CINEMYSTIC - Parole di cinema, e non solo, in piena libertà.

Cinemystic: parole di cinema, parole di Arte, in piena libertà, senza paure e senza censure. Un occhio limpido verso il mondo, le immagini, le note, le passioni.
venerdì, 23 ottobre 2009

RANDOM VISIONS

RANDOM VISIONS

Ultimamente non ho molto tempo a disposizione per scrivere su Cinemystic. Me ne scuso. Non sono ancora nemmeno riuscito a vedere i film più interessanti usciti al cinema nelle ultime settimane.

In ogni caso, sono riuscito almeno a godermi qualche visione sparsa, colmando qualche lacuna imperdonabile e recuperando qualche bel film che già ben conoscevo. E dunque, in ordine rigorosamente sparso...

PALOMBELLA ROSSA = In assoluto, il film di Nanni Moretti a cui sono più affezionato, perchè fu la prima sua pellicola che vidi, e mi fece completamente innamorare del suo cinema. Un amore che oggi è più forte che mai. Allo stesso tempo, credo sia il miglior film in assoluto della sua carriera, nonchè un vero e proprio manifesto simbolico di tutte le tematiche e la poetica morettiana. Rivedendolo per l'ennesima volta, l'ho nuovamente trovato stracolmo di idee, delizioso e impareggiabile.

KATYN = L'ignobile massacro compiuto ai danni dei polacchi durante la seconda guerra mondiale, rivisto con gli occhi e la sensibilità cinematografica di Andrzej Wajda. L'avevano proiettato in anteprima un paio di anni fa al Torino Film Festival, me l'ero perso, finalmente l'ho visto. Ne è valsa la pena. Film intelligente, intenso, giusto, e mai retorico.

S.O.S. SUMMER OF SAM = Ovvero, il figlio pazzo e anarchico della carriera di Spike Lee. Due ore e venti di rave party senza respiro, tra sangue rappreso, sesso a volontà, droga come se piovesse, sproloqui a ripetizione, volgarità assortite, tradimenti, papponi, razzismo, povertà, sporcizia, degradazione fisica e morale spinta sino quasi al parossismo. Il fratello sudicio di Trainspotting, mi verrebbe da dire. L'hanno definito un horror, non lo è affatto, ma certo è uno di quei film che si può anche odiare, ma non può certo lasciare indifferenti. Uno Spike Lee incazzato e scatenato, in certi punti perfino troppo, e in piena bulimia artistica. Un John Leguizamo da applausi. Un Adrien Brody iper-punkettaro a dir poco inquietante. Un mondo alla deriva.


IL PORTABORSE
= Questo sì che è un horror, anche se non c'è neanche una goccia di sangue: un horror morale, politico, disperato, in anticipo sui tempi, agghiacciante a rivederlo ancora oggi. Film cupo, nero, nerissimo, in cui si alzano il volo un Nanni Moretti attore in versione luciferina e soffocante, e un Silvio Orlando come sempre strepitoso.


LA CADUTA = Gli ultimi giorni della vita di Hitler, e la definitiva sconfitta delle truppe tedesche, in questo film di Oliver Hirschbiegel, già regista dell'intrigante The Experiment. Contrariamente a quanto la tematica avrebbe forse parzialmente richiesto, è un'opera molto ordinata, lineare, forse troppo. Rimane a metà del guado, non si lascia andare a giudizi e sentenze, langue di guizzi e talvolta di ritmo. Non riesce a fare quel salto di qualità che magari ci si aspetterebbe. Ma quantomeno è ben diretto, e Bruno Ganz nei panni del Fuhrer è un vero spettacolo di classe recitativa.

UN GIORNO PERFETTO = Dici Ozpetek, e puntualmente rischi. Francamente, io non ho ancora capito quanto vale davvero questo regista. I suoi film non riesco mai a disprezzarli, e al contempo non mi convincono mai del tutto. In questo caso, l'italo-turco cambia il suo abituale registro e tenta la strada del noir. L'hanno stroncato tutti. A me, tutto sommato, è piaciuto di più rispetto, ad esempio, al terrificante Saturno Contro. E Mastandrea nei panni del pazzo pluriomicida mi ha convinto. Peccato che in tutti i suoi film Ozpetek non riesca mai a liberarsi di una retorica di fondo che puntualmente galleggia a mezz'aria, e ogni tanto esplode quando ormai è troppo tardi per fermarla.
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categoria: cinema, sesso, horror, nanni moretti, cinema americano, cinema italiano, cinema tedesco


giovedì, 01 ottobre 2009

HOUSE OF FLESH MANNEQUINS


- NEW VISIONS -

HOUSE OF FLESH MANNEQUINS



Dove risiede il confine tra Arte e Pornografia? Dove crolla la separazione tra sogno e realtà? In quale momento il gusto per l'immagine può trasformarsi in paranoia e follia? Quando l'occhio umano scivola negli oscuri meandri della perversione?


Sono alcuni dei temi trattati da House of Flesh Mannequins, primo lungometraggio di Domiziano Cristopharo, finalmente uscito in Dvd dopo mesi di attesa per alcune controversie produttive e distributive.

Cristopharo ha alle spalle una lunga esperienza come attore e regista teatrale, performer di Body Art, aiutante regista e ideatore di effetti speciali per il cinema, e in questo suo primo film, girato tra Roma e Los Angeles, ha potuto dare sfogo a tutte le sue ossessioni, dimostrando grande talento e sicurezza di sè.

Oggetto filmico quasi inclassificabile, House of Flesh Mannequins, in cui l'horror muta e rinnova se stesso in un'opera totale che abbraccia vari contesti per offrire un quadro visivo surreale e ipnotico, delirante e coinvolgente, inquietante e innovativo.


La trama, che in certi momenti assume un ruolo peraltro quasi marginale, soffocata dalle mille derivazioni estetiche della pellicola, tratta la storia di Sebastian Rhys, fotografo di professione, cresciuto tra disturbi psicologici causati dalle idee malsane del padre. Svolge il suo mestiere giocando sul filo del pericolo e dell'illecito, filmando snuff movies e scene di reale sesso e violenza. Un giorno conosce la vicina di casa Sarah Roeg, affascinante e giovane donna con un padre quasi cieco, che sogna di pubblicare romanzi per bambini, e poco alla volta è costretto a farla entrare nel suo mondo... Un mondo in cui l'istinto prevale sulla razionalità, e l'ossessione per l'immagine travalica i muri della società per esplorare tumultuosi oceani paralleli.

Sebastian vive perseguitato dai fantasmi del suo passato, e di un presente senza amore che allo stesso tempo lo travolge e disgusta, entusiasma e uccide. La carne e il sangue dominano i suoi pensieri, e la ricerca del sensazionalismo estremo è il solo modo per catartizzare la dilaniante sofferenza che lo accoltella giorno dopo giorno. Sarah è invece una ragazza apparentemente dolce e buona, che però cova in sè una metà oscura pronta a esplodere.


Intorno a loro, si muovono figure surreali e misteriose, grottesche e rivoltanti, suadenti ed eccitanti: venditori di morte, nani, mostri umani, donne bellissime, spettri senz'anima, uomini che nella (letterale) deformazione del proprio corpo trovano il senso ultimo dell'esistenza. In questo profluvio di sensazioni, lo spettatore è costretto a immergersi in un viaggio iniziatico attraverso un "teatro della crudeltà" che abbatte le barriere del conformismo, per sconfinare in territori vacui in cui si polverizza ogni confine tra realtà e sogno, veglia e incubo.


Davvero un film interessante, House of Flesh Mannequins. Cento minuti pieni di idee, suggestioni, azzardi, sperimentazioni visive mai soffocanti. Chiari ed espliciti sono i riferimenti a Peeping Tom di Michael Powell, vero e proprio modello filmico da cui trarre ispirazione, ma sono presenti anche più o meno evidenti rimandi a Fellini, Bava, Amenabar (Tesis), Polanski, Sade, Barker, Carpenter (l'ossessione di Cigarette Burns) e perfino Lynch (la "casa dei manichini di carne" sembra quasi una rivisitazione estremizzata della "camera rossa" di Twin Peaks, e la creazione degli universi alternativi può riportare in qualche modo a Inland Empire).


Spesso, il concetto di film indipendente va di pari passo con il termine "amatoriale". Bè, qui di amatoriale non c'è proprio nulla, ma anzi, ogni aspetto tecnico, dalla regia al montaggio, dai trucchi all'ottima fotografia di Mirco Sgarzi, dalle scenografie surrealiste all'affascinante colonna sonora, è curato con la massima attenzione possibile.

Interessante e ottimamente coinvolto il cast: i protagonisti, il bravo Domiziano Arcangeli e la bellissima Irena Hoffman, e poi il mitico Giovanni Lombardo Radice, e tante gustose apparizioni nei ruoli di contorno, dalla pornostar Roberta Gemma all'ottimo Randal Malone.

Particolare, spiazzante, conturbante e coraggiosa la scelta di inserire reali scene hard all'interno del film. C'è molto sesso, sesso vero, penetrazioni e prestazioni orali, orgasmi e genitali in dettaglio, e non è una cosa che accade molto spesso, nel cinema puritano che troppe volte ci circonda. Complimenti a Cristopharo anche per questa scelta, soprattutto perchè adeguata ai temi analizzati e al clima morboso che si respira durante la visione.


Se possiamo trovare qualche difetto, si può dire che la narrazione risulta in qualche punto fin troppo frammentata. Ci sono poi alcuni momenti di critica e denuncia contro la lobotomia contemporanea causata dal potere nefasto della Tv, su cui non si può non essere d'accordo ma che paiono inseriti nel contesto talvolta un po' forzatamente. Il finale, poi, appare fin troppo "spiegato", e forse si poteva chiudere qualche minuto prima (con il primo piano beffardo e sconvolgente di Sarah). Ma sono piccole cose, anche perchè se si rischia così tanto è chiaro che si può sbagliare qualcosina.

Comunque, in sostanza, questo è davvero un film bello, coraggioso, ribelle e convincente. Avercene. Un lavoro da cui tanti registi italiani, invece di piangersi addosso, dovrebbero prendere esempio. Ora speriamo che possa avere la visibilità che merita, e attendiamo con curiosità e fiducia il prossimo film di Cristopharo, The Museum of Wonders, attualmente in lavorazione.

Per intanto... bravo, bravo davvero.


Per farsi un'idea, ecco il trailer.




venerdì, 10 luglio 2009

NEL NOME DEL MALE

In programmazione in questo periodo su Sky questa miniserie in due puntate, diretta da Alex Infascelli e sceneggiata da Paola Barbato (una delle autrici del fumetto Dylan Dog).

Apprezzabile il tentativo di Sky, che dopo aver prodotto Quo Vadis Baby? e Romanzo Criminale cerca di dare nuova linfa vitale alla fiction, allontanandola un po' dallo squallore e dall'inettitudine che caratterizzano la povertà dei prodotti che infestano la Tv pubblica italiana. La fiction ha ucciso il cinema in televisione, ma gli spettatori nostrani sembrano non accusarne il colpo, gettandosi anzi in massa alla visione delle vuote bruttezze che ogni sera riempiono i palinsesti dei canali terrestri.

