JOSHUA

Oggi volevo spendere qualche parola riguardo a Joshua, film diretto da George Ratliff, realizzato nel 2007 e uscito nelle sale italiane a luglio 2008. Una pellicola che si inserisce nel sottogenere horror dei “bambini maledetti“, e non si propone di inventare nulla. Ma almeno scorre con la giusta intensità, sfruttando una confezione elegante, una sceneggiatura tenace, e un finale coraggioso e sorprendente.

Siamo sempre lì. Non è obbligatorio per forza dover fare qualcosa di nuovo. Si può anche cavalcare filoni e sottofiloni già ampiamente sfruttati, pazienza. Certo, l’originalità piace a tutti e purtroppo è sempre più difficile da trovare. Ma ci si può accontentare anche di un qualcosa che sa di “già visto“, purchè sia fatto con brillantezza, intelligenza e solidità, senza limitarsi alla mera riproposizione di temi e soluzioni che oramai conosciamo a memoria. Per fortuna, Joshua riesce nell'intento.

New York, tra parchi (pochi) e grattacieli (tanti). Joshua, rampollo di una famiglia benestante, è un bel bambino di nove anni, ha un viso angelico, è più intelligente rispetto alla sua età, è bravo a scuola, suona il pianoforte con indiscutibile talento, e sembra davvero un Piccolo Lord. Il giorno in cui nasce la sorellina Lily, però, tutto cambia. Il bimbo si ritrova a essere maledettamente geloso delle attenzioni che i genitori ora danno alla neonata e non più a lui, e poco alla volta inizia a progettare la sua tremenda vendetta, riuscendo, passo dopo passo, a distruggere tutti i suoi cari.
La piccola Lily infatti inizia misteriosamente a piangere, giorno e notte, senza sosta: piange, piange, piange. La madre va in completo esaurimento nervoso, non ce la fa più, perde la testa. Il padre cerca di tenere in piedi la baracca, ma dopo un po’ crolla pure lui. In più, ci si mettono anche gli “inquilini del terzo piano“, rumorosi e insostenibili, il cane di casa che muore all’improvviso, e una nonna bigotta e bacchettona che vorrebbe trasformare il nipote in un predicatore cattolico. La famiglia va a rotoli, e Joshua osserva il tutto con sarcasmo e compiacimento. Ma forse, dietro a tutto ciò, si nasconde un altro insospettabile segreto.

Funziona, il film di Ratliff (ex documentarista). Il ritmo è volutamente lento e mellifluo, anche se in realtà i colpi di scena non mancano. L’attenzione spesso esula dal bambino e va a concentrarsi sulla graduale ma inesorabile disintegrazione del un nucleo familiare. Il piccolo protagonista Jacob Kogan ha la faccia “giusta”, e molte volte appare dal nulla neanche fosse uno spettro, ed è inquadrato in penombra, a metà tra luce e buio, a volerne sottolineare la doppia anima. Sam Rockwell (il padre) è un ottimo attore e non lo scopriamo certo oggi. Il soprannaturale è messo da parte a vantaggio del realismo rappresentativo (anche se alcune soluzioni appaiono un po’ forzate). La regia è semplice e giustamente sobria.

C’è ovviamente un che di polanskiano, nella pellicola, con riferimenti che vanno da Rosemary’s Baby a Repulsion, passando per il sopracitato Le Locataire. Non mancano poi chiari rimandi ad altri film dello stesso filone, da Omen in giù, fino ad altre baracconate recenti che non vale neanche la pena ricordare. Ma Joshua prova a seguire la strada maestra lasciando anche qualche traccia nuova e imprevedibile, e senza dubbio ci riesce, soprattutto in un finale disturbante che sconvolge le sensazioni accumulate fino a quel punto, per dare vita a un orrore ben più reale e profondo di quanto avremmo creduto.

By cinemystic // mercoledì, 28 ottobre 2009+12:16
cinema, horror, cinema americano, roman polanski, joshua
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30 GIORNI DI BUIO

Ancora vampiri, tanto per cambiare. Quantomeno, stavolta, con qualche variante.

30 Giorni di buio, diretto da David Slade, uscito nelle sale italiane a inizio 2008, riscuotendo un discreto successo di pubblico. Un film tratto da una graphic novel di Steve Niles e Ben Templesmith, e sceneggiato da Niles insieme a Stuart Bettle e Brian Nelson. Siamo all’estremo nord, nel villaggio di Barrow, in Alaska, dove la neve ricopre la terra e ogni anno vi è una lunga notte artica lunga 30 giorni, in cui il sole non batte mai. Proprio all’inizio del periodo di buio, un manipolo di vampiri arrivati da chissà dove assalta il paese, iniziando a mietere vittime, con l’obiettivo di distruggere tutto quanto per poi spostarsi verso altri villaggi vicini. Un coraggioso sceriffo e la sua compagna cercheranno di sopravvivere e porre fine a questa mattanza.

Per molti versi, vien voglia di criticarlo senza troppe remore, 30 giorni di buio. Slade è esperto in videoclip e si vede, tanto che il suo stile risulta spesso troppo confuso e ridondante. Il ritmo talvolta latita, il preambolo iniziale è tirato per i capelli, la seconda parte è piuttosto prevedibile e scontata, la durata complessiva (110 minuti) è eccessiva, alcuni dialoghi sono inascoltabili, qualche scelta narrativa sfiora il ridicolo (la bambina-vampiro, l’arbitraria scansione temporale), e il belloccio Josh Hartnett nei panni del rude guardiano della legge è ben poco credibile (meglio la sua compagna Melissa George, poco espressiva pure lei ma almeno un po’ più genuina).

Eppure, tutto sommato, il film reca in sè una qualche fascinazione. Sono strani, questi vampiri: hanno i denti marci e gli occhi neri come la morte, alcuni sembrano più che altro elfi, altri vestono con eleganti pastrani ma hanno il viso e i vestiti ricoperti di sangue rappreso, sono intelligenti e forti ma quando mordono la preda per nutrirsi diventano bestie dissennate, e tra loro parlano un linguaggio grezzo e incomprensibile (meno male che ci sono i sottotitoli). In parte fanno paura e in parte fanno sorridere, ma alla fine, perlomeno dal punto di vista figurativo, risultano essere abbastanza inquietanti.

Ormai si sa, il contrasto fotografico tra il bianco candido della neve, il rosso del sangue e il nero dell’orrore crea effetti cromatici suadenti e ipnotizzanti. Ce l’hanno chiaramente mostrato lo splendido Lasciami Entrare e l’irriverente Dead Snow. Qui invece si opta per una fotografia fredda e metallica, che sfuma le contrapposizioni ottiche ma al contempo permette forse, per paradosso, una maggiore empatia con l’ambientazione della pellicola. Peraltro, tranne qualche esterno girato in Nuova Zelanda, i paesaggi sono quasi completamente finti, e la neve è stata ricreata in studio. Alcuni campi lunghi sembrano davvero tavole da fumetto, e si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un prodotto fin troppo artificioso per poter essere davvero convincente. Lo splatter per fortuna non manca, e gli esteti del sangue a profusione hanno momenti in cui divertirsi. Da segnalare la presenza di Danny Huston, ex marito di Virginia Madsen e figlio del grande John.

Insomma, ci sono tante elementi che non vanno, che fanno storcere la bocca. Si ha la sensazione di una bella idea di partenza sfruttata solo in parte. Ma come detto, qualche elemento interessante c’è. Alla fin fine il film ha la sua ragion d’essere, e pur accartocciandosi più volte su se stesso, tenta perlomeno qualche variante rispetto ai consueti topoi vampirici ormai strizzati oltre ogni limite.

Questi non-morti sembrano i fratelli gelidi dei vampiri metropolitani di Blade, senza averne le stesse qualità prettamente cinematografiche. La loro invasione artica, comunque, nel bene e nel male, non ci lascia indifferenti.

By cinemystic // martedì, 27 ottobre 2009+12:00
cinema, vampiri, horror, cinema americano, 30 giorni di buio, lasciami entrare, horror 2008, dead snow
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RANDOM VISIONS

RANDOM VISIONS

Ultimamente non ho molto tempo a disposizione per scrivere su Cinemystic. Me ne scuso. Non sono ancora nemmeno riuscito a vedere i film più interessanti usciti al cinema nelle ultime settimane.

In ogni caso, sono riuscito almeno a godermi qualche visione sparsa, colmando qualche lacuna imperdonabile e recuperando qualche bel film che già ben conoscevo. E dunque, in ordine rigorosamente sparso...

PALOMBELLA ROSSA = In assoluto, il film di Nanni Moretti a cui sono più affezionato, perchè fu la prima sua pellicola che vidi, e mi fece completamente innamorare del suo cinema. Un amore che oggi è più forte che mai. Allo stesso tempo, credo sia il miglior film in assoluto della sua carriera, nonchè un vero e proprio manifesto simbolico di tutte le tematiche e la poetica morettiana. Rivedendolo per l'ennesima volta, l'ho nuovamente trovato stracolmo di idee, delizioso e impareggiabile.

KATYN = L'ignobile massacro compiuto ai danni dei polacchi durante la seconda guerra mondiale, rivisto con gli occhi e la sensibilità cinematografica di Andrzej Wajda. L'avevano proiettato in anteprima un paio di anni fa al Torino Film Festival, me l'ero perso, finalmente l'ho visto. Ne è valsa la pena. Film intelligente, intenso, giusto, e mai retorico.

S.O.S. SUMMER OF SAM = Ovvero, il figlio pazzo e anarchico della carriera di Spike Lee. Due ore e venti di rave party senza respiro, tra sangue rappreso, sesso a volontà, droga come se piovesse, sproloqui a ripetizione, volgarità assortite, tradimenti, papponi, razzismo, povertà, sporcizia, degradazione fisica e morale spinta sino quasi al parossismo. Il fratello sudicio di Trainspotting, mi verrebbe da dire. L'hanno definito un horror, non lo è affatto, ma certo è uno di quei film che si può anche odiare, ma non può certo lasciare indifferenti. Uno Spike Lee incazzato e scatenato, in certi punti perfino troppo, e in piena bulimia artistica. Un John Leguizamo da applausi. Un Adrien Brody iper-punkettaro a dir poco inquietante. Un mondo alla deriva.


