CINE-BOUTADE
(ovvero, deliri disorganizzati in una notte insonne...)
La scorsa notte si è svolto, al Teatro dei Sogni in Mulholland Drive, un simposio dedicato alla ricerca del vero senso dell’orrore.
Presenti al convegno: Mickey Rourke, Vincent Price, M. Night Shyamalan, il nano della camera rossa di Twin Peaks, l’uomo-torso di Freaks, Nicole Kidman, Sheri Moon Zombie, Pinhead, la Contessa Bathory, il cane Cujo, la Pantera di Jacques Tourneur, e il gatto nero di Edgar Allan Poe. Assistente del sottoscritto, ovviamente, il gremlin Gizmo.

Il primo a prendere la parola è stato Rourke, che salendo sul palco ha indossato la tutina di Randy “The Ram” Robinson, per poi raccontare la vera storia della sua vita. Copiose lacrime hanno rigato il volto di tutti gli astanti.
É stata poi la volta di Vincent Price, che vestendo la maschera della morte rossa ha dichiarato di sentirsi come l’ultimo uomo sulla terra, e ha compiuto un brillante gioco di prestidigitazione con le carte (da lui chiamato esperimento del dottor K), per poi lanciarsi in un’analisi semiotica dedicata allo smalto più adatto per le unghie di Edward Mani di Forbice, e infine svaccare mettendosi a declamare golose ricette di cucina.
Successivamente, è stato il turno di Pinhead, il quale si è lamentato per il caldo fottuto che fa ogni giorno là sotto, dove vive lui, e ha proseguito con un sermone in favore dei diritti civili dei poveri Supplizianti, costretti a lavorare con una paga da fame, trucco soffocante, contratti a tempo determinato, e nessun rimborso per ferie e malattia.
A un certo punto è suonato il campanello. Ho aperto, c’erano sulla porta Luca Argentero e Violante Placido. Hanno chiesto di essere ammessi alla combriccola. Sono stati immediatamente sbranati da Cujo e dalla Pantera. Il gatto di Poe si è limitato a osservarli, con educato sdegno, leccandosi le zampine.
É poi salito sul palco l’Uomo-Torso, e ha confessato che il suo amico Hans e gentil consorte negli ultimi 80 anni hanno messo al mondo 12 figli, chiamati Fragolo, Cummolo, Dattolo, Panfilo, Sordolo, Cingolo, Pargolo, Stritolo, Orcolo, Ubaldo (!), Grumolo e Bombolo.
Dopo qualche secondo di silenzio cosmico, ha guardato negli occhi Nicole Kidman, e ha iniziato a cantare: “ti accettiamo, ti accettiamo, sei una di noi, una di noi !!”.
La Kidman si è messa a urlare disperatamente, le si è strappata la pelle, le è caduta l’impalcatura botulinica, e si è disvelato il suo vero viso... molto simile a quello di Darkman subito dopo l’esplosione del laboratorio.

Nel dipanarsi delle ore notturne, tra salatini e patatine, Bacardi e Mojiti, è toccato a Shyamalan prendere la parola. Il regista indiano ha rivelato che la M. del suo nome sta per “Mummione”, dopodichè ha confessato “fino a ieri credevo di essere Kubrick, ma oggi ho finalmente capito che negli ultimi anni ho fatto solo film osceni”.
A quel punto, si è suicidato. Cujo e la Pantera hanno fatto velocemente sparire i resti del cadavere, divorandoli. Il gatto di Poe si è limitato a osservare, con raffinata compostezza, leccandosi la coda.
La Contessa Bathory, palesemente annoiata dalla situazione, si è scusata con i commensali, ha finto un terribile mal di testa, ed è andata a fare il “bagno”.
Sheri Moon Zombie, vestita solo di una striminzita lingerie di colore nero/viola, si è avvicinata al sottoscritto, e dimenando il sedere mi ha sussurrato nell’orecchio “Chinese, Japanese, dirty knees, look at this”. A quel punto non ci ho capito più niente, e dopo aver messo al sicuro Gizmo ho condotto la donzella in una stanza appartata, per poi compiere una dettagliata esplorazione del suo corpo. A fini unicamente scientifici, s’intende.