Sky e in questo caso Infascelli provano ad andare oltre, a fare un qualcosa in più, a modernizzare il linguaggio della fiction avvicinandola maggiormente al cinema, sia sul piano dei contenuti che su quello visivo. Onore a loro per questo.

Nello specifico, Nel Nome del Male, due puntate di circa 75 minuti l'una, è ambientato in un piccolo paese del Nord-Est, e racconta la storia di un padre di famiglia, dirigente di un'azienda di calzature, e del proprio figlio sedicenne, Matteo, che all'improvviso scompare nel nulla. La sparizione del ragazzo provoca l'esplosione di vecchie ruggini all'interno del nucleo familiare (la moglie accusa il marito di aver provocato la volontaria fuga del figlio, e se ne va di casa), e il padre si ritrova solo e disperato. Non aiutato nemmeno dallo scetticismo della polizia locale, inizia ad effettuare per conto proprio le indagini, lotta con tutte le sue forze per scovare notizie utili, e parte alla caccia di Matteo, finendo poco alla volta per immergersi in un mondo oscuro di cui nemmeno sospettava l'esistenza, quello delle sette sataniche.


A dare volto e anima al film, un inedito Fabrizio Bentivoglio, sobrio e misurato, quasi mai sopra le righe, forse fin troppo trattenuto, ma comunque sempre capace di grande e indiscussa professionalità. Nelle rughe del suo viso segnato dalla disperazione si annidano i veri significati di un film tv che prova ad analizzare gli spettri del fallimento del rapporto padre-figlio, della solitudine, della connivenza di presunti amici che tali non sono, della falsità che lega i rapporti tra gli abitanti di un piccolo paese di provincia, del Male che si annida all'interno di un microcosmo in cui dietro la facciata perbenista si nascondono ignominie insospettabili.

La prima parte del racconto, di pura ambientazione e preparazione, è forse la migliore, compatta al punto giusto, intensa senza mai strafare. La seconda, quando la vicenda entra nel vivo e si avvia verso la risoluzione, è un po' più sfilacciata, e non sempre trova la giusta coesione narrativa. Il finale è strappato via troppo in fretta, ma si lascia apprezzare per il coraggio.

Infascelli da corpo a una regia sicura, che non tentenna mai, e che come detto prova ad affrancarsi dalla banalità artistica delle normali fiction per dotarsi di maggiore fantasia compositiva. Forse in qualche punto si lascia andare a qualche vezzo di troppo, ma il suo lavoro è apprezzabile.

Il mondo del satanismo è in realtà per certi versi soprattutto un pretesto, anche se nella seconda parte diventa il fulcro del racconto. In qualche sequenza ci si avvicina all'horror, e Infascelli, lavorando con le sensazioni, con il mistero, e con i colori del buio, riesce a provocare qualche sana inquietudine, pur senza mai scivolare nel sensazionalismo fine a se stesso.


Nell'ultima parte la sceneggiatura prova anche a fornire interessanti (ma non abbastanza approfondite) riflessioni sul vero significato del satanismo, che va ben oltre ai ridicoli stereotipi (le croci rovesciate, la testa da caprone, i rituali orgiastici, l'odio per la religione cristiana), per dedicarsi invece all'appropriazione di una coscienza individuale che pone il soggetto come unico Dio di se stesso, come unico supremo padrone della propria anima, e classifica il sangue come fonte e simbolo di vita e potere.

In sostanza, pur con qualche difetto, Nel nome del male è un'opera fresca, che mostra idee e coraggio, e che quindi merita la giusta considerazione.

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categoria: cultura, cinema, horror, cinema italiano, film per la tv, nel nome del male


mercoledì, 24 giugno 2009

CAPPUCCETTO ROSSO

Premessa: ultimamente sto trascurando Cinemystic. Me ne scuso. Il motivo principale è che semplicemente in questo periodo, per vari motivi, sto guardando pochi film. Non ho comunque nessuna attenzione di abbandonare la mia "creatura". Anzi. E dunque...

Oggi parliamo di un cortometraggio, e di un autore italiano giovane e promettente, Stefano Simone.

Nato a Manfredonia e attualmente operante a Torino e dintorni, 23 anni, Simone ha già all'attivo una dozzina di corti. Lavori buoni e interessanti. In tempi recenti si era specializzato nella realizzazione di lavori molto vicini al noir, dando vita a film molto convincenti come Kenneth, Contratto per Vendetta e Lo Storpio, in cui sfruttando e rielaborando le regole di genere mostrava ottime doti registiche, il costante utilizzo di temi portanti non privi di fascino (la diversità, il desiderio di rivalsa di individui derisi dalla società, la lotta per l'affermazione dei propri diritti individuali), e un efficace utilizzo del mezzo tecnico (soprattutto per quanto concerne l'importanza della fotografia).

Questa volta invece Simone si è dedicato all'horror puro, realizzando Cappuccetto Rosso, rilettura in salsa orrorifica della leggendaria fiaba. Un corto di 30 minuti tratto da un racconto di Gordiano Lupi e sceneggiato da Emanuele Mattana.


Un giorno il giovane Pietro riceve dalla mamma l'incarico di portare un cesto di provviste alla nonna vecchia e malata. Per arrivarci deve attraversare il bosco. Camminando solingo tra la vegetazione incontra una misteriosa e procace donna vestita di rosso, che lo invita ad una gara (percorrendo due strade diverse, chi arriverà primo alla casa di sua nonna?), promettendogli un misterioso e conturbante premio. Quando Pietro arriva a destinazione, la donna è già lì, e gli offre un pasto or ora preparato... con carne fresca.

Il seguito è forse immaginabile, anche se nel finale propone una certa sorpresa; lo lasciamo comunque alla scoperta di chi visionerà il film.

Simone ancora una volta dimostra talento e un ottimo utilizzo del mezzo tecnico. Inquadrature efficienti, scelte giuste, primi piani ripresi da inquietanti angolazioni, buon utilizzo della prospettiva, controllato e mai smodato uso della macchina a mano (in questi bui tempi balagueriani, è una specie di miracolo... lode a lui per questo). Nuovamente fondamentale e riuscito l'apporto della fotografia (iper-realista nelle scene girate in mezzo al bosco, virata verso toni rossastri nelle sequenze in interni). Molto argentiane le musiche di Luca Auriemma, semplici e non invasivi gli effetti speciali.

Un lavoro piacevole, desunto da una tradizione che ovviamente strizza agli occhi ai vari Bava, Fulci e D'Amato (omaggiati in esergo), alla cui visione ci si dedica con curiosità, nell'attesa dell'esplosione gore nel finale.


Certo, qualche difetto non manca, in primis per quanto concerne la recitazione di alcuni attori che sfoderano un accento torinese decisamente troppo marcato. C'è poi qualche particolare superlfuo e fuori posto, ad esempio le autoreggenti della donna (la bella Soraia Di Fazio), e qualche dialogo un pochino troppo scolastico.

In ogni caso, Cappuccetto Rosso è un lavoro apprezzabile, che conferma le doti di un regista promettente, un ragazzo che ama il cinema e che insegue il suo sogno senza paura, e con grande voglia di fare. Nell'asfittico panorama italico, ne abbiamo bisogno come il pane. Consiglio poi di recuperare i suoi ottimi noir girati negli scorsi anni, in cui Stefano Simone mostra un tocco personale ancor più evidente e stimolante. Avanti così!


Potete contattare il regista, o saperne di più su di lui, dalla sua pagina myspace: http://www.myspace.com/stefano_simone
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mercoledì, 20 maggio 2009

CULT COLLECTION - CINEMA DI GENERE (2)

CULT COLLECTION

- CINEMA DI GENERE (parte 2a) -


Seconda puntata dedicata alla (credo utile) riscoperta di alcuni grandi classici della storia del cinema di genere, appartenenti ai filoni giallo/thriller/erotic/horror. Post questa volta dedicato unicamente ai confini nazionali.

LO STRANO VIZIO DELLA SIGNORA WARDH (1971, di Sergio Martino) = Rivisto oggi, dopo tanto tempo, fa ancora la sua gran bella figura. Un gioiellino.
Primi 5 minuti da antologia: misterioso omidicio nella notte con il sangue che schizza sui vetri di una macchina e una lama che splende nell'ombra, crudele citazione di Freud in esergo, e magnifica sequenza di sesso e violenza ripresa interamente al ralenti sotto la pioggia.

Poi, tutto il resto del film si mantiene su livelli più che apprezzabili. Buone scelte di regia, una giovane e fresca Edwige Fenech che oltre a mostrare come sempre con generosità il suo splendido corpo si scopre anche discreta attrice drammatica, George Hilton e Ivan Rassimov oscuri più che mai e perfettamente in parte, omicidi orchestrati con fantasia, piccoli brividi, trama giallo-thriller che rimane correttamente in bilico, ottime musiche, e finale che più beffardo non si può. Probabilmente il miglior film di Martino, e uno dei migliori in assoluto nella tradizione italica di quegli anni.

LA VENERE D'ILLE (1979, di Mario e Lamberto Bava) = Film di 60 minuti realizzato per la Tv, è al contempo l'ultimo di Mario e il primo di Lamberto. Tratto da un bel racconto di Prosper Merimèe, è un piccolo grande dramma incentrato sui presunti poteri maledetti di una statua antica. Sontuosa ed elegante ricostruzione d'epoca (ottocentesca), raffinato melò di amore, passione e gelosia, inquietudine suggerita solo grazie all'abilità nel'uso della macchina da presa, tra soggettive e dettagli... e poi, una sequenza di omicidio, nel pre-finale, che andrebbe mostrata nelle scuole, come pagina da manuale dell'horror cinematografico riassunto in tre minuti di immagini. Un grande epitaffio per un grande regista.

L'ETRUSCO UCCIDE ANCORA (1972, di Armando Crispino) = Un altro di quei film entrati con pieno merito nella storia dei cult di genere italiani. Siamo sempre in pieno giallo-thriller style, con qualche inserto semi-horror qui e là. Maledizioni antiche che tornano a seminare morte e distruzione, sangue che scorre, scenografie inquietanti e originali, mano registica solida, trucchi semplici ma d'impatto. A dir la verità, qui il ritmo non sempre regge, e alcuni personaggi secondari appaiono perlomeno fuori ruolo o inutili. Ma il film merita rispetto.

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categoria: cinema, horror, erotismo, cinema italiano, rubrica cult collection


giovedì, 14 maggio 2009

TRAGUARDI CINEFILI

E alfine giunse...

da oggi, nel mio piccolo, posso celebrare il fatto di possedere una cineteca personale con 2000 TITOLI.

Finalmente, dopo anni di fedele collezionismo, il traguardo è stato raggiunto, e il mio immortale file excel, che aggiorno da sempre con pazienza certosina, inserendo di volta in volta ogni nuovo titolo che arrivo a possedere (con tanto di indicazione di nome, anno, regista, fonte, qualità, lingua) ha toccato la fatidica quota 2000.

Tutto cominciò tanti anni fa, con i primi film registrati dalla televisione (in gran parte horror, ovviamente). Poi si passò alle videoteche, ai primi acquisti, ai folli scambi di vhs con altri appassionati sparsi in giro per la penisola... poi venne il prezioso contributo del satellite e della tecnologia, e infine arrivò il passaggio, per me dolorosissimo e sacrilego, dalla vhs al dvd (tant'è che due terzi dei film ancora li ho in vhs, e mi piange il cuore a sapere che un po' alla volta dovrò per forza trasferirli tutti in digitale).