IL PORTABORSE
= Questo sì che è un horror, anche se non c'è neanche una goccia di sangue: un horror morale, politico, disperato, in anticipo sui tempi, agghiacciante a rivederlo ancora oggi. Film cupo, nero, nerissimo, in cui si alzano il volo un Nanni Moretti attore in versione luciferina e soffocante, e un Silvio Orlando come sempre strepitoso.


LA CADUTA = Gli ultimi giorni della vita di Hitler, e la definitiva sconfitta delle truppe tedesche, in questo film di Oliver Hirschbiegel, già regista dell'intrigante The Experiment. Contrariamente a quanto la tematica avrebbe forse parzialmente richiesto, è un'opera molto ordinata, lineare, forse troppo. Rimane a metà del guado, non si lascia andare a giudizi e sentenze, langue di guizzi e talvolta di ritmo. Non riesce a fare quel salto di qualità che magari ci si aspetterebbe. Ma quantomeno è ben diretto, e Bruno Ganz nei panni del Fuhrer è un vero spettacolo di classe recitativa.

UN GIORNO PERFETTO = Dici Ozpetek, e puntualmente rischi. Francamente, io non ho ancora capito quanto vale davvero questo regista. I suoi film non riesco mai a disprezzarli, e al contempo non mi convincono mai del tutto. In questo caso, l'italo-turco cambia il suo abituale registro e tenta la strada del noir. L'hanno stroncato tutti. A me, tutto sommato, è piaciuto di più rispetto, ad esempio, al terrificante Saturno Contro. E Mastandrea nei panni del pazzo pluriomicida mi ha convinto. Peccato che in tutti i suoi film Ozpetek non riesca mai a liberarsi di una retorica di fondo che puntualmente galleggia a mezz'aria, e ogni tanto esplode quando ormai è troppo tardi per fermarla.

By cinemystic // venerdì, 23 ottobre 2009+15:40
cinema, sesso, horror, nanni moretti, cinema americano, cinema italiano, cinema tedesco
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THE BURNING PLAIN

Il meccanismo perfetto. L'essenza della solitudine. Il cinema dell'incastro. Il gioco a premi verso la concatenazione di ogni segmento della trama. L'analisi intensa e calorosa di rapporti umani intrisi di rabbia, dolore, dolcezza, peccato e redenzione.

Tutto questo è The Burning Plain, passaggio alla regia di Guillermo Arriaga, già sceneggiatore del fluviale Babel, e anche di 21 Grammi e Le Tre Sepolture. Non ho inserito questo film nella mia top 25 di fine anno perchè l'ho visto solo ora. Colpevolmente. Altrimenti un posto in classifica l'avrebbe trovato, eccome. Forse anche nelle prime dieci posizioni, in virtù della genuina bellezza che si sprigiona da questa affascinante pellicola.

Sylvia, Gina, Mariana, Maria. Donne oltre l'orlo di una crisi di nervi, con visi spezzati dalla vita. Madri snaturate che vorrebbero solo punire se stesse. Figlie abbandonate che sognano la riunione familiare. Legami pericolosi da percorrere sulla fune della paura. Adulterio e trionfo dei sensi. Inganni, vendetta e perdono. Amori giovani e amori non più giovani (e per questo ancora più veri e commoventi). Un'affranta Charlize Theron e una sorprendente e splendida Kim Basinger, che invecchia con dignità (a differenza di altre attrici) e offre un'intepretazione magnifica. Sopra a tutto e a tutti, pianure deserte, campi arsi dal sole cocente, silenzi che valgono più di tante parole, e la voragine infinita della solitudine.


Le sceneggiature di Arriaga sono un complesso cruciverba, in cui è necessario incastonare negli spazi vuoti una lettera alla volta prima di formare intere parole e alfine giungere al compimento del gioco. Molti trovano questo stile freddo, spietato, glaciale, stancante, insensibile. Lo si può capire. Ma non è così. A me peraltro già era piaciuto il tanto bistrattato 21 Grammi... in ogni caso The Burning Plain, nella sua struttura a domino, nei suoi salti vertiginosi tra passato e presente, nel  montaggio parallelo che confonde flashback e flashforward sino all'annullamento di ogni confine temporale, regala invece emozioni concrete e forti, molto più di tante altre pellicole facilmente "lineari".


Questo è cinema del vissuto, cinema umanista, cinema di sentimenti, in cui il dramma talvolta vira nella tragedia ma sa anche omaggiare lo spettatore con piccole speranze da stringere con forza.

Se poi il pur apprezzabile Babel aveva un difetto, questo era da ricercare nell'eccessiva lunghezza, nella sovrabbondanza narrativa, nel suo essere "tanto" e forse "troppo". Questa volta Arriaga corregge il tiro, lavora di sottrazione, abbrevia i tempi, punta tutto sulla concretezza, e prende la strada giusta, senza sbandamenti, dall'inizio alla fine.

Così, tra Portland e il Nuovo Messico, tra la grinta quasi suicida di Charlize Theron e le rughe lacrimanti di Kim Basinger, ricostruiamo le tappe delle diverse vicende destinate inevitabilmente a convergere insieme, componiamo i pezzi con pazienza ma senza fatica, accostiamo le varie tessere del mosaico, e ci lasciamo trascinare nella fluidità del racconto.


Mi piace ricordare, nello specifico, la scena più bella del film: Gina sta per fare sesso con il suo amante, lui tenta di accarezzarle il seno, lei lo allontana e gli rivela che non vuole perchè ha una brutta cicatrice dovuta a un cancro avuto due anni prima. Lui la guarda teneramente, e la bacia lo stesso, proprio lì. Lei trema tutta, in un misto di paura e gioia, e infine si concede con fiducia.

In quel tremore, sta l'essenza di un'opera convincente, giusta, appassionante. Bravo Arriaga. Applausi.

By cinemystic // lunedì, 21 settembre 2009+21:19
cinema, classifiche, emozioni, cinema americano, le tre sepolture, the burning plain
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DRAG ME TO HELL

NEW VISIONS

- DRAG ME TO HELL -


Lo confesso, in questi ultimi anni ho detestato Sam Raimi. Non sono mai riuscito a perdonare il suo "tradimento". Dopo aver deliziato i nostri palati e aver in qualche modo rivoluzionato il mondo dell'horror con la deliziosa trilogia composta da Evil Dead 1 e 2 e Army of Darkness (mettendoci in mezzo anche l'apprezzabile Darkman), il buon (?) Raimi aveva infatti abbandonato le sue origini per, diciamolo pure senza paura come da consuetudine in questo blog, vendersi al vil denaro e alla gloria hollywoodiana. Lo aveva fatto un po' per volta, prima realizzando film lontani dai suoi esordi ma peraltro neanche disprezzabili (Soldi Sporchi, The Gift), e poi sprofondando definitivamente nella pastosa panacea dorata con l'interminabile saga di Spider Man, che a suon di milioni lo aveva innalzato nel gotha dei personaggi più ricchi del cinema americano.

Nel frattempo l'ex enfant prodige dell'horror casereccio e fumettistico aveva cercato di mantenere in qualche modo vivo il suo nome anche nel genere che lo aveva reso regista di culto, dedicandosi a produzioni di pellicole quasi sempre trascurabili o pessime (The Grudge, Boogeyman).

Avevo dunque accolto con tiepido entusiasmo, per non dire con malcelata perplessità, questo attesissimo "ritorno a casa" del figliol prodigo, e la lavorazione di Drag Me To Hell, scritto con il fratello Ivan e basato sulle disavventure della giovane e rampante Christine Brown, donna in carriera colpevole di una decisione sbagliata causata dalla sete di potere, colpita dalla maledizione di una zingara vendicativa, e costretta a lottare contro il demone Lamia, affamato della sua anima.

Devo dire che invece sono stato smentito. In parte.


Ho letto brillantissime recensioni del film quasi ovunque, e francamente, durante l'intera prima ora di visione, non riuscivo a capire la ragione di tutto questo entusiasmo. Drag Me To Hell, infatti, dopo un prologo lineare e affascinanti titoli di testa, si dipanava seguendo pedissequamente le regole di genere, senza inventare alcunchè, e senza nemmeno offrire particolari spunti d'analisi. Svolgimento prevedibile, pochi scossoni, sceneggiatura classica, regia di mestiere,colpi di scena più che prevedibili, e una protagonista, la giovane e bionda Alison Lohman, dotata di straordinaria e genuina bellezza e di due occhioni che sciolgono il cuore, ma un po' carente in quanto a espressività. Sentieri già ampiamente battuti, subplot non proprio entusiasmanti, effetti speciali di Nicotero e Berger basati non tanto sullo splatter (inesistente, a parte la bella sequenza della perdita di sangue dal naso) quanto invece su disgustose esplosioni di macabri umori, la Lohman sballottata di su e di giù come Bruce Campbell ai bei tempi ma senza lo stesso carisma... e la sensazione di trovarsi di fronte a un divertissement sì gradevole ma piuttosto povero di idee e significati.


Per fortuna, invece, l'ultima mezz'ora schiaccia sull'accelleratore e accresce decisamente il valore della pellicola, quasi che a un certo punto Raimi, ricordandosi del regista che fu, si fosse detto: "ok, ora basta scherzare, adesso faccio sul serio". La sequenza della seduta spiritica, nella quale Christine e due medium cercano di chiamare in questo mondo il demone Lamia per scacciarlo definitivamente, è magnifica: una sarabanda di azione e tensione che in pochi minuti trascina lo spettatore in un vortice ipnotico di altissimo livello, accompagnata da musiche circensi stranianti e surreali. Neanche il tempo di rifiatare, e la sequenza successiva, al cimitero, è altrettanto convincente: ottima fotografia che domina il contesto, idee di regia finalmente fantasiose, sporcizia dilagante che ci penetra nel cervello, e una sontuosa inquadratura finale, dal basso, in cui la Lohman magicamente si trasforma davvero nella nuova incarnazione di Ash-Campbell.

La risoluzione della vicenda, infine, è forse quanto di più prevedibile si potesse intuire, ma almeno evita facili moralismi da quattro soldi, e ci permette di giungere ai titoli di coda con un bel sorrisone stampato sul viso.


Opera a due facce, quindi, questo Drag Me To Hell: trascurabile per due terzi, più che convincente nella parte conclusiva. In qualche modo, tra un bagno di soldi spideriano e l'altro, Raimi è alfine tornato all'horror, e in fondo ammetto che fa piacere anche a me, sebbene non gli perdoni il sopracitato "tradimento", e gli preferisca gente che al cinema di genere ha dato l'intera carriera, senza mai vendersi e rinnegare nulla; pensate che io mi stia riferendo, che so, a George Romero, Brian Yuzna e Stuart Gordon? Esatto, è proprio così.

