. Il sangue scorre a fiumi, con picchi di estremismo visivo che riportano a certo cinema giapponese (Takashi Miike e il suo Ichi The Killer, ad esempio), per giungere a un finale da capogiro, in cui si squarciano letteralmente viscere e organi interni. À l’interieur è quindi ovviamente vietato ai deboli di stomaco (e alle donne in dolce attesa), ma è un lavoro senz’altro meritevole di visione, attenzione e approvazione. Un orrore alla francese che sventra dal di dentro, e terrorizza dal di fuori.
Da qualche anno a questa parte è davvero nata una nuova scuola per quanto concerne l’horror francese. Autori giovani, spesso alle prime armi, che con mezzi relativamente limitati riescono a intessere storie forti, inquietanti, talvolta agghiaccianti, riallacciandosi alla tradizione di genere ma cercando al contempo di portare aria fresca e (in)salubre. 

Bustillo e Maury per fortuna rifuggono la moda imperante e ormai nauseabonda della perenne e traballante macchina a mano (alla Rec), preferendo utilizzare uno stile più classico, fatto di carrelli, campi fissi, movimenti lievi, e valorizzando le numerose e affascinanti tonalità cromatiche che il sangue e la luce naturale possiedono. Gli effetti speciali sono adeguati, le due attrici (Beatrice Dalle e Alysson Paradis) anche. Attenzione poi all’ultima inquadratura, una sorta di quadro in movimento che regala uno splendido effetto fotografico.
By cinemystic // mercoledì, 22 ottobre 2008+10:28
cultura, politica, cinema, horror, cinema francese, estremo, cinema orientale, rec , splatter/gore, rubrica new visions, a lnterieur, orrori alla francese
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Vien voglia di difenderlo a spada tratta, questo nuovo film di Paolo Virzì. Perché finalmente il cinema italiano tenta la strada dell’analisi sociale, e lo fa con cognizione di causa, lasciando perdere le deprimenti derive para-televisive e ottenendo un risultato buono, apprezzabile, senz’altro superiore alla non eccelsa media del nostro cinema.
Però, chi fa questo “mestiere”, ha il dovere di porre anche l’accento sui problemi e sulle incongruenze dei prodotti che si trova ad analizzare, scavando se possibile in profondità, superando un livello di analisi primario e superficiale. E allora… e allora ho letto recensioni di critici “importanti” che hanno declamato come Virzì sia riuscito a ricreare alla perfezione il mondo dei call center, le sue leggi e le sue derivazioni. Beati loro, che non hanno idea di cosa voglia dire lavorare realmente in quei posti. Io invece ce l’ho, e quindi posso parlare con cognizione di causa, per dire che la realtà messa in scena da Virzì è invece profondamente edulcorata e favolizzata rispetto alla verità. 
Perché perlomeno nel 95% dei casi i call center non sono luoghi belli, ariosi e puliti come si vede in Tutta la vita davanti, ma sono invece dei Lager brutti, sporchi e squallidi, dove si lavora malissimo, con attrezzature vetuste e malfunzionanti, e dove gli operatori stanno pigiati spalla a spalla uno con l’altro, come animali, senza quasi avere spazio vitale per respirare. Inoltre, se è vero che i call center utilizzano trucchetti motivazionali per cercare di far rendere al meglio i poveri operatori, in realtà non esistono canzoncine, balletti, sms del buongiorno, sorrisi felici stampati in fronte e viaggi premio a Miami. Infine, se è vero che lo stipendio del povero lavoratore precario e part-time si aggira sui 400 euro al mese, non capita mai che nell’arco delle 4 ore si riescano a concludere con esito positivo 10-12 telefonate, perché i tre quarti della gente ti manda a quel paese senza neanche lasciarti in tempo di parlare.
In sostanza, Virzì ha studiato il mondo dei call center, l’ha ricreato con intelligenza per alcune cose (il licenziamento di chi non rende, l’ottusa alienazione mentale), ma ha preferito sviare il lato più triste di quegli orrendi microcosmi, offrendone invece un’immagine molto meno cruda.
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Oltre a ciò, per chiudere con gli aspetti negativi, venendo a parlare del tema puramente filmico, si può affermare che Tutta la vita davanti duri almeno 15/20 minuti di troppo, sbandando dalla strada maestra per aggiungere eventi e colpi di scena francamente inutili: dal sub plot della madre morente, all’incidente stradale del venditore, fino all’omicidio di Massimo Ghini. Tutte pagine di sceneggiatura di cui non c’era bisogno. E questo è un po’ un difetto ahimè insito nel moderno cinema italiano, che non si accontenta di raccontare una storia semplice, diretta, concreta, portandola senza fronzoli dall’inizio alla fine (come sanno invece splendidamente fare i francesi), ma finisce spesso e volentieri per deragliare in una sovrabbondanza narrativa e ideologica che va a inficiare il risultato complessivo dell’opera.
Detto questo, e nonostante tutto questo, il film di Virzì resta da applaudire. Perché comunque scorre, interessa, intriga, riflette non banalmente sulla disastrata situazione occupazionale italiana e sui laureati che in questo fottuto paese si ritrovano a fare la fame, e al contempo regala momenti spassosissimi (memorabile la battuta di Mastandrea “ho finto di avere origini finlandesi…non l’avessi mai fatto: un’ora di chiacchierata sul cinema di Kaurismaki! Ma chi cazzo è Kaurismaki ??”). La giovane Isabella Ragonese stupisce per versatilità e bravura, Elio Germano è ben in parte, così come la coraggiosa madre snaturata Micaela Ramazzotti, che si mostra integralmente senza veli. La Ferilli, forse per la prima volta in vita sua, recita davvero, e pure bene; il suo alter-ego, la team leader arrivista ma nell’intimità profondamente sola, è davvero intenso, e meritava quasi un film tutto per sé. Insomma, vivaddio, una volta tanto nel cinema italiano tutti i personaggi hanno un’anima, una personalità, una ragion d’essere. Lode a Virzì per questo.
Salviamolo dunque questo film, altrochè. Ozpetek e tanti altri ne prendano esempio. Ma non mi venite a dire che ha dipinto con assoluto realismo il mondo dei call center, perché non è vero.
By cinemystic // lunedì, 20 ottobre 2008+10:31
cultura, cinema, vita vissuta, cinema francese, kaurismaki, cinema italiano, tutta la vita davanti
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Piccolo giochino cinefilo, per stemperare un po' le tensioni quotidiane... A quale film appartiene questo simpatico dialogo ?
PERSONAGGIO A - "ma scusi, come ha fatto?"
PERSONAGGIO B - "bhè, non avendo grandi capacità intellettive, ho elargito favori sessuali... 633 pompini in 5 giorni !! In effetti, mi sento un po' provata..."
Vediamo chi per primo azzecca la soluzione. Vi assicuro che non è difficile.
By cinemystic // mercoledì, 15 ottobre 2008+14:38
cultura, cinema, indovinello cinefilo
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