Un traguardo effimero ma che mi gratifica, anche perchè mi procuro solo quello che davvero mi interessa, per fini culturali e/o professionali e/o di puro collezionismo, mai film a caso "tanto per fare numero".

Qualche dato statistico: il regista più presente nella mia cineteca è per distacco Charlie Chaplin (32 titoli in tutto tra lungometraggi e corti), al secondo posto Clint Eastwood (23 titoli), al terzo Martin Scorsese (21 titoli), e poi la triade Polanski-Lynch-Cronenberg (18 titoli ciascuno). A ciò possiamo poi aggiungere le filmografie complete (o quasi) dei vari Argento, Kubrick, Carpenter, Kieslowski, Moretti, Tsukamoto... eccetera.

Infine, per curiosità, il titolo numero 2000 è stato Horla, con il grande Vincent Price.

Bene, ci risentiamo tra qualche anno al raggiungimento dei 3000!
mercoledì, 13 maggio 2009

CULT COLLECTION - CINEMA DI GENERE

CULT COLLECTION

- CINEMA DI GENERE - Parte 1a

In questo periodo mi sto dedicando alla visione (o revisione) di tante pellicole di genere, tanti cult movies del passato, anni '60-'70-'80, soprattutto italiani ma non solo.

Periodo "vintage" insomma, per recuperare film a modo loro importanti, al di là dei gusti personali e dell'effettivo valore estetico-critico delle pellicole in questione, proprio per il fatto che il "cinema di genere" costituisce l'ossatura fondante di ogni periodo storico-artistico e di ogni cinematografia.

Questo discorso diventa preminente se si pensa al cinema italiano, morto o morente oggi ma tanto vivo in quegli anni, quando con pochi soldi e tante idee si faceva cinema genuino, artigianale e onesto, ma vale, anche se in tono minore, un po' per tutti i paesi.

E dunque comincio una carrellata dedicata a vari cult movies giallo / thriller / erotic / horror, che proseguirò anche nei prossimi giorni mano a mano che smaltirò le visioni arretrate.


IL CAMPING DEL TERRORE (1987, di Ruggero Deodato) = Classico horror di derivazione statunitense, nel senso che questo film del buon Deodato è quasi una sorta di spin off di Venerdì 13 (a mio parere uno dei film più sopravvalutati di sempre). Dunque siamo dalle parti dello slasher movie, e tematiche e modalità di svolgimento del racconto riecheggiano (per non dire a tratti copiano) quelle del blockbuster di Sean Cunningham (e infiniti epigoni seguenti).
C'è però da dire che non è un film da buttare, anzi. Deodato dal punto di vista puramente registico non era niente male (Cannibal Holocaust docet), e anche qui mette in mostra una direzione piuttosto viva, ariosa, discretamente frizzante. Niente di nuovo sotto il sole, ma qualche buona idea qui e là, soprattutto nelle sequenze degli omicidi, orchestrate con sufficiente fantasia.
Musiche di Claudio Simonetti, nel cast una giovanissima Nancy Brilli (che fa vedere allegramente le tette) e il grande David Hess, malato e perverso come sempre.

HORLA - DIARIO SEGRETO DI UN PAZZO (1963, di Reginald Le Borg) = Tratto dal magnifico racconto "Le Horla" del grande Guy de Maupassant, una riproposizione piuttosto fedele alla materia letteraria, anche se compressa per ovvi motivi di tempo. Niente di eccezionale, ma almeno un motivo valido per dedicarsi a una visione: il meraviglioso Vincent Price, senza dubbio il miglior attore della storia del cinema horror. La sua recitazione teatrale, sofferta, elegante, imperiosa, è uno spettacolo puro dall'inizio alla fine.

FEMALE VAMPIRE (1973, di Jesus Franco) = Ribattezzato con la solita vomitevole fantasia dai distributori italiani "Un caldo corpo di donna".
Non c'è niente da fare,
adoro il cinema di Jess Franco, anche quando (come in questo caso) siamo veramente oltre il limite del trash. Adoro le sue affascinanti sexy-horror-lesbiche vampire, e il suo stile visionario, poetico, onirico.
Qui, a dire la verità, di horror c'è ben poco: siamo infatti decisamente dalle parti del puro soft-core. La trama è esile per non dire inesistente, e il film è un susseguirsi di interminabili scene di sesso una dopo l'altra, alcune peraltro molto erotiche e sensuali, con momenti che sfiorano l'hard. La bellissima Lina Romay, all'epoca moglie del regista, per tutto il film non fa altro che accoppiarsi con chiunque (anche con lo stipite del letto!), aggirarsi per le diverse sequenze perennemente nuda, e non dice una parola. La recitazione degli altri attori (tra cui lo stesso Franco) è imbarazzante.


Eppure... eppure il buon Jess mette anche qui in mostra il suo personalissimo stile, fatto di momenti sognanti, zoom reiterati, arditi dettagli anatomici, panoramiche che esplorano i corpi delle sue sensuali donne, macchina da presa melliflua e svolazzante, simbolismi, fotografia sempre curata nei dettagli.

La scena iniziale, in cui la Romay cammina al ralenti verso la mdp, circondata da una nebbia sulfurea, con lunghi capelli corvini, un mantello nero sulle spalle, completamente nuda sul davanti, è un po' l'emblema di tutto il suo cinema. Grande Franco, un Mito vero. Visione non per tutti, ovviamente.

Alla prossima puntata...
domenica, 03 maggio 2009

BAD TASTE - IL PAPA' DI GIOVANNA

RUBRICA BAD TASTE

- IL PAPA' DI GIOVANNA -

Ci sono riviste, anche piuttosto rinomate, che da anni stroncano senza posa qualunque film di Pupi Avati, per una di quelle posizioni ideologiche aprioristiche che trovo francamente ridicole e irritanti, ma che tanto piacciono qui in Italia.

Io no. Io, nel mio piccolo, Pupi l'ho sempre difeso. Pur rimanendo ovviamente più legato alle sue affascinanti pellicole immerse nell'horror padano (La casa dalle finestre che ridono, Zeder), ho sempre bene o male apprezzato anche quest'ultima parte della sua carriera, intrisa di pellicole non certo indimenticabili ma sempre permeate da una solida dignità artistica.

Così ho difeso con convinzione film da più parti derisi come Il cuore altrove, La rivincita di Natale, Ma quando arrivano le ragazze?, La cena per farli conoscere, e anche il ritorno all'horror de Il Nascondiglio.

E allora affranto mi chiedo: Pupi, perchè mi hai fatto questo?

Il papà di Giovanna, uscito un anno fa, in gara al festival di Venezia, è un film veramente imbarazzante. Una storia ambientata alla vigilia (e poi nel mentre) della seconda guerra mondiale, come sempre a Bologna e dintorni, che prova a miscelare insieme dramma a sfondo storico e melò intimista basato sulla triste vicenda di una famiglia sulla via della distruzione. Il problema è che la trama non va da nessuna parte, le due componenti narrative viaggiano ognuna per conto suo senza trovare mai un'oliatura sufficiente, e non c'è nessuna alchimia, nessuna struttura portante, nessuna fluidità di racconto.

Se poi vogliamo scendere (ahinoi) nell'analisi delle componenti tecniche, sprofondiamo nel nero più nero. Il papà di Giovanna è girato con un apparente pressapochismo realmente inquietante. Montaggio inspiegabile, con sequenze tagliate a metà che terminano senza alcun nesso logico, e altri brevi inserti che paiono messi lì veramente a casaccio. Musiche "hitchcockiane" di Riz Ortolani totalmente fuori luogo. Dialoghi inascoltabili, personaggi senza arte nè parte, "colpi di scena" che inducono infinite perplessità, e un finale "consolatorio" nient'affatto credibile.

Parliamo poi degli attori? Francesca Neri fa quel che può e non è molto, Greggio è super-impostato ed espressivo come una sequoia, la Rohrwacher non convince... e poi si assiste a una tristissima sfilata di attori (o forse è meglio dire amici) pescati non si capisce come e buttati lì nelle vesti di figurine inutili (da Serena Grandi (???) a Chiara Sani (????)).

Infine resta Silvio Orlando, che a mio giudizio è attualmente il miglior attore dell'intero cinema italiano, trasformatosi ormai da anni da comico di basso profilo a splendido attore drammatico... ebbene, lui è sempre una garanzia, e un piacere per gli occhi. Ci prova, poverino, a tenere in piedi questo sfacelo, ci prova con tutto se stesso (e infatti l'hanno anche premiato a Venezia): ma nemmeno lui ce la può fare, il compito è davvero troppo arduo, e vederlo sprecato così fa male al cuore.

Perchè il cinema francese "medio" porta alla luce film belli, puliti, appassionanti, giusti e gustosi come Stella o Le ricamatrici, e il cinema italiano medio, per di più con unaregista di tale esperienza, si affossa in questo modo? Misteri della Fede.

Pupi, ti ho sempre difeso, perchè mi hai fatto questo?
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mercoledì, 08 aprile 2009

RANDOM VISIONS

RANDOM VISIONS

Dopo il meraviglioso viaggio in Provenza, torniamo a parlare di cinema, con qualche breve resoconto di alcuni film che ho visto recentemente. Un po’ di Random Visions, che non guastano mai. E allora:

 

PONYO SULLA SCOGLIERA = l’ennesima conferma della grandezza di Hayao Miyazaki. Questa volta, dopo La città incantata e Il castello errante di Howl, il maestro giapponese fa un passo indietro, e confeziona un film dai tratti grafici più semplici, immediati e primitivi, e anche una storia di più semplice impatto e svolgimento. Ma non perde una virgola del suo fascino, anzi... nella linearità del racconto e nell’immediatezza del tocco, Miyazaki costruisce un’altra favola bella, dolce, divertente, che fa bene all’anima.

 

PERSEPOLIS = Che bella sorpresa. In questo film, uscito mi pare un anno fa, premiato a Cannes, Marjane Satrapi racconta la sua vita, la guerra civile in Iran, lo straniamento di un’esule che non ha più patria, le difficoltà di ambientamento in una terra diversa dalla propria, la povertà e l’abbandono, l’amore e il tradimento, la dura formazione di una ragazza che diviene apolide suo malgrado... e lo fa con intelligenza, bravura, concretezza e giusta ironia. Anche qui un’animazione semplice e immediata, un tratto grafico quasi amatoriale; nell’epoca dei colossal ultra-tecnologici, alla ricerca sempre più smodata della perfezione stilistica, è una scelta di notevole coraggio, premiata da un risultato godibilissimo. Affascinante, duro, perfino sboccato, ma divertente e “tutto giusto”.

 

GERRY = Gus Van Sant, anno 2002, all’opera nel suo film più estremo, cinefilo e radicale. Nel silenzio e nello smarrimento, circondati dal potere universale della natura, in un circolo vizioso in cui ogni speranza di futuro è dissolta dall’incombere degli eventi, i due (unici) attori Casey Affleck e Matt Damon affondano in un circolo nero, inghiottiti dalla forza indistruttibile della Madre Terra. Lirico, panico, ostico, ipnotico.