By cinemystic // mercoledì, 16 settembre 2009+11:00
cinema, horror, cinema americano, splatter/gore, rubrica new visions, drag me to hell
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IL MESSAGGERO - THE HAUNTING IN CONNECTICUT

IL MESSAGGERO

(THE HAUNTING IN CONNECTICUT)


Uscito lo scorso week-end nelle sale italiane Il Messaggero (The Haunting in Connecticut), nuovo horror americano diretto da Peter Cornwell.

Siamo in pieno filone “case infestate“, e la trama, basata su una storia realmente accaduta alla famiglia Snedeker negli anni ‘70, è incentrata sulla figura di Sara, una madre distrutta dalla sofferenza del figlio, Matt, malato di cancro, e da un marito inaffidabile e con problemi di alcolismo.

La famiglia si trasferisce in Connecticut, in una vecchia casa situata vicino all’ospedale dove Matt deve ricevere le sue cure. Poco dopo lo stesso Matt inizia a essere perseguitato da terrificanti visioni che gli mostrano orrendi eventi accaduti in quelle stanze in passato. Un po’ alla volta ne sono preda anche gli altri membri della famiglia. Con l’aiuto della cugina e di un prete, Matt cercherà di liberare le anime perdute che ancora risiedono nel cuore pulsante dell’abitazione.

E’ difficile, ormai, trovare nuovi motivi di reale interesse in un sottogenere, la “haunted house“, sviscerato e abusato in tutti i modi possibili e immaginari, da Amityville Horror in poi (anche se in realtà il film principe, in questo contesto, resta lo splendido The Haunting, di Robert Wise, 1963, uno dei migliori horror di ogni tempo).

Risulta infatti palese, alla visione, notare come la pellicola di Cornwell non inventa nulla di nuovo, e spesso e volentieri non riesce a sopperire al pesante fardello di una connotazione narrativa che gli appassionati del genere ormai conoscono a memoria. Il paradosso, alla fin fine, è che le parti migliori del film risiedono nei momenti meno horror e più riflessivi, in cui seguiamo con trasporto la disperazione di una madre che vede il proprio amato figlio avvicinarsi alla morte giorno dopo giorno, le cure che Matt riceve, la progressiva degenerazione del suo organismo. In questo senso, Cornwell regala sequenze intense e toccanti al punto giusto.








 


Dal lato prettamente “inquietudinale”, invece, come sempre in questo tipo di pellicole, gli elementi che si ergono a centri focali della narrazione sono due: la casa in sè, dedalo di segreti e misteri, stanze segrete e spiriti incastonati negli infissi e nelle pareti, e l’uso tecnico del sonoro, che si propone di spaventare lo spettatore attraverso colpi di scena improvvisi e amplificati. Fin troppo, in questo caso. L’avventore, infatti, per un’ora e mezza di film è trafitto in ogni istante da una sequela infinita di assalti visivi e uditivi, tanto che a un certo punto la paura si scioglie di fronte al fastidio per la pletorica ripetizione degli inserti fantasmatici.

La tecnica dell’aggressione frontale alla psiche del pubblico raramente trova frutti degni di nota: non sempre si crea quella magia che porta a capolavori come Ringu o Ju-On (tra l’altro qui nettamente citato, per la concezione degli “spiriti morti in circostanze violente che non trovano pace“). Ebbene, Cornwell non ha l’abilità di Nakata, nè di Shimizu… menchemeno di Robert Wise, e l’affastellamento di situazioni orrorifiche risulta alfine ridondante e stancante.

Inoltre, il sub-plot legato al passato della casa è sviluppato correttamente ma senza sussulti, mentre sono da segnalare altre citazioni ben chiare, da Shining (se ne poteva fare a meno) al primo racconto dei Libri di Sangue di Clive Barker.

The Haunting in Connecticut (consigliata se possibile la fruizione in lingua originale, come sempre) non è comunque un film da disprezzare, grazie ad alcune sequenze azzeccate, e soprattutto a un ottimo cast: brava Virginia Madsen, che 17 anni dopo Candyman dimostra ancora di trovarsi a suo agio con l’horror. Molto bene il giovane protagonista Kyle Gallner. Interessante anche l’interpretazione, forse perfino troppo dimessa, di Elias Koteas in veste talare (in completa antinomìa con l’indimenticabile personaggio morboso e perverso di Crash).

Gli spiriti dei morti, dalle assi logore in una vecchia casa nel Connecticut, reclamano la libertà e la pace. Il film, invece, chiede almeno una visione: nonostante tutto, è forse giusto accontentarlo.

By cinemystic // mercoledì, 26 agosto 2009+11:24
cinema, horror, il messaggero, clive barker, cinema americano, candyman
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L'OCCHIO DEL MALE

E' con discreta curiosità che ieri mi sono posto alla visione di L'occhio del male (Thinner), film del 1996, diretto da Tom Holland e tratto da un romanzo di Stephen King (pubblicato usando lo pseudonimo di Richard Bachman nel 1984).

Fu uno dei primi romanzi in assoluto che lessi di King (negli anni li avrei poi letti tutti), e questo era uno dei pochi film tratti dalle sue storie che ancora mi mancava, avendo una collezione quasi completa anche in questo senso.

La trama è abbastanza semplice: William Halleck è un avvocato di successo, felicemente sposato e con una figlia. Pesa 140 chili, e le diete che fa non servono a un granchè. Un giorno, mentre la moglie gli fa un pompino in macchina (scusate l'immediatezza della terminologia), Halleck investe una zingara, uccidendola. Viene processato, ma essendo amico del giudice e del poliziotto che fa da testimone, è scagionato. Poco dopo un vecchissimo zingaro, padre della donna morta, si avvicina ad Halleck, lo tocca, e gli lancia una terribile maledizione. Da quel momento l'avvocato comincia a perdere inesorabilmente peso, fino quasi a scomparire. Al giudice e al poliziotto, anche loro maledetti, toccano destini anche peggiori. Per salvare la propria vita, e farsi togliere la iattura, Halleck va a caccia dello zingaro, mentre nel frattempo si convince che la moglie lo tradisca...


Tom Holland è un regista onesto e capace. Negli anni ci ha regalato, tra gli altri, l'interessante Ammazzavampiri, il mitico primo capitolo della saga de La bambola assassina, e il divertente I scream, you scream, we scream for ice cream per la serie Masters of Horror.


Infatti, anche qui dimostra di sapere il fatto suo. La trasposizione è piuttosto fedele al romanzo, anche se, come sempre in questi contesti, bisogna lavorare di sottrazione, anche un po' forzatamente. Così la parte dedicata all'inarrestabile perdita di peso di Halleck, che nel romanzo ha un ruolo preponderante, qui viene risolta nei primi 35-40 minuti di trama, per poi dedicarsi alle parti più "avventurose" e spettacolari della vicenda.

Il film è comunque gradevole, ben scritto e ben diretto, quasi mai sopra le righe. Ottima davvero l'interpretazione di Robert John Burke, linguaggio talvolta crudo come si conviene, componente soprannaturale giustamente limitata per dare spazio a temi più pregnanti come la vendetta, la paranoia e il senso di giustizia. Molto buono anche il make up, sia nelle scene maggiormente orrorifiche, sia nel mostrare l'inesorabile dimagrimento di Halleck.

I primi 40 minuti sono ottimi, la seconda parte cala leggermente, ma torna poi a salire con un finale crudele, misogino, per niente consolatorio... molto in stile anni '80, anche se il film è del '96.

Questo è il classico film che esce e passa praticamente inosservato. Così infatti è stato. Ma vale senz'altro la pena di recuperarlo, sia per i fans kinghiani, che non vedranno snaturate le caratteristiche dello scrittore, sia per chiunque voglia gustarsi un horror piacevole, "classico" nell'impostazione, e cattivo al punto giusto.

PS: da non perdersi il cameo dello stesso Stephen King, nella parte di uno svampito farmacista di nome Mr.Bangor (derivato dalla città in cui è nato, cioè appunto Bangor, nel Maine).

By cinemystic // mercoledì, 05 agosto 2009+12:34
cinema, letteratura, horror, stephen king, cinema americano, locchio del male
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CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO (3)

CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO

SETTEMBRE 2008 / LUGLIO 2009 (parte terza)

Eccoci al gran finale. I primi 5, i cinque film che più mi hanno entusiasmato, emozionato, sconvolto, in quest'ultima stagione cinematografica. Posizioni che tengono conto del valore critico delle opere in questione, ma anche delle reazioni emotive che mi hanno provocato... perchè il cinema è, prima di tutto, nel bene e nel male, emozione.



5) LASCIAMI ENTRARE
di Tomas Alfredson
Il miglior film sui vampiri degli ultimi anni. Sofferto e malinconico, dolce e crudele, irresistibilmente affascinante.


4) GRAN TORINO
di Clint Eastwood
Un altro film di rara potenza narrativa, di inarrivabile classe registica, con in più una prova d'attore superba. Clint, nell'immensità.


3) MARTYRS
di Pascal Laugier
Addirittura sul podio, sia per il suo valore tecnico, che giudico molto alto, sia e soprattutto per il totale sconvolgimento emotivo che mi ha provocato, cosa che, a questo livello, non mi capitava da anni.


2) CHANGELING
di Clint Eastwood
Due film in un anno, due ennesimi capolavori. Cinema allo stato puro. Qualità sopraffina. Una manna dal cielo. Ancora e sempre, Clint, nell'immensità.


E infine, eccolo, quello che senza alcun dubbio, è il mio film dell'anno:


1) THE WRESTLER
di Darren Aronofsky
Trascinante, struggente, intenso, ipnotizzante, commovente. La vita che entra nel cinema, il cinema che diventa vita. Un capolavoro straordinario.


By cinemystic // giovedì, 30 luglio 2009+11:11
cinema, classifiche, emozioni, horror, premiazioni, cinema francese, cinema americano, martyrs, the wrestler
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CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO (2)

CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO


SETTEMBRE 2008 / LUGLIO 2009 (top 25, parte seconda)


Seconda parte della classifica di fine anno. Ci avviciniamo alla vetta, e oggi andiamo prepotentemente a salire, con i film che vanno dalla posizione 15 alla posizione numero 6. Anche qui quasi zero blockbuster, e moltissime sorprese, tante "piccole grandi" pellicole a mio giudizio splendide, ma ignorate o comunque non abbastanza considerate dalla distribuzione e dal pubblico.

