IL MESSAGGERO - THE HAUNTING IN CONNECTICUT
(THE HAUNTING IN CONNECTICUT)
Siamo in pieno filone “case infestate“, e la trama, basata su una storia realmente accaduta alla famiglia Snedeker negli anni ‘70, è incentrata sulla figura di Sara, una madre distrutta dalla sofferenza del figlio, Matt, malato di cancro, e da un marito inaffidabile e con problemi di alcolismo.
La famiglia si trasferisce in Connecticut, in una vecchia casa situata vicino all’ospedale dove Matt deve ricevere le sue cure. Poco dopo lo stesso Matt inizia a essere perseguitato da terrificanti visioni che gli mostrano orrendi eventi accaduti in quelle stanze in passato. Un po’ alla volta ne sono preda anche gli altri membri della famiglia. Con l’aiuto della cugina e di un prete, Matt cercherà di liberare le anime perdute che ancora risiedono nel cuore pulsante dell’abitazione.
E’ difficile, ormai, trovare nuovi motivi di reale interesse in un sottogenere, la “haunted house“, sviscerato e abusato in tutti i modi possibili e immaginari, da Amityville Horror in poi (anche se in realtà il film principe, in questo contesto, resta lo splendido The Haunting, di Robert Wise, 1963, uno dei migliori horror di ogni tempo).
Risulta infatti palese, alla visione, notare come la pellicola di Cornwell non inventa nulla di nuovo, e spesso e volentieri non riesce a sopperire al pesante fardello di una connotazione narrativa che gli appassionati del genere ormai conoscono a memoria. Il paradosso, alla fin fine, è che le parti migliori del film risiedono nei momenti meno horror e più riflessivi, in cui seguiamo con trasporto la disperazione di una madre che vede il proprio amato figlio avvicinarsi alla morte giorno dopo giorno, le cure che Matt riceve, la progressiva degenerazione del suo organismo. In questo senso, Cornwell regala sequenze intense e toccanti al punto giusto.


Dal lato prettamente “inquietudinale”, invece, come sempre in questo tipo di pellicole, gli elementi che si ergono a centri focali della narrazione sono due: la casa in sè, dedalo di segreti e misteri, stanze segrete e spiriti incastonati negli infissi e nelle pareti, e l’uso tecnico del sonoro, che si propone di spaventare lo spettatore attraverso colpi di scena improvvisi e amplificati. Fin troppo, in questo caso. L’avventore, infatti, per un’ora e mezza di film è trafitto in ogni istante da una sequela infinita di assalti visivi e uditivi, tanto che a un certo punto la paura si scioglie di fronte al fastidio per la pletorica ripetizione degli inserti fantasmatici.
La tecnica dell’aggressione frontale alla psiche del pubblico raramente trova frutti degni di nota: non sempre si crea quella magia che porta a capolavori come Ringu o Ju-On (tra l’altro qui nettamente citato, per la concezione degli “spiriti morti in circostanze violente che non trovano pace“). Ebbene, Cornwell non ha l’abilità di Nakata, nè di Shimizu… menchemeno di Robert Wise, e l’affastellamento di situazioni orrorifiche risulta alfine ridondante e stancante.
Inoltre, il sub-plot legato al passato della casa è sviluppato correttamente ma senza sussulti, mentre sono da segnalare altre citazioni ben chiare, da Shining (se ne poteva fare a meno) al primo racconto dei Libri di Sangue di Clive Barker.
The Haunting in Connecticut (consigliata se possibile la fruizione in lingua originale, come sempre) non è comunque un film da disprezzare, grazie ad alcune sequenze azzeccate, e soprattutto a un ottimo cast: brava Virginia Madsen, che 17 anni dopo Candyman dimostra ancora di trovarsi a suo agio con l’horror. Molto bene il giovane protagonista Kyle Gallner. Interessante anche l’interpretazione, forse perfino troppo dimessa, di Elias Koteas in veste talare (in completa antinomìa con l’indimenticabile personaggio morboso e perverso di Crash).
Gli spiriti dei morti, dalle assi logore in una vecchia casa nel Connecticut, reclamano la libertà e la pace. Il film, invece, chiede almeno una visione: nonostante tutto, è forse giusto accontentarlo.
By cinemystic // mercoledì, 26 agosto 2009+11:24
cinema, horror, il messaggero, clive barker, cinema americano, candyman
commenti (2)
permalink
RUBRICA CULT COLLECTION
- CANDYMAN -
“Se ti metti davanti a uno specchio, e pronunci 5 volte il suo nome, Lui apparirà alle tue spalle, e con l’uncino che ha al posto della mano ti squarterà dall’inguine alla gola”.
É sempre un piacere rivedere un piccolo classico come Candyman, datato 1992, diretto da Bernard Rose, e tratto dal racconto The Forbidden dell’esimio e mai abbastanza lodato Clive Barker. Si è parlato molto di questo film, del mostro nero con l’uncino, a volte lodando e a volte criticando. La verità, come spesso capita, sta nel mezzo.
Candyman venne realizzato in un momento in cui il cinema horror era profondamente in crisi, a caccia di idee e d’ispirazione. Gli eroi degli anni ’80, da Freddy Krueger a Michael Myers a Pinhead passando per Jason Woorhees, accusavano notevoli segnali di stanchezza, già sepolti sotto cumuli di sequel inutili, ripetitivi e realizzati con il solo scopo di guadagnare soldi facili sfruttando i Miti tanto amati dal pubblico. Questo voleva essere Candyman, nella mente dei produttori (tra cui lo stesso Barker): la nuova icona capace di traghettare l'horror verso la fine del millennio. Obiettivo non riuscito, a dir la verità, perchè colui che “ti appare se pronunci 5 volte il suo nome” riscosse un discreto successo senza però riuscire a sfondare il muro dell’immaginario collettivo. Tant’è che diede sì inizio a una saga, la quale però si fermò dopo due soli altri (mediocri) episodi.