  

STORIA DI MARIE ET JULIEN = Jacques Rivette, un maestro che non tradisce mai. In questo caso lascia partire questo film, anno 2003, come fosse un tipico melodramma romantico alla francese, e poi cambia totalmente registro, deviando verso il fantastico, il fantasmatico, il thriller soprannaturale. Spiazzante. Ma l’eleganza della sua messincena ha pochi eguali, la lentezza dei ritmi è solo apparente, e la protagonista Emmanuelle Béart, vera e propria Dea di bellezza e bravura, è solo da rimirare in muta ammirazione, per l’eternità.

 

IL MATRIMONIO DI LORNA = I Dardenne confezionano forse il film meno significativo e meno dirompente della loro carriera; eppure siamo di fronte a un lavoro che supera la gran parte delle pellicole che escono ogni settimana nei cinema. Tanto basta a riaffermare per l’ennesima volta la grandezza dei due belgi, sublimi cantori dell’inettitudine sociale e del coraggio di vivere.

 

CHANGELING / GRAN TORINO = Lo confesso, mi sento ormai totalmente inadeguato ad esprimere parole e concetti che possano dare il giusto peso all’incommensurabile grandezza di Clint Eastwood. Mi limito a commuovermi davanti ai suoi capolavori (entrambi questi film lo sono, tanto per cambiare), e a ringraziarlo dal profondo del cuore.

 

CAOS CALMO = Un film che ha diviso pubblico e critica, da un estremo all’altro. Di sicuro non tutto è da buttare, anzi. Ci sono belle idee e momenti davvero struggenti (i primi 20 minuti, molte sequenze ambientate nel parco davanti alla scuola, i momenti maggiormente intimisti tra padre e figlia). Ma il tutto appare un po’ slegato, poco coeso, montato male, e alcune scene paiono messe lì quasi per caso.

Ovviamente, in un paese ignorante e caciarone come l’Italia, si è parlato solo e unicamente della scena hot tra Nanni Moretti e Isabella Ferrari, tra noiosi pruriti giornalistici e ridicole inquisitorie cattoliche; la Ferrari in età non proprio più giovanissima ha ancora il coraggio di mostrarsi in reggicalze e seno al vento, complimenti a lei, e Nanni ci da dentro di lingua mica male. Ma la scena arriva all'improvviso e non c’entra niente con il contesto narrativo; dunque, dal punto di vista critico, è risibile.

A proposito, Moretti nell’intero film offre una splendida prova d’attore, pacata e rigorosa, controllata e scavata in sguardi commossi e magnificamente intensi. Gustose poi la partecipazione dell’esimio Silvio Orlando e l’apparizione “cristologica” di Roman Polanski. Insomma, un film che merita considerazione, superiore alla media italiana, ma non del tutto riuscito; ed è un peccato, con attori così.

giovedì, 19 marzo 2009

CINE-BOUTADE

CINE-BOUTADE

(ovvero, deliri disorganizzati in una notte insonne...)

La scorsa notte si è svolto, al Teatro dei Sogni in Mulholland Drive, un simposio dedicato alla ricerca del vero senso dell’orrore.

 

Presenti al convegno: Mickey Rourke, Vincent Price, M. Night Shyamalan, il nano della camera rossa di Twin Peaks, l’uomo-torso di Freaks, Nicole Kidman, Sheri Moon Zombie, Pinhead, la Contessa Bathory, il cane Cujo, la Pantera di Jacques Tourneur, e il gatto nero di Edgar Allan Poe. Assistente del sottoscritto, ovviamente, il gremlin Gizmo.

 

Il primo a prendere la parola è stato Rourke, che salendo sul palco ha indossato la tutina di Randy “The Ram” Robinson, per poi raccontare la vera storia della sua vita. Copiose lacrime hanno rigato il volto di tutti gli astanti.

 

É stata poi la volta di Vincent Price, che vestendo la maschera della morte rossa ha dichiarato di sentirsi come l’ultimo uomo sulla terra, e ha compiuto un brillante gioco di prestidigitazione con le carte (da lui chiamato esperimento del dottor K), per poi lanciarsi in un’analisi semiotica dedicata allo smalto più adatto per le unghie di Edward Mani di Forbice, e infine svaccare mettendosi a declamare golose ricette di cucina.

 

Successivamente, è stato il turno di Pinhead, il quale si è lamentato per il caldo fottuto che fa ogni giorno là sotto, dove vive lui, e ha proseguito con un sermone in favore dei diritti civili dei poveri Supplizianti, costretti a lavorare con una paga da fame, trucco soffocante, contratti a tempo determinato, e nessun rimborso per ferie e malattia.

 

A un certo punto è suonato il campanello. Ho aperto, c’erano sulla porta Luca Argentero e Violante Placido. Hanno chiesto di essere ammessi alla combriccola. Sono stati immediatamente sbranati da Cujo e dalla Pantera. Il gatto di Poe si è limitato a osservarli, con educato sdegno, leccandosi le zampine.

 

É poi salito sul palco l’Uomo-Torso, e ha confessato che il suo amico Hans e gentil consorte negli ultimi 80 anni hanno messo al mondo 12 figli, chiamati Fragolo, Cummolo, Dattolo, Panfilo, Sordolo, Cingolo, Pargolo, Stritolo, Orcolo, Ubaldo (!), Grumolo e Bombolo.

Dopo qualche secondo di silenzio cosmico, ha guardato negli occhi Nicole Kidman, e ha iniziato a cantare: “ti accettiamo, ti accettiamo, sei una di noi, una di noi !!”.

La Kidman si è messa a urlare disperatamente, le si è strappata la pelle, le è caduta l’impalcatura botulinica, e si è disvelato il suo vero viso... molto simile a quello di Darkman subito dopo l’esplosione del laboratorio.

 

 

 

Nel dipanarsi delle ore notturne, tra salatini e patatine, Bacardi e Mojiti, è toccato a Shyamalan prendere la parola. Il regista indiano ha rivelato che la M. del suo nome sta per “Mummione”, dopodichè ha confessato “fino a ieri credevo di essere Kubrick, ma oggi ho finalmente capito che negli ultimi anni ho fatto solo film osceni”.

A quel punto, si è suicidato. Cujo e la Pantera hanno fatto velocemente sparire i resti del cadavere, divorandoli. Il gatto di Poe si è limitato a osservare, con raffinata compostezza, leccandosi la coda.

 

La Contessa Bathory, palesemente annoiata dalla situazione, si è scusata con i commensali, ha finto un terribile mal di testa, ed è andata a fare il “bagno”.

 

Sheri Moon Zombie, vestita solo di una striminzita lingerie di colore nero/viola, si è avvicinata al sottoscritto, e dimenando il sedere mi ha sussurrato nell’orecchio “Chinese, Japanese, dirty knees, look at this”. A quel punto non ci ho capito più niente, e dopo aver messo al sicuro Gizmo ho condotto la donzella in una stanza appartata, per poi compiere una dettagliata esplorazione del suo corpo. A fini unicamente scientifici, s’intende.

Il cane Cujo è andato via in leggero anticipo. Aveva appuntamento per un’altra riunione, riguardante la teologia, a cui avrebbero partecipato anche il Rottweiler di Yuzna e il Piccolo Aiutante di Babbo Natale di casa Simpson. Il gatto di Poe ha salutato Cujo con un eloquente “miao”.

 

Come ultimo oratore della serata, si è infine presentato sul palco il nano di Twin Peaks, ed è andato avanti per venti minuti a parlare scandendo le parole al contrario. Nessuno ci ha capito un cazzo. Quando finalmente si è accorto del disguido, il nano ha improvvisato alcuni melliflui passi di danza, strappando applausi scroscianti.

 

In completa allegria, quando ormai le prime luci dell’alba facevano capolino su Mulholland Drive, io e Gizmo abbiamo salutato tutti, dando appuntamento al prossimo simposio.

martedì, 24 febbraio 2009

OSCAR 2009: CONSIDERAZIONI...

Da quello che è accaduto domenica notte al Kodak Theatre, estraggo volentieri due tipi di considerazioni, una positiva, l'altra molto meno. Cominciamo dalle note liete.

L'Academy si è inventata, quest'anno, il quartetto di attori vincenti più bello e giusto che si vedesse da lustri: Sean Penn, Kate Winslet, Heath Ledger e Penelope Cruz.

Penn è ormai a tutti gli effetti il miglior attore in circolazione. Celebrato dal suo amico De Niro, di cui ormai è erede designato, dopo una carriera magnifica, in continuo crescendo, coadiuvata da prove di regia splendide, nell'ottimo Milk (che ha meritatamente vinto anche il premio per la miglior sceneggiatura originale) offre un'altra prova sontuosa. Perfettamente calato nella parte, misurato ed eccessivo con giustezza a seconda dei momenti, l'interprete di Dead Man Walking e The Interpreter personifica con pienezza di significato l'ottimo ruolo che il bravo Van Sant gli disegna intorno, e riesce realmente a commuovere. Pensavo avrebbe vinto Mickey Rourke, e non sarebbe stato uno scandalo. Ma Sean Penn, dopo Mystic River, si porta a casa un altro Oscar strameritato.

Discorso identico per Kate. Questo non è un Oscar per l'ennesima bella prova offerta in The Reader, bensì un premio alla carriera, sacrosanto, che avrebbe meritato già molte volte in passato. Da Creature del Cielo a Titanic, da Holy Smoke a Romance & Cigarettes, da Iris a Neverland, la Winslet è maturata e migliorata sempre più, ha dimostrato completa versatilità, e ha sempre avuto la sfrontatezza e il coraggio per mettere in mostra il suo corpo nudo, nonostante le smagliature e i seni non rifatti e gli eventuali chili di troppo. Lei, donna bella ma "normale", in un mondo hollywoodiano popolato da fantocci, bamboline senza cervello, starlette senz'anima, e maggiorate post-bisturi, se le è messe tutte sotto i piedi, ottendendo finalmente la consacrazione che nessun'altra avrebbe meritato.

Non lo so se Ledger, senza la sua prematura morte, avrebbe vinto. Probabilmente no. Ma la sua prova in The Dark Knight, smisurata ed estrema, è da applausi, pareggia e forse perfino supera il mentore Nicholson del Joker di Tim Burton. Quindi, giusto così.

Penelope Cruz l'ho detestata, ad inizio carriera. Ma poi, poco alla volta, grazie soprattutto a Non ti Muovere e al meraviglioso Almodovar di Volver, ho imparato ad amarla. Come giustamente ha detto a Sky il bravissimo Gianni Canova (uno dei pochi critici italiani che sappia davvero analizzare le cose con sintesi e intelligenza, senza sbrodolamenti e masturbazioni ridicole), la Cruz personifica "l'ultima rappresentante di un tipo di recitazione carnale, mediterranea, viscerale, che prende vita dalla tradizione di Sophia Loren e Anna Magnani". Non ho visto il film di Woody Allen, ma il premio per l'attrice spagnola è in ogni caso più che meritato.

Insomma, un quartetto di attori bello, limpido, perfetto. In circolazione non c'è nessuno meglio di loro.

Venendo invece alle note negative, il trionfo di The Millionaire conferma pienamente le previsioni, e addirittura le supera in termini di quantità. Negli ultimi anni i film vincitori si erano quasi sempre fermati a 3, 4, massimo 5 statuette. Boyle ne porta a casa 8, surclassando il rivale Fincher. Sono decisamente troppe. Accettabili quelle per la fotografia, il montaggio e magari la colonna sonora, discutibili tutte le altre, per un film tanto "bello" quanto ruffiano, studiato a tavolino e ben poco credibile. Ma tant'è, in America l'hanno adorato. Non c'è da stupirsi.