Io quest'anno ho voluto premiare il più possibile il "cinema d'autore". E dunque...



15) STELLA
di Sylvie Verheyde
Un altro piccolo grande film della superba scuola francese: tenero, intelligente e perfettamente misurato. Registucoli italiani, c'è solo da imparare...


14) PONYO SULLA SCOGLIERA
di Hayao Miyazaki
Non il miglior film del maestro giapponese, ma sempre e comunque a livelli sontuosi


13) APPALOOSA
di Ed Harris
Western epico e pulito, dal sapore antico, genuino, e maledettamente affascinante


12) MILK
di Gus Van Sant
Un film importante e costruito con la giusta mano, per esaltare la mostruosa bravura di Sean Penn


11) WALL-E
di Andrew Stanton
Il miglior film d'animazione degli ultimi anni, tecnicamente superbo

























E ora, entriamo nella Top Ten...


10) LA BANDA BAADER MEINHOF
di Uli Edel
Il cinema tedesco risorge all'improvviso, con un lavoro eletrizzante, appassionante, denso, solidissimo, entusiasmante


9) TWO LOVERS
di James Gray
Una sorpresa ammaliante, un film romantico e misurato, gustoso e riflessivo, con un tocco d'autore da applaudire



8) THE MIST
di Frank Darabont
Una delle migliori trasposizioni kinghiane da anni a questa parte: teso, soffocante, e con un finale da antologia



7) LA CLASSE
di Laurent Cantet
Palma d'Oro a Cannes, un film-documentario di rara intelligenza e di ancor più rara sensibilità


6) IN BRUGES
di Martin McDonagh
In realtà è uscito la scorsa primavera, ma io l'ho visto in ritardo, quindi faccio uno strappo alla regola e lo aggiungo lo stesso. Una sorpresa di assoluto livello, al contempo esilarante e commovente, di grandissima intensità emotiva.


A domani, per la Top 5 ...

By cinemystic // mercoledì, 29 luglio 2009+12:16
cinema, classifiche, emozioni, horror, premiazioni, western, cinema francese, cinema orientale, cinema americano, cinema tedesco, in bruges, cinema animazione, la banda baader meinhof, two lovers
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CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO

CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO


SETTEMBRE 2008 / LUGLIO 2009 (top 25)


Alla fine, come sempre, pure io mi lascio trascinare dal giochino delle classifiche, che alcuni amano, altri detestano. In fondo è solo un modo per celebrare i film che maggiormente ci hanno appassionato ed emozionato negli ultimi mesi, e dunque è un ricordo dei momenti più intensi vissuti grazie al cinema.

Quindi ecco la mia personale classifica dei film più belli usciti nelle sale italiane nell'ultima stagione cinematografica, da settembre a luglio, come si usa fare per convenzione. Qualcuno addirittura ha inserito i primi 70 (vero Alessandra? eh eh), io mi limito ai primi 25, anche perchè secondo me sono gli unici che meritano di entrare in graduatoria.

Anticipo subito che in classifica sono presenti ben 3 film d'animazione, 3 horror, ben 5 film francesi, 2 tedeschi, e zero italiani (non certo per pregiudizio, ma per pura valutazione qualitativa).... e ci sono molte sorprese: quest'anno infatti, ancor più del solito, ho voluto premiare tanti piccoli/medi film d'autore, bellissimi ma ignorati dalla distribuzione e dal grande pubblico, declassando invece molti "grandi" blockbuster spesso iper-pompati e sopravvalutati.

Ragion per cui, ho escluso grandi successi come The Millionaire, Benjamin Button, Revolutionary Road, The Reader, e altri che non troverete in classifica.

Iniziamo dalle posizioni 16-25, e procediamo al contrario, andando gradualmente a salire verso la vetta.


I MIGLIORI FILM DELL'ANNO


25) IL DUBBIO
di John Patrick Shanley
Dramma a tinte forti, ben congeniato, con grandi prove d'attore di Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman

24) UOMINI CHE ODIANO LE DONNE
di Niels Arden Oplev
Giallo-thriller di matrice letteraria, avvincente e originale

23) HOME
di Ursula Maier
Sconvolgente e surreale, con due attori memorabili, Isabelle Huppert e Olivier Gourmet

22) IL MATRIMONIO DI LORNA
di Jean Pierre e Luc Dardenne
Non il film migliore dei fratelli Dardenne, ma sempre di altissimo livello

21) DREAM
di Kim Ki-Duk
In realtà si è visto solo al Torino Film Festival. Il regista coreano ci fa sognare ed emozionare, come sempre. La pura bellezza dell'immagine.


20) STATE OF PLAY
di Kevin Macdonald
Thriller politico-giornalistico appassionante e ben scritto, con il solito grande Russell Crowe

19) VICKY CHRISTINA BARCELONA
di Woody Allen
Uno degli Allen forse meno significativi, eppure a tratti esilarante. Ottimo Bardem, e Penelope Cruz si divora la Johansson

18) L'ONDA
di Dennis Gansel
La Germania risorge, con un film imperfetto ma sorprendente e coraggioso

17) RACCONTO DI NATALE
di Arnaud Desplechin
Tipico film corale che nella sua "medietà" dimostra ancora una volta come il cinema francese sia il migliore del mondo

16) CORALINE E LA PORTA MAGICA
di Henry Selick
Animazione gothic-dark ai massimi livelli d'espressione




























A domani per le prime 15 posizioni...

By cinemystic // martedì, 28 luglio 2009+11:55
cinema, classifiche, emozioni, premiazioni, cinema francese, cinema orientale, cinema americano, cinema tedesco, cinema animazione
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IN BRUGES

Questo è uno di quei film che arrivano, passano in qualche festival per la gioia dei cinefili più appassionati, poi scompaiono, poi finalmente escono nelle sale ma con distribuzione inesistente, fagocitati dai super blockbuster delle Majors che si mangiano il 90% degli incassi e del pubblico, e infine restano confinati nell'oblio, e non se li fila nessuno.

Infatti, In Bruges, debutto nel cinema di lunga durata del regista inglese Martin McDonagh (premio Oscar nel 2006 per il corto Six Shooter), è passato a dir poco in sordina, ha incassato cifre ridicole, l'hanno visto in quattro gatti.

Davvero un peccato, perchè questo è un vero e proprio gioiello, uno dei film più belli in assoluto tra tutti quelli realizzati nel biennio 2008/09.

Due killer irlandesi, dopo un colpo riuscito male, vengono mandati dal proprio capo a Bruges, per nascondersi per qualche giorno in attesa di ulteriori ordini. Uno dei due detesta la città, ed è eroso dal senso di colpa per avere ucciso per sbaglio un bambino innocente. Conoscerà una donna misteriosa che gli ridarà il sorriso, ma l'afflizione che lo accompagna non gli darà pace. L'altro al contrario si innamora del fascino della "Venezia del Nord", si diverte a fare il turista, ma quando riceverà dal suo Boss un terribile ordine da eseguire, combatterà in ogni modo per ribellarsi all'inevitabile.

In Bruges viaggia per 100 minuti accompagnato da un equilibrio di scrittura che ha del miracoloso. Da un lato è un film divertente, pieno di dialoghi in pieno stile da commedia, e di sequenze grottesche, surreali, stranianti. Si resta perplessi al'inizio, ma poi ci si diverte e anche tanto. Dall'altro lato, poco alla volta, riesce anche a essere un lavoro malinconico, struggente, toccante, intriso di pietà e di un umanesimo tutt'altro che retorico.


Siamo dalle parti di Scorsese, con un po' di Woody Allen, ma anche Melville, e perfino il teatro dell'assurdo di Beckett e Camus. Situazioni paradossali, stilettate comiche d'alta scuola, ma anche empatia, partecipazione emotiva, commozione. Smarrimento da lost in translation, fascino fotografico, imbarazzi linguistici, autocitazioni, risate sincere, ma pure riflessioni acute sul senso di colpa, sulla vendetta, sulla dura legge dell'onore, sul destino, sulla dignità dell'essere umano.


La cittadina belga, ben lungi dall'essere mero oggetto da cartolina, diviene parte fondante, viva e pulsante del racconto. Le musiche, che spaziano da semplici melodie di pianoforte al rock fino a partiture operistiche, sono sempre al punto giusto e mai invasive e prepotenti. La regia è asciutta e intelligente. La sceneggiatura strepitosa. Gli attori (Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes, e l'ennesima giovane e seducente scoperta francese Clémence Poésy) sono tutti in stato di grazia. Il finale sfiora sospiri lirici da tragedia greca.

Lo script di McDonagh si è preso la nomination all'Oscar (e meritava di vincerla, la statuetta, altro che Millionaire...), e Farrell si è vinto il Golden Globe. Non a torto, perchè anche se è sempre stato un attore mediocre, qui finalmente ha intavolato una prova davvero convincente.


Il delitto, le remore della coscienza, la poesia del quotidiano, un sorriso di donna, l'inverosimiglianza dell'assurdo, la virilità che si scioglie in un pianto liberatorio, un colpo di dadi che abolisce il caso: eccolo qui, In Bruges, uno di quegli oggetti misteriosi che passano veloci come una nuvola e quasi nessuno se ne accorge. Non fatelo anche voi, e se non l'avete visto, recuperatelo di corsa in Dvd.

Perchè questo è uno di quei film che danno realmente un senso all'amore per il cinema.

By cinemystic // sabato, 04 luglio 2009+12:04
cinema, emozioni, premiazioni, cortometraggi, cinema americano, premi oscar, in bruges, the millionaire, cinema britannico
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BE KIND REWIND

Michel Gondry, francese emigrato negli States, nato a Versailles nel 1963, è ormai già diventato un regista di culto.

Sicuramente è innegabile la sua visionarietà, la voglia di sperimentare con l'arte cinematografica, la fanciullesca dedizione a colorare mondi immaginari creati dal nulla, con il supporto di un'encomiabile fantasia realizzativa. In mezzo a tanti autori clonati e costruiti con lo stampino, il cinema di Gondry è senz'altro fresco e originale. Di questo gli va dato atto senza indugio.

Nel mio libro su Guillermo Del Toro ho definito il regista messicano come "un bambino che gioca con i pennarelli per dare vita al cinema" (mi si perdoni l'autocitazione), e penso che la definizione possa essere pertinente e azzeccata anche per Gondry.