In ogni caso, tornando alla pura analisi critica del film, una re-visione odierna di Candyman risulta tutto sommato gustosa. Pellicola a sfondo razziale, che propone un netto contrasto tra classi sociali, mettendo le persone colored al centro focale del racconto, e si propone come l’altra faccia del mondo di Nightmare: là, la società borghese, pulita e ricca, racchiusa nella sua linda opacità e in rapporti perbenisti e fasulli; qui, la plebe, il sottobosco, la periferia urbana sporca e ghettizzata, violenta e volgare, ma portatrice di sentimenti profondi e di un’unità tribale impossibile da estirpare.
Per amore l'uomo nero morì, ucciso dall’ignoranza dei bianchi e dalle punture di migliaia di api. Per vendetta è ritornato, e di nuovo per macabro amore cerca di portare con sè nel regno degli Inferi la bella e algida Virginia Madsen, che nella prima parte appare fin troppo fredda e misurata, ma nella seconda interpreta bene la sua follia dilagante.
Non ci riuscirà, lei fuggirà all’ultimo istante salvando dal fuoco un neonato, per poi perire tra le ustioni, e l’intera tribù del ghetto apparirà in processione al suo funerale per porgerle il giusto ringraziamento.

Pare che Rose (autore anche dello script) non abbia il coraggio di rischiare fino in fondo. Ma poi si rifà in un finale prevedibilissimo eppure piacevole. Proprio come l’intera pellicola, che pur senza toccare alte vette trasuda semplicità, ingenuità, un sano gusto per un terrore primario ancora di matrice decisamente rapportabile al decennio precedente, e un’unità d’intenti non disprezzabile. Muovendosi tra Leggenda, realtà e fantasia, e lesinando (fin troppo) lo splatter, Candyman, ad oggi, si guarda con un candido sorriso, quale simbolo di un cinema dell’orrore derivativo eppure sincero nelle sue componenti ataviche, e lontano dalla bieca alienazione contemporanea.
Nel 1993 vinse il premio del pubblico al prestigioso festival di Avoriaz, e l'attore Tony Todd, come tanti altri prima di lui, da quel momento non si è mai tolto di dosso il fardello di questo ingombrante ruolo.
By cinemystic // martedì, 17 febbraio 2009+18:25
cinema, horror, clive barker, cinema americano, candyman, splatter/gore, rubrica cult collection
commenti (9)
permalink