Il cane Cujo è andato via in leggero anticipo. Aveva appuntamento per un’altra riunione, riguardante la teologia, a cui avrebbero partecipato anche il Rottweiler di Yuzna e il Piccolo Aiutante di Babbo Natale di casa Simpson. Il gatto di Poe ha salutato Cujo con un eloquente “miao”.
Come ultimo oratore della serata, si è infine presentato sul palco il nano di Twin Peaks, ed è andato avanti per venti minuti a parlare scandendo le parole al contrario. Nessuno ci ha capito un cazzo. Quando finalmente si è accorto del disguido, il nano ha improvvisato alcuni melliflui passi di danza, strappando applausi scroscianti.
In completa allegria, quando ormai le prime luci dell’alba facevano capolino su Mulholland Drive, io e Gizmo abbiamo salutato tutti, dando appuntamento al prossimo simposio.
By cinemystic // giovedì, 19 marzo 2009+22:56
cinema, vita vissuta, letteratura, animali, horror, erotismo, parodie, cinema americano, cinema italiano, splatter/gore, the devils rejects, cinema australiano, the wrestler, cinema britannico, cine-boutade
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CRONACA DAL TORINO FILM FESTIVAL parte III
Ed eccoci, all'ultimo resoconto direttamente dal Torino Film Festival.
VENERDI 28 = Giornata di visioni variegate. Parto alle 10 del mattino e mi dirigo a rivedermi il bellissimo La Morte e la Fanciulla di Polanski. Grande film, che conosco già a menadito ma non mi stanco mai di riguardare. Rigoroso esempio di “cinema da camera”, non a caso tratto da una pièce teatrale, scritto alla perfezione, con un magnifico ensemble di attori tra cui svetta l’inappuntabile Sigourney Weaver. Un film da imparare a memoria.
Mi volto poi verso le terre di Francia, per vedere due film transalpini uno di fila all’altro. Inizio con Donne-Moi la Main, in concorso, che peraltro non mi convince granchè. Storia di due fratelli gemelli che intraprendono un’avventura on the road per arrivare in Spagna e assistere al funerale della madre, sono prima legati in una simbiosi inattaccabile, poi via via sempre più distanti. Il film pare fermarsi alla superficie, non scende abbastanza in profondità, e solo a tratti riesce a gestire con la corretta forza visiva la materia narrata. E’ poi il turno di Mateo Falcone, fuori concorso, film onirico e rarefatto, quasi totalmente privo di dialoghi, in cui il potere ammaliante del paesaggio e il sonoro in presa diretta della Natura dominano la scena. Interessante e coraggioso, forse eccessivo nella propria non-narrazione.
Per chiudere vado a scoprire Maledetti Vi Amerò, film d’esordio di Marco Tullio Giordana, anno 1980. Storia di un compagno comunista, attivista politico, che fugge dall’Italia per 5 anni e quando torna trova un paese irriconoscibile, profondamente cambiato dall’assassinio di Aldo Moro. Divertente a tratti, toccante in altri, altamente disilluso, il film è grezzo e slegato, e sconta i difetti di un esordio. Ricorda un po’ lo stile del poco antecedente Ecce Bombo di Moretti, e dipinge comunque con efficacia un ritratto ruvido di un paese alla deriva (già allora), riuscendo ancora oggi a provocare sdegno, acute riflessioni e poco incoraggianti conclusioni. Caustica e gustosa anche la conferenza post-film, che vede Giordana e Moretti dibattere su quei tempi bui della storia italiana, e sulle difficoltà di fare cinema in un’epoca dagli estremi contrasti ideologici.