Di fatto, però, a me l'unico film del francese che mi ha davvero entusiasmato è stato lo splendido, meraviglioso e indimenticabile Eternal Sunshine of the Spotless Mind (mi rifiuto di chiamarlo con il criminoso titolo italiano). Anche L'Arte del sogno, idolatrato da quasi tutti, non mi aveva convinto fino in fondo. Forse ancora meno mi ha convinto il recente Be Kind Rewind, che il Morandini ha definito come "il primo film sulla nostalgia per le videocassette".

Io sono uno di quelli che se avesse potuto avrebbe continuato a collezionare vhs per tutta la vita, ma a me Be Kind è sembrato invece soprattutto un atto d'amore per il cinema in senso lato, un'operazione retrò per certi versi simile al Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, o anche a The Majestic di Darabont. E' però il film in sè che mi pare funzioni solo in parte.


La prima mezz'ora, di pura ambientazione narrativa, è abbastanza asfittica, e quando la pellicola entra nel vivo (gli scapestrati Jack Black e Mos Def, dopo aver smagnetizzato tutte le videocassette del negozio di Danny Glover, iniziano a girare scombinati cortometraggi casalinghi nel tentativo di ridare vita ai film perduti, e sorprendentemente ottengono grande successo di pubblico) dopo un po' l'idea centrale del racconto tira la cinghia.


Una gustosa riflessione ludica sul potere del cinema che però ha la coperta troppo corta, e lascia senza riparo parti di sceneggiatura non sufficientemente sviluppate.

Il film, poi, è plasmato ad hoc sulle capacità gigionesche di Jack Black, che può piacere o no, ma almeno in un ruolo come questo sa utilizzare la sua mimica facciale e gestuale per far divertire come si conviene (e di sicuro ci fa una miglior figura qui che nel deludente King Kong di Peter Jackson).


La partecipazione di Mia Farrow è cosa buona e giusta, mentre il cameo di Sigourney Weaver è assolutamente superfluo.

Alcune sequenze demenziali ambientate nel mezzo della realizzazione dei corti sono ben riuscite (quelle di Ghostbusters, ad esempio), altre sono più scontate e tirate per i capelli.

Il finale poi è ovvio, godurioso, sbrodolante e clamorosamente ruffiano. Ma riesce a far luccicare gli occhi, e dunque merita considerazione.

In sostanza, a mio parere, Be Kind è un film da apprezzare per i suoi intenti e la passione cinefila che ne traspare... ma forse anche un'ottima occasione solo parzialmente colta.

By cinemystic // lunedì, 29 giugno 2009+10:20
cinema, cinema francese, cortometraggi, cinema americano, guillermo del toro, be kind rewind
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IL MAESTRO DELLO SPLATTER: BRIAN YUZNA

QUANDO HORROR VUOL DIRE PASSIONE E ONESTA'...

BRIAN YUZNA


Oggi volevo parlarvi di un mio regista di culto, un autore che ho sempre amato senza remore, per la sua onestà intellettuale e per tutto il bene che ha fatto al cinema horror nella sua ormai lunga carriera: Brian Yuzna. Un personaggio molto amato dai fans di genere, ma perennemente sottovalutato (per non dire ignorato) dal grande pubblico. Uno che ha sempre portato avanti la bandiera dello splatter puro e dell’amore per l’horror senza compromessi, senza mai vendersi al Dio Denaro e rinnegare il proprio stile per seguire le mode del momento, come invece purtroppo in tanti hanno fatto (da Craven a Raimi).

 

Il dottor West di Re-Animator

Yuzna nasce nelle Filippine nel 1951, per poi trasfersi negli States. Il suo debutto nel cinema avviene in veste di produttore, come parte integrante di una squadra con cui porterà avanti una collaborazione fedele e continua negli anni (Stuart Gordon, Jeffrey Combs, Dennis Paoli). É il 1985, e parliamo di Re-Animator, uno dei capolavori assoluti della storia del cinema splatter, e uno dei migliori horror degli ultimi 30 anni.

Un film al contempo delirante, surreale, colorato, sarcastico, brutale, impreziosito dalla bellissima soundtrack di Charles Band e dall’intepretazione di un Jeffrey Combs in stato in grazia. La lunga sequenza finale, con la mattanza all’obitorio, è una vera e propria enciclopedia dello splatter più estremo e scioccante. Un film entrato a pieno merito nella Leggenda e nell’Immortalità.

 

Nei due anni successivi, Yuzna partecipa ancora in veste di produttore a due ottimi film diretti sempre dall’amico Stuart Gordon: From Beyond e Dolls. Il primo, tratto da Lovecraft, mette in scena effetti speciali per l’epoca piuttosto innovativi, una buona dose di intrigante erotismo, e alcune scene di sicuro impatto visivo. Il secondo, mai abbastanza considerato, è un gioiellino, un horror old school, per non dire vintage, che riesuma un’archetipica paura inconscia (quella per bambole e marionette) e la mette al servizio di un film semplice, grezzo, ai limiti dell’amatoriale, ma proprio per questo ancora più affascinante e seducente.

 

Nel 1989 Yuzna debutta dietro la macchina da presa, ed entra immediatamente nel Mito, con Society. Una storia che racconta il marciume che si nasconde dietro l’apparenza perbenista della classe borghese americana, e lo fa con un estremismo visivo incredibile. Se la prima parte accusa forse un pochino il peso degli anni che passano, la seconda, con la suzione dei corpi nell’antropofagico baccanale orgiastico, ancora oggi risulta totalmente sconvolgente. Il Mereghetti a tal proposito scrisse “Yuzna si spinge più in là di qualunque regista horror”. Come dargli torto.

In quella lunga e pazzesca sequenza, sulle note surreali di un valzer di Strauss, il regista, con l’aiuto degli straordinari effetti speciali di Screaming Mad George, costruisce una follia visiva senza precedenti, insopportabile per chiunque non abbia uno stomaco di ferro, stordente anche per chi è ben avvezzo al genere. Un qualcosa di ineguagliato, e ineguagliabile.

 

Il baccanale di Society

Dopo un paio di lavori per la televisione, Yuzna nel 1990 dirige Re-Animator 2, il sequel delle avventure dello scienziato pazzo Herbert West. Virando maggiormente sul grottesco, sul cinema-fumetto, su modalità di rappresentazione di stile cartoonistico, e citando palesemente La moglie di Frankenstein di James Whale (1935), Yuzna realizza un altro film bellissimo, al contempo sanguinolento e ironico, scatenato ed entusiasmante.

 

Nel 1993 riecco Yuzna, con Il ritorno dei morti viventi III, terzo capitolo di una stantìa saga zombesca che aveva in precedenza visto due episodi, sufficiente il primo, pessimo il secondo. E nonostante questo riesce a creare un altro capolavoro, ancora una volta violentissimo, zeppo di sangue e viscere, arti mozzati e cadaveri squartati, ma anche impreziosito da trovate di sceneggiatura fresche e convincenti (ad esempio la metamorfosi della protagonista, che diviene una sorta di erotica eroina cyber-punk). Applausi a scena aperta.

 

Nel frattempo il mondo del cinema horror è ai minimi storici. Il dominio dello splatter, che aveva caratterizzato gli anni ’80, si esaurisce e ha la sua (temporanea) pietra tombale con Braindead di Peter Jacskon. I film diventano sempre più cauti, puritani, timidi. Il sangue scompare dai set, i registi iniziano a pensare solo ai soldi, escono numerosi e inguardabili pseudo horror che in realtà di horror non hanno un bel niente, destinati all’usa e getta delle sale e degli homevideo americani, per la gioia di ragazzini celebrolesi, e nessuno ha più il coraggio di rischiare.

 

Bene, in questo panorama deprimente, Yuzna se ne strafrega di tutto e di tutti, e va avanti per la sua strada, continuando a coltivare il suo immaginario splatter. É l’unico autore che non si svende alle mode. Infinito onore a lui per questo.

 

The Dentist

Così nel 1993 realizza un episodio (il migliore) del film a episodi Necronomicon, ovviamente tratto da Lovecraft, sempre con il fedele Jeffrey Combs, e produce il discreto beast-movie Ticks – Larve di Sangue, mentre nel 1996 crea un altro personaggio destinato a rimanere indelebilmente nella mente degli appassionati: il dottor Alan Feinstone, folle protagonista di The Dentist. Un film che riprende tematiche care al regista (la corruzione e il marciume che si annidano nella borghesia statunitense), e che riesce ancora una volta a convincere per il patinato e accecante uso della fotografia, per lo straniante utilizzo della musica classica in totale antinomìa con l’orrore del racconto, per la buona interpretazione di Corbin Bernsen, e per inserti splatter anche in questo caso sconvolgenti. Una simpatica serie di trapanazioni dentali riprese con impressionante realismo, e davvero difficili da sopportare.

 

Da questo momento va detto che l’ispirazione di Yuzna comincia a diventare un po’ altalenante. Nel 1998 dirige Progeny, fanta-horror basato su alieni che s’impossessano del corpo di una donna. Un film a se stante, nella sua filmografia, molto elegante dal punto di vista tecnico, ma forse non abbastanza incisivo nel suo svolgimento, e penalizzato da effetti speciali per una volta discutibili. Nello stesso anno, a grande richiesta, ridà vita al Dottor Feinstone con The Dentist II, meno innovativo del primo ma ancora una volta gustosissimo per l’abilità registica e l’abbondante uso di splatter (alla faccia degli slasher craveniani e compagnia cantante).

 

Una delle creature di Beneath Still Waters

Nel 2000 realizza poi Faust, tratto dall’omonima graphic novel: un film di difficile interpretazione, ottimo per alcuni elementi (l’abbondante uso di heavy metal nella soundtrack, qualche bella idea di regia, e un paio di pazzesche scene splatter merito ancora una volta di Screaming Mad George), molto meno per altri (una sceneggiatura piena di buchi, e un protagonista, Mark Frost, decisamente non all’altezza).

 

Yuzna continua a dividersi tra regie e produzioni, senza mai rinnegare nè una nè l’altra. Nel 2001, ancora una volta in simbiosi con Gordon, produce il bellissimo Dagon, una delle migliori trasposizioni filmiche dell’impossibile universo lovecraftiano. Nel 2002 produce invece il dormiente Darkness, del sopravvalutatissimo Jaume Balaguerò. Nel 2003 dirige il terzo episodio della saga di Herbert West, ovvero Beyond Re-Animator: ancora una volta divertente, cartoonesco, surreale, onesto e sincero nei suoi intenti.