Disappunto, infine, per tre altri motivi: il non-coraggio dimostrato dall'Academy a premiare Wall-E solo come miglior film d'animazione (avrebbe meritato perlomeno anche gli effetti sonori, e magari la sceneggiatura), la sconfitta del francese Entre les Murs di Cantet come miglior film straniero, e quella del sommo maestro Werner Herzog per il miglior documentario. Motivi che confermano ancora una volta la cecità dell'Academy. Ma non mi lamento, anzi... il quartetto d'attori vincenti che hanno costruito, ha già del miracoloso!

PS: l'attrice più bella della serata? Anne Hathaway. Viso dolce e genuino, sorriso magnetico. Una delizia.

martedì, 03 febbraio 2009

HORROR 2008

Ormai già da un mese si è concluso il 2008, anno tutto sommato altalenante per il cinema horror internazionale. Da un lato, le pellicole uscite nell’annata appena conclusa hanno confermato una tendenza ormai in voga già da tempo: il pubblico ha voglia di horror, e registi e produttori se ne sono accorti.

Gli edulcorati ed insopportabili teen-slasher post-Scream di fine anni ’90 e inizio 2000 hanno lasciato spazio a un nuovo desiderio di sangue filmico, e violenza, gore, splatter, hanno rincominciato ad affollare le sale (e soprattutto l’home video) reclamando il proprio decisivo e conturbante ruolo. Caos, anarchia, ribellione, piaghe sociali, assalti all'intimità, infanzie violate: horror specchio fedele dell’andamento del mondo in cui viviamo? Sì, come sempre.

Dall’altra parte, però, si conferma anche la difficoltà, soprattutto per gli sceneggiatori, d’inventare strade nuove, nuovi Miti, nuove tendenze; spesso si tende, ancora e sempre di più, a rifugiarsi nel passato, nella riproposizione del già visto, sovente con varianti minime o nulle. Lo dimostra, ovviamente, la soffocante febbre da remake, che pare non avere fine, e i tanti altri film che fingono sorprese o novità per poi rivelarsi, agli occhi dello spettatore un minimo esperto, nient’altro che scopiazzature e plagi di capolavori gloriosi che sarebbe meglio lasciar riposare in pace.

In sostanza, quindi, la voglia di horror c’è, eccome. Lo splatter è tornato (anche se in questo senso il periodo d’oro che possiamo racchiudere tra il 1982 e il 1993, in pratica da Evil Dead a Braindead, è irrangiungibile). Le idee veramente intriganti, però, scarseggiano assai.

 

Personalmente, riguardo alle mie visioni, dividerei l’horror 2008 (prenderò però in considerazione anche alcuni film usciti in realtà nel 2007, che io però per un motivo o per un altro ho visto in ritardo), secondo alcune categorie riassuntive:

 

Delusioni cocenti, tremende, indifendibili, che non possono essere salvate in nessun modo: La terza madre, Rec, Doomsday, Io sono leggenda, E venne il giorno, Vacancy, Riflessi di paura.

 

Pellicole con elementi buoni e altri meno, che mi hanno convinto ma solo in parte, o non del tutto: Diary of the Dead, Halloween The Beginning, Death Proof, Frontiere(s), Il nascondiglio, The Rage, Midnight Meat Train.

 

Belle sorprese, piacevoli conferme, lavori riusciti, applauditi e convincenti: Eden Lake, Rogue, Ghost Son, Stuck, Hostel 2, Planet Terror, 28 settimane dopo.

Ho lasciato poi volutamente da parte 4 titoli, che meritavano un discorso a sè. 4 splendidi film, sicuramente di livello superiore. Diversissimi tra loro, accomunati solo dall’assoluta bontà della loro realizzazione. Gli unici titoli realmente indispensabili di questi ultimi mesi. E allora, eccoli, non in ordine di merito, bensì di (mia) visione:

 

THE MIST: la migliore trasposizione kinghiana degli ultimi anni. Ancora una volta Darabont dimostra di saper interpretare il maestro del Maine meglio di chiunque altro. Un film tesissimo, senza respiro, avvolto in una nebbia densa e realmente inquietante, con il finale emotivamente più devastante che si sia visto sullo schermo da lustri.

 

A’ L’INTERIEUR: alla faccia di tanti beoni idioti che popolano il web, e che giudicano immondizia tutto ciò che viene dalla Francia... solo perchè viene dalla Francia. Il film di Bustillo e Maury conferma la piena vitalità di questa piccola ma intrigante nouvelle vague transalpina: splatter puro, senza tregua, senza affetti, con coraggio, ritmo, idee e talento.

 

THE GIRL NEXT DOOR: il film più tremendo, scioccante, crudele, sconvolgente, ferino ed estremo che io abbia visto da tanto e tanto tempo. Anche per chi è abituato a visioni “forti”, il film di Gregory Wilson è una sfida ai propri limiti, al proprio stomaco, alla propria sopportazione mentale e visiva. Si vorrebbe solo chiudere gli occhi, urlare di dolore e liberarsi immediatamente di questo film incredibile, un incubo così realistico che ti entra nelle viscere per non andarsene mai più.

 

LASCIAMI ENTRARE: finalmente un titolo che ridà lustro all’annacquato Mito del Vampiro al cinema. Recupero della tradizione e aggiornamento all’attualità, fusi insieme in un film bello, tattile, soffice come la neve di Svezia, romantico, intelligente, ipnotizzante, delicato, riflessivo. Lontano anni luce da tutte le porcate vampiriche adatte solo a ragazzini celebrolesi che hanno infestato gli schermi negli ultimi anni. Un piccolo miracolo.

 

Tra inevitabili accordi e disaccordi, vi lascio nella speranza che il 2009 possa offrire un qualcosa di buono. Con coraggio, voglia di osare, e idee nuove, se possibile. Buone visioni.

giovedì, 15 gennaio 2009

LASCIA PERDERE, JOHNNY!

Poco più di un anno fa, al Torino Film Festival 2007, nel folto programma c’era spazio anche per l’anteprima di Lascia perdere, Johnny!, debutto alla regia di Fabrizio Bentivoglio. Fagocitato dalle infinite visioni, dalle corse pazze da una sala all’altra, dall’overdose di proiezioni, finii per perdermelo; o meglio, lo snobbai in favore di altre pellicole.

Fu un errore. Perchè vedendolo finalmente adesso, mi sono trovato di fronte a una sorpresa piacevolissima, andata oltre a ogni mia previsione.

Il film di Bentivoglio racchiude in sè tanti mondi, tanti microcosmi, mescolati insieme e racchiusi nell’oblò temporale degli anni ’70, dove forse si stava meglio, o forse si stava peggio, o forse in fondo si stava come adesso.

In uno stranito melange di volti, paesaggi e situazioni trovano spazio un giovane chitarrista, orfano di padre, timido e silenzioso, con i capelli incolti e assurdi doposci a piedi, che vorrebbero diventare bravo e famoso ma che per il momento si accontenta di strimpellare due accordi in un’orchestrina di paese; un bidello che terminati i doveri scolastici si traveste da grande musicista, salvo poi cadere nelle grinfie del vino fino a ridursi a parlare da solo, conciato da barbone, in una raminga stazione ferroviaria; un impresario che promette mari e monti e che poi fugge e scompare nel nulla quando comprende di aver giocato tutte le sue (false) carte; un cantante fallito che trova l’occasione per dare un senso alla sua rinunciataria vita; un famoso pianista che veleggia sicuro nella sua sgangherata e suadente vita da boheme, stregando il mondo con il fascino e il carisma che altri possono solo invidiargli.

Bentivoglio regista (e co-sceneggiatore) ha tante cose da dire, da mostrare, da ricordare. E’ ambizioso, e soprattutto coraggioso. E mette in piedi un film che scivola tra divertimento e malinconie, sagome surreali e intense concretezze, musica, canzoni d’amore, invecchiati figli dei fiori, giovani rampanti, ignobili papponi, artisti frustrati, onde del mare e sagre paesane, balli contadini e viscontiane nebbie di città.

Un marasma di contenuti padroneggiato con destrezza dai fratelli Servillo, da Valeria Golino, dal giovane e bravo debuttante Antimo Merolillo, e dallo stesso Bentivoglio attore. Un veemente e nostalgico racconto di formazione in cui talvolta la sovrabbondanza narrativa si palesa, e la confusione stilistica rischia di fare capolino in alcuni momenti, fino ad arrivare a un finale forse non del tutto compiuto.

Ma tant’è, bravo Bentivoglio. Bravo davvero. Lascia perdere, Johnny! è uno dei film italiani più temerari, interessanti, stuzzicanti e originali venuti allo scoperto negli ultimi anni. Anzi, non sembra neanche un film italiano, per come riesce a rifuggire dalle banalità conformiste e dalle dabbenaggini para-televisive che tanto ama il pubblico nostrano.

E infatti, non se l’è filato (quasi) nessuno. Come volevasi dimostrare.

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lunedì, 12 gennaio 2009

IL TRIONFO DI KATE

Questa notte sono stati assegnati i Golden Globes, tradizionale anteprima degli Oscar, riconoscimenti per certi versi più importanti degli Oscar stessi, perchè vengono assegnati dalla stampa specializzata.

Ha perso Gomorra, battuto dal film israeliano Waltz with Bashir, e la cosa non mi stupisce affatto. Ha fatto incetta di premi The Millionaire di Danny Boyle. E’ stato assegnato, come prevedibile, il premio postumo (ma giusto e meritato) a Heath Ledger.

 

E soprattutto, è stata la notte del trionfo di Kate Winslet. Doppio premio, doppia statuetta, come miglior attrice protagonista per Revolutionary Road, e come non protagonista per The Readers. Ha battuto Meryl Streep, Angelina Jolie, Penelope Cruz, Anne Hathaway. Un doppio premio che ha del clamoroso, e che non fa altro che riempirmi di gioia.

Ho sempre adorato Kate Winslet. Negli anni è diventata sempre più bella e sempre più brava. A dispetto dei suoi presunti chili di troppo l’ho sempre trovata splendida e sensuale. Coraggiosa, versatile, sprezzante dei rischi, dopo il successo planetario del Titanic ha saputo gestirsi e non perdersi, ha interpretato tanti ruoli, diversissimi tra loro, senza avere mai paura di mettersi in discussione, di mostrare integralmente il proprio corpo, di affrontare parti diverse, difficili e complesse.

Bambina acerba in Creature del cielo, con i capelli blu e arancioni nel bellissimo Eternal Sunshine of the Spotless Mind, traviata dal marchese de Sade in Quills, composta e misurata in Iris e The Life of David Gale, commediante romantica in L’amore non va in vacanza, nuda e sexy in Holy Smoke, emaciata e sofferente in Neverland, sboccata e volgare in Romance & Cigarettes... Kate, mille volti e un talento indiscutibile, cristallino, e ora, ha 33 anni, sempre più florido e vincente.

Appuntamento tra un mese, per (si spera) il sacrosanto Oscar.