 

Continuando a finanziare film ispanici (Arachnid, Romasanta, The Nun) per la sua casa di produzione che ha nel frattempo fondato, la Filmax, nel 2004 Brian tocca forse l’unico punto veramente basso della sua carriera, con l’indecente Rottweiler, horror futurista basato sulle gesta di un robotico cane assassino... prodotto vuoto, senza idee, e con sviluppi di sceneggiatura francamente imbarazzanti.

Ma i grandi sanno sempre rialzarsi, ed ecco che, nel momento in cui si inizia a pensare che la parabola di Yuzna volga tristemente al termine, il maestro di origine filippina zittisce tutti, e torna alla grande nel 2005 con Beneath Still Waters, visto in anteprima a Ravenna (con lui presente in sala) e poi uscito anche in Dvd in versione italiana: un’opera genuina, che recupera vecchi stilemi cari al regista senza però cadere nella mera citazione. Un lavoro impregnato di idee, horror puro, momenti entusiasmanti e grande voglia di stupire per l’ennesima volta.

 

Brian Yuzna

Ad oggi è l’ultimo film che ha diretto. Pare però che stia lavorando a una nuova trilogia della saga di Re-Animator, e che abbia tanti altri progetti in cantiere. Non vedo l’ora di vederli completati. Ho avuto modo di conoscere Yuzna personalmente, a Ravenna, e mi sono trovato di fronte una persona vera, semplice, disponibile, sorridente, che ama i suoi fans e il suo lavoro, come si nota chiaramente dalla passione che esplode in ogni suo lavoro. Non sarà Kubrick, non sarà Lynch, ma è un grande. Un grandissimo.

 

 

By cinemystic // martedì, 09 giugno 2009+12:14
cinema, societa, dolls, sesso, horror, estremo, cinema americano, cinema spagnolo, splatter/gore, brian yuzna
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FUOCO CAMMINA CON ME

Ho rivisto l'altra sera Fuoco Cammina Con Me, prequel e al contempo spin-off di Twin Peaks, con il quale Lynch mise più o meno la parola fine alla leggendaria saga scaturita dalla morte di Laura Palmer.

Al tempo della sua presentazione a Cannes, il film ricevette dure critiche. Se ne ricorda anche una memorabile stroncatura del Mereghetti sull'omonimo dizionario usa e getta.

Si parlò di inutile masturbazione intellettuale, di manierismo, di una trama totalmente incomprensibile, perfino di una presa in giro nei confronti dello spettatore.

Mi permetto di dissentire in tutto e per tutto. A parte che, se si conosce con un minimo di cognizione l'universo di Lynch, il film non è affatto così celebrale dal punto di vista narrativo. Ma poi, se questo è manierismo, è manierismo sublime, da sfiorare con cura e conservare nello scrigno dei gioielli più pregiati.

Fuoco Cammina Con Me è un viaggio lisergico e ipnotizzante negli oscuri meandri dell'incubo, è un'esperienza mistica che lascia inebetiti, è un'entusiasmante corsa senza freni nel pozzo della notte più nera.

Amore, orrore, lacrime, paura, emozione, follia, perversione, dolore, sesso, tensione, distruzione. Senza remore, senza speranza, senza vie d'uscite.

Come dimostrerà poi anche in Mulholland Drive e in Inland Empire il geniale Lynch non fa film dell'orrore in senso stretto, ma riesce a creare il terrore, quello grezzo e atavico che fa accapponare la pelle, ben più del 99% degli pseudo horror che circolano in questi bassi tempi.


Al contempo, e forse nessun studio critico l'ha mai sottolineato con la dovuta perizia, Fuoco Cammina Con Me è anche opera di estremo e lirico romanticismo, di struggente poesia, di dolore e abbandono. Una tragedia che vede al suo centro una ragazza di cerca d'amore e protezione, che è destinata alla dannazione e alla morte in quanto non abbastanza forte per farcela da sola. Una donna-bambina cresciuta troppo in fretta, vittima di abusi e traumi irrecuperabili, che urla disperata la propria voglia di salvezza senza poterla ottenere.

Laura Palmer è l'emblema di tante ragazze che si perdono e si uccidono nei meandri delle proprie insicurezze, devastate dal potere nefasto di una famiglia sbagliata e dalla sete di egoismo del mondo che le circonda, ed è un piccolo e tenero fiore ineluttabilmente destinato a essere schiacchiato dalla crudeltà del mondo a cui appartiene. Lynch ce lo mostra attraverso sequenze cariche di dolcezza, alla visione delle quali gli occhi divengono lucidi e il cuore si spezza a metà.


Attorno a lei, una gehenna soffocante, e l'Inferno sulla Terra, rappresentato da un demone lussurioso, da una camera rossa in cui perdere ogni coscienza di sè, da un bambino mascherato, da un nano che danza e parla al contrario celando dietro i propri occhi il vero volto di Satana. E se in tutto questo si perde per strada la razionalità degli eventi e delle situazioni, è giusto così, dato che stiamo parlando di un mondo parallelo che viaggia in asincronia rispetto alla consistenza del reale.

Sangue e dolore, voyeurismo e abbandono, atrocità e catene spezzate... altro che manierismo e presa per i fondelli, questo è un capolavoro. Immenso Lynch.

By cinemystic // mercoledì, 03 giugno 2009+13:13
amore, cinema, sesso, horror, erotismo, david lynch, twin peaks, fuoco cammina con me, cinema americano
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L'ULTIMA NOTTE DI LIBERTA'

Pubblico volentieri anche qui un mio breve racconto, che ho scritto un paio di settimane fa.

Un racconto, come l'ho definito, di "amore, passione e dolore"... nonchè di chiara ispirazione cinefila.

Spero vi piaccia.


L’ULTIMA NOTTE DI LIBERTA’

 

Ciao Mélanie,

ti scrivo in questi ultimi momenti di quiete, prima che la Libertà mi venga tolta. Devo andare, sì, manca poco, stanno per arrivare. Inizio a soffocare prim’ancora di vederli.

 

Due anni. Sono tanti. O forse no. Con quello che ho combinato probabilmente ne meritavo anche di più. Sono stato uno stupido. Ho sempre vissuto sul ciglio del rischio, ma stavolta ho fatto un passo troppo in là. Non credo di farcela, non credo proprio. Lo sai, per me la Libertà è tutto. Temo che dopo pochi giorni là, chiuso in quella gabbia senza luce, immerso nella notte eterna, la mia mente pretenderà la sua fine. A quel punto inizierò a sbattere la testa contro le sbarre, usando tutta la forza che ho in corpo. Lascerò che il sangue scorra copioso fino a coprirmi gli occhi, e poi, cieco al dolore, permetterò a Caronte di trainarmi verso il Fiume dei Dannati, affinchè le rane piovano dal cielo e la frusta disegni la mia schiena.

 

Ma tu sei stata qui, stanotte, cara Mélanie, e mi hai regalato l’ultima gioia, l’ultimo squarcio di sole tra la pioggia inclemente. Mi hai chiesto di poterti cambiare nell’altra stanza, perchè ti vergognavi un poco. Poi sei tornata da me, mi sei apparsa così, con quella sottoveste nera, i capelli già scompigliati, le gambe scoperte, i piedi nudi, e per un attimo mi si è fermato il cuore, e forse per la prima volta in vita mia ho ringraziato Dio di esistere.

 

Ti sei avvicinata, mi hai teso la mano, abbiamo ballato dolcemente cullati dalle note di un pianoforte fluttuante sulle onde del mare. E poi ho sentito la tua pelle scaldarsi, ho visto i tuoi occhi diventare fuoco, e ti sei concessa a me nella pienezza dei sensi. Hai permesso che la mia bocca esplorasse ogni fibra del tuo corpo, ti sei lasciata andare senza più alcuna inibizione, e insieme abbiamo scalato le vette del Piacere, sino a giungere all’apice dell’infinito, sino a sfiorare le porte dell’eternità.

 

Stamattina mi sono svegliato Mélanie, e tu già non c’eri più. Ti sei alzata presto, e sei fuggita via subito, lieve come una farfalla timida e silenziosa. Eppure mi guardo intorno, e non vedo nessuna traccia di te. La tua parte del letto non è nemmeno stropicciata. Ma sento il tuo odore addosso, lo sento dappertutto. Non se ne andrà più.

 

Tremo, però. Ho perfino paura di essermi immaginato tutto. Ma no, non è possibile. Sono confuso, Mélanie. Non ho nemmeno il tempo di pensare, di riflettere, perchè stanno per arrivare. Sono vicini, ormai. Mi aggiro nella Tana, avanti e indietro, come impazzito, brancolo nella grotta dell’irrealtà, fumo una sigaretta dopo l’altra, bevo un whisky dopo l’altro. Ormai è finita.



Questa notte, prima che le fiamme del desiderio ci coprissero di un manto umido e vellutato, mi hai parlato dei tuoi timori, delle tue insicurezze, della tua paura del domani. Ma io voglio dirti una cosa, splendida Mélanie: pensa all’oggi, solo all’oggi. Non c’è nessun cazzo di domani. La vita è adesso, in questo minuto, in questo istante. E dunque vola, Mélanie, vola verso la Libertà, lasciati cullare dall’amore, accarezza le foglie dorate della Passione, e non perdere tempo a pensare a quell’isola maledetta che non c’è, e che mai ci sarà.

 

Io di tempo non ne ho più. É finito tutto. Arrivano, i cani rabbiosi. Arrivano, i gemelli dell’Inferno. Devo andare. Avrei tanto voluto averti qui, ma ormai non so nemmeno più se ci sei mai realmente stata. Eppure, sento il tuo odore addosso, e sento echeggiare il sapore dei tuoi gemiti.

 

Basta, l’attesa mi divora da dentro, mi scuoia le viscere, mi trafigge in ogni istante. Ascolto mille pugnali ghiacchiati che scavano beffardi. Vorrei lasciare ancora che le mie dita per un’ultima volta sfiorassero i tuoi seni, vorrei bere il prezioso nettare di una magnolia in fiore, vorrei, vorrei...

 

Sono arrivati. Vado. Abbandono la penna, chiudo le ali, e alzo lo sguardo con fierezza, perchè almeno la dignità non me la strapperanno via.

 

Ma tu, soave tulipano intriso di speranza, esisti sul serio? Sei sogno o realtà? Non lo so più.

 

In ogni caso, nonostante tutto, sei stata Passione e Libertà. E tanto mi basta.

 

Ciao Mélanie,

tuo per sempre.

A.

 

 

(liberamente ispirato al film “La 25a ora” di Spike Lee)

 

© Alessio Gradogna, 2009

By cinemystic // domenica, 17 maggio 2009+23:07
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TRAGUARDI CINEFILI

E alfine giunse...

da oggi, nel mio piccolo, posso celebrare il fatto di possedere una cineteca personale con 2000 TITOLI.

Finalmente, dopo anni di fedele collezionismo, il traguardo è stato raggiunto, e il mio immortale file excel, che aggiorno da sempre con pazienza certosina, inserendo di volta in volta ogni nuovo titolo che arrivo a possedere (con tanto di indicazione di nome, anno, regista, fonte, qualità, lingua) ha toccato la fatidica quota 2000.

Tutto cominciò tanti anni fa, con i primi film registrati dalla televisione (in gran parte horror, ovviamente). Poi si passò alle videoteche, ai primi acquisti, ai folli scambi di vhs con altri appassionati sparsi in giro per la penisola... poi venne il prezioso contributo del satellite e della tecnologia, e infine arrivò il passaggio, per me dolorosissimo e sacrilego, dalla vhs al dvd (tant'è che due terzi dei film ancora li ho in vhs, e mi piange il cuore a sapere che un po' alla volta dovrò per forza trasferirli tutti in digitale).

Un traguardo effimero ma che mi gratifica, anche perchè mi procuro solo quello che davvero mi interessa, per fini culturali e/o professionali e/o di puro collezionismo, mai film a caso "tanto per fare numero".

Qualche dato statistico: il regista più presente nella mia cineteca è per distacco Charlie Chaplin (32 titoli in tutto tra lungometraggi e corti), al secondo posto Clint Eastwood (23 titoli), al terzo Martin Scorsese (21 titoli), e poi la triade Polanski-Lynch-Cronenberg (18 titoli ciascuno). A ciò possiamo poi aggiungere le filmografie complete (o quasi) dei vari Argento, Kubrick, Carpenter, Kieslowski, Moretti, Tsukamoto... eccetera.

Infine, per curiosità, il titolo numero 2000 è stato Horla, con il grande Vincent Price.

Bene, ci risentiamo tra qualche anno al raggiungimento dei 3000!

By cinemystic // giovedì, 14 maggio 2009+11:42
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CULT COLLECTION - CINEMA DI GENERE

CULT COLLECTION

- CINEMA DI GENERE - Parte 1a

In questo periodo mi sto dedicando alla visione (o revisione) di tante pellicole di genere, tanti cult movies del passato, anni '60-'70-'80, soprattutto italiani ma non solo.

Periodo "vintage" insomma, per recuperare film a modo loro importanti, al di là dei gusti personali e dell'effettivo valore estetico-critico delle pellicole in questione, proprio per il fatto che il "cinema di genere" costituisce l'ossatura fondante di ogni periodo storico-artistico e di ogni cinematografia.

Questo discorso diventa preminente se si pensa al cinema italiano, morto o morente oggi ma tanto vivo in quegli anni, quando con pochi soldi e tante idee si faceva cinema genuino, artigianale e onesto, ma vale, anche se in tono minore, un po' per tutti i paesi.

E dunque comincio una carrellata dedicata a vari cult movies giallo / thriller / erotic / horror, che proseguirò anche nei prossimi giorni mano a mano che smaltirò le visioni arretrate.


IL CAMPING DEL TERRORE (1987, di Ruggero Deodato) = Classico horror di derivazione statunitense, nel senso che questo film del buon Deodato è quasi una sorta di spin off di Venerdì 13 (a mio parere uno dei film più sopravvalutati di sempre). Dunque siamo dalle parti dello slasher movie, e tematiche e modalità di svolgimento del racconto riecheggiano (per non dire a tratti copiano) quelle del blockbuster di Sean Cunningham (e infiniti epigoni seguenti).
C'è però da dire che non è un film da buttare, anzi. Deodato dal punto di vista puramente registico non era niente male (Cannibal Holocaust docet), e anche qui mette in mostra una direzione piuttosto viva, ariosa, discretamente frizzante. Niente di nuovo sotto il sole, ma qualche buona idea qui e là, soprattutto nelle sequenze degli omicidi, orchestrate con sufficiente fantasia.
Musiche di Claudio Simonetti, nel cast una giovanissima Nancy Brilli (che fa vedere allegramente le tette) e il grande David Hess, malato e perverso come sempre.

HORLA - DIARIO SEGRETO DI UN PAZZO (1963, di Reginald Le Borg) = Tratto dal magnifico racconto "Le Horla" del grande Guy de Maupassant, una riproposizione piuttosto fedele alla materia letteraria, anche se compressa per ovvi motivi di tempo. Niente di eccezionale, ma almeno un motivo valido per dedicarsi a una visione: il meraviglioso Vincent Price, senza dubbio il miglior attore della storia del cinema horror. La sua recitazione teatrale, sofferta, elegante, imperiosa, è uno spettacolo puro dall'inizio alla fine.

FEMALE VAMPIRE (1973, di Jesus Franco) = Ribattezzato con la solita vomitevole fantasia dai distributori italiani "Un caldo corpo di donna".
Non c'è niente da fare,
adoro il cinema di Jess Franco, anche quando (come in questo caso) siamo veramente oltre il limite del trash. Adoro le sue affascinanti sexy-horror-lesbiche vampire, e il suo stile visionario, poetico, onirico.
Qui, a dire la verità, di horror c'è ben poco: siamo infatti decisamente dalle parti del puro soft-core. La trama è esile per non dire inesistente, e il film è un susseguirsi di interminabili scene di sesso una dopo l'altra, alcune peraltro molto erotiche e sensuali, con momenti che sfiorano l'hard. La bellissima Lina Romay, all'epoca moglie del regista, per tutto il film non fa altro che accoppiarsi con chiunque (anche con lo stipite del letto!), aggirarsi per le diverse sequenze perennemente nuda, e non dice una parola. La recitazione degli altri attori (tra cui lo stesso Franco) è imbarazzante.


Eppure... eppure il buon Jess mette anche qui in mostra il suo personalissimo stile, fatto di momenti sognanti, zoom reiterati, arditi dettagli anatomici, panoramiche che esplorano i corpi delle sue sensuali donne, macchina da presa melliflua e svolazzante, simbolismi, fotografia sempre curata nei dettagli.

La scena iniziale, in cui la Romay cammina al ralenti verso la mdp, circondata da una nebbia sulfurea, con lunghi capelli corvini, un mantello nero sulle spalle, completamente nuda sul davanti, è un po' l'emblema di tutto il suo cinema. Grande Franco, un Mito vero. Visione non per tutti, ovviamente.

Alla prossima puntata...

By cinemystic // mercoledì, 13 maggio 2009+11:54
cinema, horror, erotismo, vincent price, cinema americano, cinema italiano, cinema spagnolo, rubrica cult collection, jesus franco
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CULT COLLECTION - DOLLS

CULT COLLECTION

- DOLLS -


Oggi vi volevo brevemente parlare di Dolls, anno 1987, lavoro low budget della premiata ditta Stuart Gordon (regista) e Brian Yuzna (produttore), gli stessi che due anni prima avevano realizzato quell’assoluto capolavoro del cinema splatter Re-Animator, e che tre anni dopo ne filmeranno l’ottimo seguito (oltre ad altri pregevoli lavori insieme, ad esempio From Beyond).

 


Il sottoscritto ha sempre amato gli horror con protagoniste bambole, giocattoli, pupazzi, marionette assassine, per quel macabro e primitivo fascino che deriva dalla radicale contrapposizione tra il mondo del sorriso e dell’infanzia (di cui appunto le bambole sono un arcaico emblema), e l’orrore filmico che può esplodere sul grande schermo.

 

Un sottogenere, quello delle “bambole assassine”, che soprattutto dagli anni ’80 ha prodotto pellicole di grande successo commerciale (la mitica e omonima saga di Chucky in primis, ancora viva ai giorni nostri e arrivata al quinto episodio), e altre magari un po’ più di nicchia (ad esempio la serie di Puppet Master, addirittura 9 episodi, ma gli ultimi solo per la Tv). Ma possiamo ricordare tra gli altri, ben prima, anche The Devil Doll (di Tod Browning, 1936), per non parlare dell’inquietante sequenza burattinesca in Profondo Rosso (1975).

 

Il film della magnifica coppia Gordon-Yuzna passò un po’ in sordina, ai tempi della sua uscita, sia per il budget ristretto, sia per la sovrapposizione con il film di Tom Holland (il suddetto La Bambola Assassina), che ne soffocò il potenziale.

 


La trama è molto “classica”: un gruppo di persone in viaggio viene colto da un improvviso temporale, e trova rifugio a casa di un’anziana coppia di fabbricanti di bambole. Durante la notte, gli ospiti della magione iniziano ad essere assassinati uno a uno dalle stesse bambole, che assumono vita propria. Si scoprirà poi che queste persone vengono uccise come punizione per l’egoismo e il materialismo che hanno caratterizzato le loro esistenze, e che il loro destino sarà di rimanere per l’eternità in quella casa, a loro volta trasformati in bambole (ma con un’anima ancora umana).

 

A rivederlo ancora oggi, oltre vent’anni dopo, Dolls diverte e convince, per quella sua polverosa aria retrò che esemplifica bene come ai tempi fare horror fosse un’operazione nella maggior parte dei casi genuina e onesta, lontana dalla bieca commercializzazione contemporanea.

 

Dolls è infatti un film grezzo, semplice, ingenuo, con tanti difetti. Ma affascina, emana odore di sincerità culturale, di mistero, di sangue finto ed effetti speciali artigianali, costruiti però con impegno e passione, senza pretese eccessive e senza inutili artifici stilistici.

 


Questo gioiellino, diretto con bravura dal sempre troppo sottovalutato Gordon, si pone come una favola macabra che contiene comunque un messaggio positivo (non sminuire mai il potere della fantasia e dell’Arte), ed è un esempio di come si potesse al contempo offrire un prodotto di buon intrattenimento, provare a spaventare facendo leva sui terrori inconsci di ognuno di noi, e ottenere con i pochi mezzi a disposizione il miglior risultato possibile. Oggi purtroppo avviene spesso il contrario.