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giovedì, 18 dicembre 2008

GO GO TALES

GO GO TALES

 

Abel Ferrara è uno dei pochi registi realmente indispensabili rimasti in circolazione. Con la sua violenta poetica, la carica iconoclasta, la rabbia incontrollata, l’anarchia di pensiero e visione. Un bohemien nato nel secolo sbagliato, un folletto dotato d’infinita classe, un drammaturgo di rara profondità emotiva, sempre pronto a scannerizzare parole e immagini, sangue e sporcizia, umori e liquami, per partorire progenie delittuose e insaziabilmente deliziose.

Dopo il gustoso pus underground (per dirla alla Moretti) di The Driller Killer, L’Angelo della vendetta, Il cattivo tenente e Body Snatchers, dopo la raffinata anarchia di The Addiction, King of New York, New Rose HotelFratelli, dopo lo splendido (e incompreso) Mary, ormai Ferrara da qualche anno è uscito definitivamente dalla prigione del sottobosco e del rifiuto, della cafonaggine e della di lui paura, per ergersi ad autore di serie A, riconosciuto da tutti come tale.

Ed è per questo che ormai Ferrara può permettersi di fare quello che vuole. Anche un film come Go Go Tales, il quale, diciamolo pure, è puro pleonasmo. Cento minuti fuori orario, tutto in una notte, interamente immersi nelle luci del buio. Un locale di spogliarelliste, con le infinite deviazioni e derivazioni del proprio microcosmo. Un gestore che si mangia tutti i soldi fottendoseli al gioco, una matrona che vuole chiudere tutto perchè si è stancata di non essere pagata, ballerine che si ribellano perchè di lavorare gratis proprio non ne hanno voglia.

E nel mentre, baristi che stanno lì da una vita, papponi e magnaccia, comitive di giapponesi eccitati, freaks della notte, artisti falliti e rifiuti della società, gente che critica il Paradise ma in realtà ce l’ha nel cuore e ad andarsene non ci pensa proprio. Alcool come se piovesse, soldi e ancora soldi, luci al neon, musica ipnotizzante, macchina da presa svolazzante, corpi femminili caldi e sudati che si dimenano sulle assi del palco. Tette e gambe e trucco pesante, banconote infilate nelle mutandine, calze a rete e costumi e schiene spalmate di voluttà.

A metà tra Scorsese e Altman, Ferrara s’immerge in un divertissement d’altri tempi, facendoci respirare il roco odore dell’eterna notte della dannazione. Con la libertà creativa che (quasi) solo lui può permettersi, scivolando in un flusso narrativo che mi vien da paragonare solo ai Goodfellas, il cantore della perdizione mette poi insieme un cast allucinogeno, regalando ruoli all’apparenza impossibili.

Un flusso di vene palpitanti in cui trovano posto Willem Dafoe, che canta, strabuzza gli occhi e si diverte un mondo; Asia Argento, che fa la lap dance, ci fa vedere il suo tatuaggio inguinale e ficca la lingua in bocca a un Rottweiler; Bob Hoskins, che ostenta per l’ennesima volta la sua eterna bravura; Riccardo Scamarcio (!), che compare in scena con il suo sorriso ebete e si ritrova cornuto e mazziato; Romina Power (!!) che legge l’estrazione dei numeri del Lotto; Burt Young, che vince un concorso a premi; Andy Luotto (!!!) che sprofonda nell’abiezione del mercante di sogni; e pure Stefania Rocca, che (s)vestita da go go dancer mette in scena una sensualità fuori dal comune, e un erotismo puro da far girare la testa ai morti (altro che le frigide starlette americane).

Senza tregua, dal magnifico dolly della sequenza iniziale al beffardo sguardo di ghiaccio di Dafoe nel finale, Ferrara ci trascina in un vortice fumoso di fascino antico. E dire che questo è il film più inutile della sua magnifica carriera, eppure batte per distacco la gran parte delle cazzate che escono nei cinema in questi tempi disastrati. Go Go Tales, pleonasmo dorato. Gloria a lui.

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martedì, 09 dicembre 2008

HOSTEL part 2

Premessa: ho detestato il primo Hostel. Uscito con un battage pubblicitario esorbitante, spacciato come uno dei film più sconvolgenti di tutti i tempi, e altri sproloqui vari, si è rivelato un polpettone insopportabile, stracolmo di violenza gratuita, banalità di scrittura, tette e culi al vento senza logica, inserti splatter risibili e puramente artificiali, al servizio di adolescenti dementi e infestati da incontrollabili smanie ormonali. Uno dei peggiori horror degli ultimi anni.

Detto ciò, al momento della sua uscita, ho accuratamente evitato Hostel Part 2. L’altra sera, attratto da una delle mie solite voglie masochiste, ho deciso alfine di affrontare l’imponderabile. Qualche volta il coraggio (dicesi follia?) però paga, tant’è che mi sono stupito e divertito, in quanto questo Hostel 2 è nettamente meno peggio del primo. Meno volgare, meno stupido, meno insulso, diretto con un pochino più di decenza, con una costruzione della storia maggiormente sensata, e almeno un paio d’idee realmente interessanti: la scelta di far vedere allo scoperto gli aguzzini, e di mostrarli intenti a chiacchierare pacatamente su ciò che stanno per andare a fare, quasi a voler teorizzare un’infantile innocenza dal Male, e la mercificazione del corpo ridotta addirittura a mero strumento di gioco (la bella sequenza in cui i futuri torturatori si lanciano in un’asta telematica in tempo reale per aggiudicarsi le donzelle disponibili, il che ricorda l'australiano Feed). Visivamente attraente, poi, il bagno di sangue della "contessa Bathory" nella prima metà del film.

Molto più scontato, visto e stravisto invece il cambio di prospettiva della donna che da vittima diviene essa stessa inclemente giustiziere. Ma non si pretenda troppo. Hostel 2 è simpatico e godibile, e non l’avrei mai pensato. Memorabile, infine, la battuta dedicata alla bionda quasi morente: “abbiamo un’offerta speciale, ma è valida solo per i prossimi 20 minuti”, con susseguente bonaria apparizione di Monsieur Cannibal Ruggero Deodato.

 

PS: in un’intervista di lancio al film quella gran macchietta di Tarantino ha dichiarato: “Eli Roth è il maestro che da anni aspettavamo. Ho scelto lui per dirigere i due Hostel perchè il suo primo film, Cabin Fever, mi ha letteralmente stregato: l’ho visto 7 volte !! “.

Ora, i casi sono due: o Tarantino non ha proprio niente da fare nella sua vita, o ha sparato una gran cazzata. Va bene che Cabin Fever è un ottimo film, ma 7 volte ??? Quanto a Eli Roth assunto a maestro venuto dal cielo per esaudire le nostre preghiere, bhè, è meglio stendere un pietoso velo di commiserazione...

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venerdì, 05 dicembre 2008

CEMENTO ARMATO

CEMENTO ARMATO

 

Circa un anno e mezzo fa uscì nei cinema nostrani Cemento Armato, gangster noir italiano di Marco Martani. Il noto web magazine Sentieri Selvaggi (sul quale da anni dirigo la rubrica dedicata all’horror e affini) pubblicò una recensione a dir poco entusiasta, glorificando il film come un vero e proprio capolavoro, un’opera emozionante e imperdibile, uno splendido affresco in grado da solo di rilanciare le sorti del derelitto cinema italiano. Sorrisi a leggere quelle parole, perchè pur ammettendo di non aver ancora visto il film, mi risultava davvero impossibile credere a cotanto insigne valore declamato a pieni polmoni dalla redazione.

Cemento Armato l’ho visto ora, finalmente. Meglio tardi che mai. E nonostante tutto il mio scetticismo, devo in gran parte ricredermi. Le parole di Sentieri erano e restano eccessive, ma questo è davvero un film di valore. Martani ambienta la sua storia in una Roma assunta a giungla del Male, della corruzione e della connivenza. Riesuma temi cari al gangster movie di tradizione statunitense, e persegue la strada tracciata un paio d’anni prima da quel gran bel Romanzo Criminale di Placido. Alcuni personaggi e dialoghi paiono troppo stereotipati, alcune sequenze troppo confuse o decisamente non credibili, e la rappresentazione dei due protagonisti, il giovane delinquentello e il Boss dei Boss, assume purtroppo i volti di Nicolas Vaporidis e Giorgio Faletti. I quali recitano in modo mediocre.

Eppure, nonostante questi palesi difetti, il film risulta essere tesissimo, appassionante, coinvolgente, senza respiro, piacevolmente soffocante, ben scritto, con idee intriganti, diretto con mano ferma, senza cadute nè pause nè concessioni alla logica televisiva.

Cinema vero, derivativo finchè si vuole, ma solido. Faletti-Corleone danza nella sua lucida abiezione, la scena dello stupro arriva improvvisa e disturba non poco, la caccia al gatto col topo tra i due protagonisti (che si cercano a vicenda senza saperlo e per diversi motivi) resta in piedi fino alla fine in un crescendo d’emozioni, l’orrore sovrasta i sentimenti, e i personaggi secondari (tra cui un ottimo Ninetto Davoli) svolgono con perizia la loro funzione di aiutante/antagonista a seconda dei casi. Si annusa la polvere da sparo, si scappa smarriti nei vicoli romani, si contano i morti, si partecipa col cuore. Bravi tutti quelli che hanno creduto in questo piccolo gioiellino.

Cemento Armato è senza dubbio uno dei migliori film italiani degli ultimi anni. Leggo che gran parte della critica, pronta in altri momenti a osannare immonde porcate, l’ha stroncato con decisione e cattiveria. Pazienza, mi tengo la mia opinione. Con un film così si comincia quasi a sperare che il cinema di queste terre agonizzanti possa in qualche modo rinascere. Poi si guarda il box office, e si scopre che gli italiani affollano in branco le sale sbavando per vedere High School Musical e il nuovo di Massimo Boldi o dei Vanzina. E allora la depressione torna a regnare sovrana... che dire, l’Italia morirà, questo è certo. Anzi, è già morta. Ma Cemento Armato resta un bel film. Non a caso, sbeffeggiato dagli italiani, ha vinto invece dei premi all’estero. E questo dimostra tante e tante cose.

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categoria: cinema, roma, premiazioni, cemento armato, cinema italiano


lunedì, 01 dicembre 2008

CRONACA DAL TORINO FILM FESTIVAL parte III

Ed eccoci, all'ultimo resoconto direttamente dal Torino Film Festival.

VENERDI 28 = Giornata di visioni variegate. Parto alle 10 del mattino e mi dirigo a rivedermi il bellissimo La Morte e la Fanciulla di Polanski. Grande film, che conosco già a menadito ma non mi stanco mai di riguardare. Rigoroso esempio di “cinema da camera”, non a caso tratto da una pièce teatrale, scritto alla perfezione, con un magnifico ensemble di attori tra cui svetta l’inappuntabile Sigourney Weaver. Un film da imparare a memoria.