 

Nell’epoca dell’horror iper-tecnologico e discotecaro, urlato e brutalizzato, pornografico e in molti casi avvilente, guardare Dolls è come abbandonare per 80 minuti lo smog cittadino per immergersi in un campo silenzioso in mezzo alla campagna. Se ne può sentire il gusto (del sangue?), e si possono finalmente purificare i polmoni corrotti dalla malvagia quotidianità.

 

Un film da (ri)guardare a luci spente, con piacere e tranquillità... e molta nostalgia.

By cinemystic // mercoledì, 22 aprile 2009+11:32
cinema, dolls, horror, cinema americano, stuart gordon, splatter/gore, brian yuzna, rubrica cult collection
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TWO LOVERS

Dopo 3 lavori d’impronta smaccatamente rapportabile al crime/thriller, Little Odessa, The Yards, e il conosciuto I padroni della notte, James Gray cambia totalmente registro, e in Two Lovers, appena uscito nelle sale italiane, si dirige verso il dramma sentimentale, con risultati sorprendenti.

 

Si parla di amore, di un amore spaccato in due. Joaquin Phoenix, sguardo spaesato e sempre un po’ perplesso, ha il cuore diviso a metà, tra la bella e impossibile Gwyneth Paltrow e la più semplice e tenera Vinessa Shaw. Danzando in un ballo confuso e celebrale, saltabecca tra due visi e due corpi, alla ricerca di una felicità forse definitivamente perduta tempo prima.

Da una parte, l’amore assoluto, folle, magico, estremo, “da film”, che mozza il respiro, annulla le parole, lascia volare il sentimento, ubriaca d’indescrivibile e fanciullesca gioia. Dall’altra, l’amore puro, genuino, quotidiano, sicuro, destinato verso un futuro forse meno eccitante e coinvolgente, ma almeno stabile e sereno. L’unico possibile, probabilmente. Perchè le favole raramente diventano realtà, mentre la candida verità può più facilmente trionfare.

Molti di noi possono riconoscersi nella battaglia interiore che Phoenix combatte per tutta la durata della pellicola, e molti di noi potranno anche ritrovarsi nella risoluzione finale abilmente orchestrata dal regista (anche co-sceneggiatore).



Two Lovers si lascia apprezzare perchè porta sullo schermo i nostri turbamenti e desideri. E lo fa con uno stile correttamente calmo, smorzato, riflessivo, fluttuante in una messinscena che viaggia giustamente sottotono. Un film mai urlato, mai eccessivo, mai ridondante, sempre placido nella sua concretezza d’intenti.

L’unico difetto risiede forse in un paio di sequenze un po’ troppo romanzate ma poco credibili (ad esempio il fugace rapporto sessuale tra Phoenix e la Paltrow sulla terrazza), ma è poca cosa. Siamo di fronte a un film bello nella sua semplicità, nel suo profumo da feuilleton, nella sua intensa naturalezza, nell’erotismo pacato che lascia intravedere solo un seno nella notte, nella dolcezza e poesia che trascendono per fortuna qualsiasi facile e asettica spettacolarizzazione fine a se stessa.

Bravo Gray, e bravi gli interpreti (i 3 protagonisti del triangolo amoroso, ma anche una composta e iper-protettiva Isabella Rossellini). Un cinema d’americano, una volta tanto, realizzato con amore, per l’amore, e con un gusto narrativo dal sapore antico.

By cinemystic // giovedì, 16 aprile 2009+00:39
cinema, vita vissuta, cinema americano, two lovers
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CULT COLLECTION - IL MIGLIO VERDE

CULT COLLECTION

IL MIGLIO VERDE


Nove anni fa, a marzo 2000, usciva nelle sale italiane Il Miglio Verde, film di Frank Darabont tratto dal romanzo di Stephen King pubblicato a puntate quattro anni prima.

Ancora oggi, a rivederlo, non si può rimanere indifferenti di fronte alla bellezza, al fascino, ai buoni sentimenti, alla pietà cristiana, alla commozione pura che fuoriescono dalle immagini di questo capolavoro.

Dopo il già sontuoso lavoro compiuto su Le ali della libertà, Darabont conferma di sapere come nessun altro trattare per il cinema la materia narrativa di King (e lo sottolineerà di nuovo con The Mist). In questo caso va con estrema calma, si prende tutto il tempo di cui ha bisogno (180 minuti), e dipana senz’alcune fretta questa storia anti-razzista in cui il “nero grande e grosso”, John Coffey (“come la bevanda, ma scritto in maniera totalmente diversa”), altro non è se non un Angelo di oltre due metri, sceso dal cielo per provare ad estirpare un po’ del Male assoluto che regna nell’imbecille razza umana.

Attorno a lui, alla sua pantagruelica bontà, in un circolo drammaturgico in cui ogni pedina è posta esattamente al punto giusto, ci sono i quattro secondini del Miglio Verde, tutte brave persone che imparano ad aprire il loro cuore e credere nell’impossibile, e un piccolo topolino, Mr. Jingles, che recherà sollievo all’Io narrante Paul Edgecomb per tanto e tanto tempo a venire, fino a desiderare la morte senza ottenerla.



Darabont ha preso in mano uno dei più bei romanzi dell’intera carriera di King, e l’ha trasformato in film lavorando obbligatoriamente di sottrazione, ma tenendo ben saldi tutti i punti fermi della storia. Ha poi avuto il merito di scegliere un cast sontuoso e credibile, al cui cospetto non si vede come si potesse fare di meglio: impegnato e solidissimo Tom Hanks, granitico e bravissimo “Brutal” David Morse (attore che non ha mai avuto il successo che meritava), puntuale Barry Pepper (che si confermerà poi ai massimi livelli ne La 25a ora), perfetto il gigantesco attore-per-caso Michael Clarke Duncan (nominato all’Oscar), ottimamente piazzati tutti i ruoli di contorno (dal folle Sam Rockwell alla “risorta” Patricia Clarkson).



Una messinscena melliflua, candida, dal sapore classico, che ricalca la grande Hollywood degli anni ’30 (a partire dal delizioso inserto-omaggio di inizio film, tratto da Cappello a Cilindro, in cui Ginger Rogers & Fred Astaire ballano “Cheek to Cheek”, poi ripreso quando John guarda estasiato le immagini sul grande schermo prima di morire). Una favola senza tempo in cui trovano spazio crudeltà, sentimenti, vendette, condanne, magia, orrore, sogno, solidarietà, amore, amicizia, virilità, forza e disperazione.

180 minuti pieni di divertimento e lacrime, ironia e vivida commozione. Si costeggia il mondo del fantastico, e soprattutto si ride e si piange, in egual misura. E alla fine si applaude.

Qualcuno potrà giudicarlo tedioso, o anacronistico, o prevedibile. Io, che di film tratti da King ne ho visti a decine, lo trovo, semplicemente, splendido e indimenticabile.

By cinemystic // lunedì, 13 aprile 2009+23:07
cinema, letteratura, emozioni, horror, stephen king, il miglio verde, cinema americano, the mist, rubrica cult collection
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Cinemystic: parole di cinema, parole di Arte, in piena libertà, senza paure e senza censure. Un occhio limpido verso il mondo, le immagini, le note, le passioni.

Chi sono

Utente: cinemystic
Nome: Alessio Gradogna
Un critico cinematografico, un uomo innamorato dell'Arte, che ha voglia di dire quello che pensa, senza inibizioni. Sono nato nel 1978, in un ameno paese della provincia di Vercelli. Ho iniziato ad appassionarmi di cinema, in particolare di cinema horror, sin dalla giovane età (quando avevo 8/9 anni non mi perdevo una puntata di Zio Tibia, e a 11 anni, appena posseduto il mio primo videoregistratore, andavo in videoteca a noleggiare film tipo Re-Animator e altri splatter-gore di quel genere). Mi sono diplomato in Ragioneria, e poi ho frequentato la facoltà di Lettere a Vercelli. Ho iniziato a occuparmi seriamente di cinema frequentando alcuni corsi all’Università, e studiando molto anche da autodidatta, leggendo manuali e opere di saggistica, guardando centinaia di film, e scrivendo la mia tesi di laurea, intitolata “La rappresentazione filmica del Dracula di Bram Stoker”. Mi sono laureato nel 2002, e nel contempo ho mosso i primi passi nell’attività di critico scrivendo recensioni e articoli vari per l’ora defunto portale Horrorcult. Nel 2004 ho vinto una delle sezioni del concorso nazionale di critica “Giovane e Innocente”, grazie a un articolo intitolato “The Addiction: la tragedia assoluta”. Sempre nel 2004 ho iniziato a collaborare con il sito EffettoNotte di Torino e con il rinomato web magazine Sentieri Selvaggi di Roma (una delle riviste più seguite in Italia), per il quale sono responsabile della rubrica “Horror & SF”. Dopo oltre tre anni collaboro ancora con entrambi i siti, scrivendo recensioni, articoli di approfondimento e reportage dai festival sparsi in giro per l’Italia ai quali partecipo come accreditato stampa. Mi occupo di cinema a 360°, sempre con una particolare specializzazione per l’horror ma spaziando in tutti i generi della Settima Arte e in tutte le epoche. In questi anni sono usciti miei articoli anche sul sito FilmHorror e sulle riviste cartacee Nocturno e Inside. In tutto, dal 2003 ad oggi, ho pubblicato circa 150 articoli. Nel 2006 sono stato membro della giuria in qualità di critico durante il Pesaro Horror Festival, e ho pubblicato, per la casa editrice Falsopiano, il mio primo libro, scritto a quattro mani con l’amico e collega Fabio Tasso. Si intitola “Tokyo Syndrome – Le nuove frontiere dell’horror giapponese”, e abbiamo effettuato conferenze di presentazione del libro a Pesaro (Pesarhorrorfest), Ravenna (Nightmare Film Festival), Torino (Torino Film Festival) e Roma (Cineclub Detour). Posseggo una bella cineteca, di cui mi vanto, di quasi 2000 film. Negli scorsi mesi ho infine scritto, questa volta da solo, il mio secondo libro. Si intitola “I dannati e gli eroi – Il cinema di Guillermo Del Toro”, ed è stato appena pubblicato dalla casa editrice Il Foglio di Gordiano Lupi. Oltre al cinema, ho infinite altre passioni, su tutte: la musica, la letteratura, il tennis, l’erotismo, l’Arte in ogni suo respiro. Per contatti, critiche, opinioni, proposte di collaborazione, potete contattarmi direttamente anche alla mail: alessio.gradogna@hotmail.it


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