Mi volto poi verso le terre di Francia, per vedere due film transalpini uno di fila all’altro. Inizio con Donne-Moi la Main, in concorso, che peraltro non mi convince granchè. Storia di due fratelli gemelli che intraprendono un’avventura on the road per arrivare in Spagna e assistere al funerale della madre, sono prima legati in una simbiosi inattaccabile, poi via via sempre più distanti. Il film pare fermarsi alla superficie, non scende abbastanza in profondità, e solo a tratti riesce a gestire con la corretta forza visiva la materia narrata. E’ poi il turno di Mateo Falcone, fuori concorso, film onirico e rarefatto, quasi totalmente privo di dialoghi, in cui il potere ammaliante del paesaggio e il sonoro in presa diretta della Natura dominano la scena. Interessante e coraggioso, forse eccessivo nella propria non-narrazione.

Per chiudere vado a scoprire Maledetti Vi Amerò, film d’esordio di Marco Tullio Giordana, anno 1980. Storia di un compagno comunista, attivista politico, che fugge dall’Italia per 5 anni e quando torna trova un paese irriconoscibile, profondamente cambiato dall’assassinio di Aldo Moro. Divertente a tratti, toccante in altri, altamente disilluso, il film è grezzo e slegato, e sconta i difetti di un esordio. Ricorda un po’ lo stile del poco antecedente Ecce Bombo di Moretti, e dipinge comunque con efficacia un ritratto ruvido di un paese alla deriva (già allora), riuscendo ancora oggi a provocare sdegno, acute riflessioni e poco incoraggianti conclusioni. Caustica e gustosa anche la conferenza post-film, che vede Giordana e Moretti dibattere su quei tempi bui della storia italiana, e sulle difficoltà di fare cinema in un’epoca dagli estremi contrasti ideologici.

sienna miller e keira knightleySABATO 29 = Mi tengo per l’ultimo giorno di festival alcune delle visioni più interessanti. Con un sovrumano sforzo di volontà riesco a essere in sala alle 9 del mattino (!!!) per vedere The Edge of Love, di John Maybury, semi-biopic del poeta Dylan Thomas, ambientato in Galles negli anni ’40, in mezzo alla seconda guerra mondiale. Tra un bombardamento e l’altro, con intermezzi in cui Thomas declama i propri versi, si dipana la storia delle due donne fondamentali nella vita del poeta, la moglie e l’amante, interpretate da Sienna Miller e Keira Knightley. La ricostruzione storica è puntuale, alcune scene riescono a essere struggenti, il ritmo pare quasi da musical, ma il film non convince fino in fondo. Eccessivamente prolisso in taluni punti, e un po’ troppo melensamente hollywoodiano anche in momenti in cui non doveva esserlo. Sta di fatto, comunque, che in un’epoca di presunte giovani starlette montate (in tutti i sensi) e incapaci, Sienna Miller e Keira Knightley sono due accecanti raggi di sole nel grigiore generale. Belle, brave, intense, empatiche, all'occorrenza tenere o sensuali, in The Edge of Love sono entrambe letteralmente splendide, e valgono decisamente da sole la visione della pellicola.

Segue poi uno dei titoli da me più attesi, il film svedese di vampiri Lat Den Ratte Komma In, di Thomas Alfredson, che uscirà anche nelle sale a gennaio con il titolo Lasciami Entrare. Ambientato nella neve e nei plumbei cieli di Svezia, narra la storia di due bambini dodicenni, lei ammazza gli abitanti del villaggio per nutrirsi di sangue, e lui, bambino “normale” fragile e vessato dai coetanei, si innamora di lei inconsapevole della loro profonda diversità. Il film è molto meno commerciale di quanto si potesse credere. Elegante, raffinato, riflessivo, con tempi volutamente lenti, è un mosaico affascinante, triste, melanconico, sofferente, che recupera alcune tradizioni iconografiche del mito del vampiro (può entrare in una stanza solo se gli si concede il permesso) e alcuni topoi cinematografici di sicuro impatto (la tematica herzoghiana del vampiro maledetto dal destino, che fa quello che fa perchè vi è costretto dalla straziante fame, non certo per voluttà o sogno di potere). Purtroppo Alfredson scivola in un finale non necessario ed eccessivamente “speranzoso”, ma resta da applaudire un film bello, secolare, odorante nostalgia di polvere accumulata nel tempo, un film che per fortuna rifugge dalla bieca spettacolarizzazione post-moderna del Mito. Andatelo a vedere quando uscirà!

E’ quasi ora di salutare il festival. Resta il tempo per gli ultimi due film. Wendy & Lucy, fuori concorso, è la triste storia di una ragazza che senza soldi s’imbarca con il proprio cane in un’avventura on the road, e si trova a scontrarsi con una realtà dura e inclemente, che la porterà prima a perdere il suo fedele Amico, e poi a doverlo ritrovare ma di nuovo lasciare, per l’impossibilità di poterlo nutrire.

Infine, Die Welle, film tedesco in concorso. In una scuola, un docente vuole insegnare ai suoi alunni il significato dell’autarchia, e improvvisa per gioco una dittatura costruendo una finta organizzazione neo-nazista. Ma i suoi alunni iniziano ad identificarsi sempre più in questo  intrigante divertissement, fino a immergersi anima e corpo nel ruolo e a perdere totalmente il controllo della situazione. Pare quasi per alcuni versi un Battle Royale all’Occidentale, e rimane in costante rischio di sprofondare nella più insopportabile retorica. Ma alla fin fine il film di Dennis Gansel sta in piedi, resiste, azzecca alcune sequenze molto intense, risulta appassionante, e inquieta davvero per la proiezione nella realtà di ciò che ci viene mostrato. L’ultima inquadratura poi (simile a quella de Il Caimano), provoca un secco brivido lungo la schiena.

Ho finito. Mi dirigo già un po’ triste verso l’uscita, e neanche a farlo apposta apro una porta e mi trovo faccia a faccia con Nanni Moretti. Saluto Torino con 25 film  collezionati in 7 giorni, più incontri vari con i registi. Bilancio bello e positivo. La mia Palma per le miglior visioni del festival (parlando di film nuovi, escludendo quindi i grandi classici di Polanski e Melville) alla fine va a tre titoli: Dream, di Kim Ki-Duk, Queimar Las Naves di Francisco Franco, e proprio Let The Ratte Komma In. Ovvero Corea, Messico, e Svezia: il giro del mondo in 7 giorni. Uno dei tanti motivi che costruiscono la bellezza estatica di un festival di cinema. All’anno prossimo.

giovedì, 27 novembre 2008

CRONACA DAL TORINO FILM FESTIVAL parte II

Continua la cronaca direttamente dalla sala stampa del Torino Film Festival!

MARTEDI 25 = Salto mezza giornata di festival, a causa di commissioni non rinviabili da dover fare a casa. Faccio in tempo solo a vedere il nuovo film di Kim Ki-Duk, Dream (fuori concorso), e lo applaudo con convinzione. Una storia di notevole perversione mentale (un uomo e una donna, lui sogna, e lei nella realtà commette i gesti che lui ha sognato), che si tramuta nell’ennesimo racconto del regista coreano dedicato all’amore, alla volatilità delle emozioni, al senso di perdita. A metà tra dramma surreale e noir, il film qualche volta pare sfiorare il ridicolo, ma poi si eleva a inauditi picchi di poesia visiva. Ancora una volta Kim Ki-Duk si dimostra maestro nel gusto per la pulizia delle immagini, per il tocco pittorico delle inquadrature, per la commovente dolcezza che si sprigiona dai suoi personaggi.

MERCOLEDI 26 = Maratona senza fiato, oggi. Dedico la giornata interamente ai film in concorso, e in poche ore compio il giro del mondo. Slovenia, Australia, Cina, Messico. 4 film, 4 continenti. Questa è una delle cose che rendono meraviglioso assistere a un festival di cinema. Si parte con We’ve never been to Venice, dello sloveno Blaz Kutin. Un piccolo film (dura solo un’ora) che mostra l’elaborazione del lutto da parte di due giovani genitori che hanno appena perso il proprio figlio. Il giorno prima del funerale, seguiamo i due nella loro mestizia, mentre alternano stati di completa catatonia a improvvisi scatti di rabbia feroce. Tra lunghi silenzi ed esplosioni d’odio verso il destino, il regista compie un percorso semplice ma molto intenso, che emoziona realmente, fino all’ultima inquadratura, in cui i due si dirigono verso la tomba dove di lì a pochi minuti sarà sepolto il figlio.

Si passa poi all’australiano Bitter & Twisted, di Christopher Weekes. Un’altra storia di una famiglia confusa, che cerca faticosamente di tenersi insieme mentre i meccanismi al suo interno si sfaldano inesorabilmente. Molto buono nelle intenzioni, un po’ meno nella realizzazione pratica: alcuni personaggi non sono infatti sufficientemente formati, e la commistione di generi che il regista sceglie appare a volte farraginosa. Si continua con il cinese The Shaft, di Zhang Chi, ambientato in un piccolo paese di periferia, con persone povere e umili che passano la loro vita a lavorare in miniera, sognando di andarsene lontano, verso la città e verso un futuro migliore. Lento, lentissimo, è un film che manca totalmente di ritmo, e che si affloscia in una certa banalità situazionale di fondo.

Infine, si chiude in bellezza, con Quemar Las Naves, di Francisco Franco (no, non è il dittatore risorto…). Il più bello tra i film in concorso visti finora. Un melodramma tipicamente ispanico, carnale e sensuale, deflagrante di passioni, che ricorda molto Almodovar per la sessualità debordante, l’uso dirompente delle musiche, la mescolanza di tragedia e commedia. Tocca anche il tema dell’omosessualità, e lo fa con giusto tatto e niente retorica. I giovani attori protagonisti sono splendidi, le canzoni pure, e la narrazione procede con limpidezza, senza pause, con una evidente teatralità di gesti e parole che non toglie però mai spazio al cinema. Ottimo davvero. Meritata l’ovazione del pubblico verso Franco al termine della proiezione.

GIOVEDI 27 = Concluso questo articolo tornerò in sala, per visionare The Buried Forest di Kohei Oguri e probabilmente per rivedermi il magnifico L’inquilino del terzo piano di Polanski. Poi, negli ultimi due giorni, cercherò ancora di trovare spazio (e forze residue chissà dove) per il film di vampiri svedese Let the Right One In (in pratica l’unico horror in programma in 8 giorni di festival, e questo è il solo limite della lodevole gestione Moretti), per il fuori concorso Wendy And Lucy, per l’interessante The Edge of Love di John Maybury (con un cast a dir poco intrigante: Sienna Miller, Keira Knightley, Cyllian Murphy), e per altri film che ancora devo decidere; seguirò l'ispirazione del momento.

Credo che chiuderò  il festival con circa 25 film visionati in 7 giorni… numero soddisfacente, direi. Qualora non dovessi più riuscire ad aggiornare queste pagine, un plauso generale ancora una volta a un festival indispensabile, che Moretti ha saputo ulteriormente valorizzare senza snaturarne le caratteristiche. A presto!

lunedì, 24 novembre 2008

CRONACA DAL TORINO FILM FESTIVAL

Direttamente dalla sala stampa del Torino Film Festival, riesco a trovare un buco tra un film e l’altro per aggiornarvi un po’ sulla cronaca dei miei primi 3 giorni, 3 giorni di classica e impareggiabile maratona festivaliera, che si dipana correndo da una sala all’altra, impazzendo per far concatenare gli eventi, saltabeccando da una visione all’altra alla ricerca di talenti, conferme, intuizioni, idee ed emozioni riflesse nel buio delle sale… E dunque:

 

SABATO 22 NOVEMBRE = Arrivo a Torino a metà mattinata (con un’ora di ritardo per colpa dei soliti maledetti non funzionanti treni di questa orrenda nazione). Volo a prendere il pass stampa ed entro subito in sala per la prima visione: Kurus, film fuori concorso proveniente dalla Malesia, diretto da Woo Ming Jin, che l’anno scorso aveva vinto il premio della giuria qui a Torino per The Elephant and the Sea, film che non mi era affatto piaciuto. Questa volta il regista raddrizza il tiro, e mette in piedi un lavoro godibile e apprezzabile, raccontando con giusta parsimonia stilistica la tenera e dolce storia di un ragazzo quindicenne sommerso dai tipici problemi dell’adolescenza, che ritrova però sorrisi e stimoli di vita innamorandosi della sua bella insegnante d’inglese.

Dopo una breve pausa rientro in sala per assistere subito a uno degli eventi più attesi dell’intero festival, l’incontro tra Nanni Moretti e Roman Polanski. Vedere a pochi metri da me Polanski è un’emozione vera, intensa, essendo lui autore di un cinema che amo profondamente. L’incontro dura quasi due ore, e ci offre una vera e propria lezione di cinema e di vita. Moretti incalza l’ospite con una sfilza infinita di domande riguardanti infiniti aspetti della sua carriera, e Polanski delizia la platea con una miriade di storie, aneddoti, rivelazioni. Quasi tutti i suoi film sono tirati in ballo, la sua lunga e splendida carriera è sviscerata nel profondo, e Polanski, parlando un po’ in italiano un po’ in francese, dimostra un carisma e una simpatia inimitabili. Racconti adorabili, battute pungenti, risposte sagaci, bonarie prese in giro allo stesso Moretti che ovviamente sta al gioco, stralci di cinema puro, divertimento continuo. Due ore di “lezione” in cui la platea è catapultata in una deliziosa ipnosi.

Concluso l’incontro, mi dirigo in un’altra sala e mi gusto Lo spione (Le Doulos), famoso noir del 1962 di Jean-Pierre Melville (a cui è dedicata una delle retrospettive del festival), con un Jean-Paul Belmondo in gran forma. Nonostante la stanchezza imperante (sono ormai le 8 di sera e io sono in ballo dalle 8 del mattino) trovo poi ancora il tempo per andare in un’altra sala a vedere il primo film in concorso, Non-Dit, della belga Fien Troch. Molto positivo il giudizio: un dramma di perseverante intensità, che racconta l’impossibilità per due genitori di accettare la scomparsa della propria figlia e di ridare un senso a una vita ormai disintegrata. Emozioni, lacrime, sguardi vacui, parole non dette, frasi smorzate, primi piani insistiti, prospettive sfocate, il tutto ripreso con una stile rabbiosamente intimista che mi riporta alla mente il cinema di Lodge Kerrigan (nonché il meraviglioso La Stanza del Figlio), e che si impreziosisce delle ottime interpretazioni di Emanuelle Devos e Bruno Todeschini.

 

DOMENICA 23 NOVEMBRE = Mi concedo un po’ di sonno in più per recuperare la fatica del sabato, e parto all’ora di pranzo con un altro film in concorso, l’inglese Helen. Sorta di bizzarro noir alla ricerca di un’adolescente misteriosamente scomparsa nel nulla, ambientato tra le foglie cadenti dei parchi britannici, il film si perde in un senso d’incompiutezza, di obiettivi raggiunti a metà, di vuoti colmati alla rinfusa, e mi convince molto poco.

A metà pomeriggio è la volta di un altro evento per me attesissimo: Il Pianista, di Roman Polanski. Film che adoro con ogni mia fibra, che chiaramente già conosco a menadito, ma che voglio assolutamente rivedere per l’ennesima volta, con l’ausilio della proiezione in lingua originale e di uno schermo mastodontico (siamo infatti nella sala più grande del festival). A presentare il film interviene lo stesso Polanski, accolto da una vera e propria standing ovation, e per due ore e mezza la tragedia straziante delle immagini e la sofferenza scavata sul volto di Adrien Brody riescono a mantenere l’intera sala in un silenzio partecipe e commosso. Altro applauso strosciante durante i titoli di cosa, ennesimo mai abbastanza grande tributo a un film meraviglioso e a un uomo di cinema straordinario.

Infine, terzo e ultimo film della giornata, è il messicano Lake Tahoe, di Fernando Eimbcke, fuori concorso. A metà tra commedia e dramma familiare (a quanto pare il leit-motiv del festival, scelto da Moretti per evidente attinenza con la sua visione del cinema), è la piccola storia di un ragazzo che sfascia la macchina del padre come gesto di rabbia nei confronti della di lui morte, e che poi per trovare il pezzo di ricambio necessario per aggiustarla si trova ad avere a che fare con tutta una serie di personaggi inconsueti e bizzarri. Da una parte, pare di ritrovare in Lake Tahoe il gusto per il minimalismo surreale di Kaurismaki, e dall’altra, mi torna un po’ in mente l’odissea soffocante del bimbo di Dov’è la casa del mio amico? di Abbas Kiarostami. Il risultato complessivo è tutto sommato discreto.

A metà del pomeriggio, mentre guardavo Polanski, mi dicono che in un’altra sala un gruppo di manifestanti fa irruzione e interrompe per qualche minuto una proiezione, per protestare contro il ragazzo morto il giorno prima in una scuola di Rivoli. Ho la mia idea sull’accaduto, ma preferisco lasciar perdere; in questa sede mi limito al cinema.

 

LUNEDI 24 NOVEMBRE = Questa volta affronto le intemperie, il freddo e le non sufficienti ore di sonno per essere in sala già alle 9.30 del mattino, a visionare il fuori concorso New Orleans Mon Amour, di Michael Almereyda (autore alcuni anni fa dell’interessante Nadja, horror vampirico prodotto da Lynch). La storia di una coppia, un medico e una giovane volontaria che sgombra le macerie dell’uragano Katrina. Un amore che se ne va, poi ritorna, poi pare scappare di nuovo, in un gioco a elastico sul rapporto di coppia e i contrasti forse insanabili che esso comporta. La tragedia sociale e il dramma individuale si fondono insieme, in un film che sperimenta diversi stili di scrittura e visione, non sempre efficaci e solidi. Almereyda comunque sa il fatto suo, e riesce fino alla fine a tenere in piedi la narrazione senza spezzarne il filo conduttore.

Esco dalla sala e ci rientro immediatamente per un altro film in concorso, l’americano Prince of Broadway, di Sean Baker. Ancora una famiglia sospesa (un uomo di colore, venditore di vestiti e borse contraffatte, si ritrova all’improvviso tra le mani un figlio che nemmeno sapeva di avere), una storia giocata sull’improvvisazione, sulla degradazione urbana, sul linguaggio di strada, su esistenze in bilico tra povertà e illegalità, su solitudini e false virilità. Interessante a tratti, divertente in qualche punto, ma decisamente troppo cacofonico e a lungo andare pletorico, salvo un finale comunque ben pensato.

Ora sono qui a scrivere, dopodichè mi ributterò nell’arena, e andrò probabilmente a vedere Les Enfants Terribles di Melville, o forse Mona Lisa di Neil Jordan, o magari il polacco Katyn di Andrzey Wajda…in realtà ancora non ho ancora deciso! Intanto vi saluto, e spero nei prossimi giorni di poter aggiornare ancora queste pagine…

 

Ieri Moretti, microfono alla mano, ha detto una frase che ben riassume lo spirito festivaliero: “chi frequenta i festival sa bene che durante queste giornate noi viviamo in un mondo a parte, impermeabile agli eventi esterni. Non sappiamo nulla di ciò che accade al di fuori, perché siamo in una bolla”. Sì, hai ragione Nanni: durante i festival siamo in una bolla, una bolla entro cui viaggiamo in una catarsi un po' delirante… con il viso scavato dalla stanchezza, ma con tanta e tanta soddisfazione.

Chi sono

Utente: cinemystic
Nome: Alessio Gradogna
Un critico cinematografico, un uomo innamorato dell'Arte, che ha voglia di dire quello che pensa, senza inibizioni. Sono nato nel 1978, in un ameno paese della provincia di Vercelli. Ho iniziato ad appassionarmi di cinema, in particolare di cinema horror, sin dalla giovane età (quando avevo 8/9 anni non mi perdevo una puntata di Zio Tibia, e a 11 anni, appena posseduto il mio primo videoregistratore, andavo in videoteca a noleggiare film tipo Re-Animator e altri splatter-gore di quel genere). Mi sono diplomato in Ragioneria, e poi ho frequentato la facoltà di Lettere a Vercelli. Ho iniziato a occuparmi seriamente di cinema frequentando alcuni corsi all’Università, e studiando molto anche da autodidatta, leggendo manuali e opere di saggistica, guardando centinaia di film, e scrivendo la mia tesi di laurea, intitolata “La rappresentazione filmica del Dracula di Bram Stoker”. Mi sono laureato nel 2002, e nel contempo ho mosso i primi passi nell’attività di critico scrivendo recensioni e articoli vari per l’ora defunto portale Horrorcult. Nel 2004 ho vinto una delle sezioni del concorso nazionale di critica “Giovane e Innocente”, grazie a un articolo intitolato “The Addiction: la tragedia assoluta”. Sempre nel 2004 ho iniziato a collaborare con il sito EffettoNotte di Torino e con il rinomato web magazine Sentieri Selvaggi di Roma (una delle riviste più seguite in Italia), per il quale sono responsabile della rubrica “Horror & SF”. Dopo oltre tre anni collaboro ancora con entrambi i siti, scrivendo recensioni, articoli di approfondimento e reportage dai festival sparsi in giro per l’Italia ai quali partecipo come accreditato stampa. Mi occupo di cinema a 360°, sempre con una particolare specializzazione per l’horror ma spaziando in tutti i generi della Settima Arte e in tutte le epoche. In questi anni sono usciti miei articoli anche sul sito FilmHorror e sulle riviste cartacee Nocturno e Inside. In tutto, dal 2003 ad oggi, ho pubblicato circa 150 articoli. Nel 2006 sono stato membro della giuria in qualità di critico durante il Pesaro Horror Festival, e ho pubblicato, per la casa editrice Falsopiano, il mio primo libro, scritto a quattro mani con l’amico e collega Fabio Tasso. Si intitola “Tokyo Syndrome – Le nuove frontiere dell’horror giapponese”, e abbiamo effettuato conferenze di presentazione del libro a Pesaro (Pesarhorrorfest), Ravenna (Nightmare Film Festival), Torino (Torino Film Festival) e Roma (Cineclub Detour). Posseggo una bella cineteca, di cui mi vanto, di quasi 2000 film. Negli scorsi mesi ho infine scritto, questa volta da solo, il mio secondo libro. Si intitola “I dannati e gli eroi – Il cinema di Guillermo Del Toro”, ed è stato appena pubblicato dalla casa editrice Il Foglio di Gordiano Lupi. Oltre al cinema, ho infinite altre passioni, su tutte: la musica, la letteratura, il tennis, l’erotismo, l’Arte in ogni suo respiro. Per contatti, critiche, opinioni, proposte di collaborazione, potete contattarmi direttamente anche alla mail: alessio.gradogna@hotmail.it


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