SABATO 29 = Mi tengo per l’ultimo giorno di festival alcune delle visioni più interessanti. Con un sovrumano sforzo di volontà riesco a essere in sala alle 9 del mattino (!!!) per vedere The Edge of Love, di John Maybury, semi-biopic del poeta Dylan Thomas, ambientato in Galles negli anni ’40, in mezzo alla seconda guerra mondiale. Tra un bombardamento e l’altro, con intermezzi in cui Thomas declama i propri versi, si dipana la storia delle due donne fondamentali nella vita del poeta, la moglie e l’amante, interpretate da Sienna Miller e Keira Knightley. La ricostruzione storica è puntuale, alcune scene riescono a essere struggenti, il ritmo pare quasi da musical, ma il film non convince fino in fondo. Eccessivamente prolisso in taluni punti, e un po’ troppo melensamente hollywoodiano anche in momenti in cui non doveva esserlo. Sta di fatto, comunque, che in un’epoca di presunte giovani starlette montate (in tutti i sensi) e incapaci, Sienna Miller e Keira Knightley sono due accecanti raggi di sole nel grigiore generale. Belle, brave, intense, empatiche, all'occorrenza tenere o sensuali, in The Edge of Love sono entrambe letteralmente splendide, e valgono decisamente da sole la visione della pellicola.
Segue poi uno dei titoli da me più attesi, il film svedese di vampiri Lat Den Ratte Komma In, di Thomas Alfredson, che uscirà anche nelle sale a gennaio con il titolo Lasciami Entrare. Ambientato nella neve e nei plumbei cieli di Svezia, narra la storia di due bambini dodicenni, lei ammazza gli abitanti del villaggio per nutrirsi di sangue, e lui, bambino “normale” fragile e vessato dai coetanei, si innamora di lei inconsapevole della loro profonda diversità. Il film è molto meno commerciale di quanto si potesse credere. Elegante, raffinato, riflessivo, con tempi volutamente lenti, è un mosaico affascinante, triste, melanconico, sofferente, che recupera alcune tradizioni iconografiche del mito del vampiro (può entrare in una stanza solo se gli si concede il permesso) e alcuni topoi cinematografici di sicuro impatto (la tematica herzoghiana del vampiro maledetto dal destino, che fa quello che fa perchè vi è costretto dalla straziante fame, non certo per voluttà o sogno di potere). Purtroppo Alfredson scivola in un finale non necessario ed eccessivamente “speranzoso”, ma resta da applaudire un film bello, secolare, odorante nostalgia di polvere accumulata nel tempo, un film che per fortuna rifugge dalla bieca spettacolarizzazione post-moderna del Mito. Andatelo a vedere quando uscirà!
E’ quasi ora di salutare il festival. Resta il tempo per gli ultimi due film. Wendy & Lucy, fuori concorso, è la triste storia di una ragazza che senza soldi s’imbarca con il proprio cane in un’avventura on the road, e si trova a scontrarsi con una realtà dura e inclemente, che la porterà prima a perdere il suo fedele Amico, e poi a doverlo ritrovare ma di nuovo lasciare, per l’impossibilità di poterlo nutrire. 
Infine, Die Welle, film tedesco in concorso. In una scuola, un docente vuole insegnare ai suoi alunni il significato dell’autarchia, e improvvisa per gioco una dittatura costruendo una finta organizzazione neo-nazista. Ma i suoi alunni iniziano ad identificarsi sempre più in questo intrigante divertissement, fino a immergersi anima e corpo nel ruolo e a perdere totalmente il controllo della situazione. Pare quasi per alcuni versi un Battle Royale all’Occidentale, e rimane in costante rischio di sprofondare nella più insopportabile retorica. Ma alla fin fine il film di Dennis Gansel sta in piedi, resiste, azzecca alcune sequenze molto intense, risulta appassionante, e inquieta davvero per la proiezione nella realtà di ciò che ci viene mostrato. L’ultima inquadratura poi (simile a quella de Il Caimano), provoca un secco brivido lungo la schiena.
Ho finito. Mi dirigo già un po’ triste verso l’uscita, e neanche a farlo apposta apro una porta e mi trovo faccia a faccia con Nanni Moretti. Saluto Torino con 25 film collezionati in 7 giorni, più incontri vari con i registi. Bilancio bello e positivo. La mia Palma per le miglior visioni del festival (parlando di film nuovi, escludendo quindi i grandi classici di Polanski e Melville) alla fine va a tre titoli: Dream, di Kim Ki-Duk, Queimar Las Naves di Francisco Franco, e proprio Let The Ratte Komma In. Ovvero Corea, Messico, e Svezia: il giro del mondo in 7 giorni. Uno dei tanti motivi che costruiscono la bellezza estatica di un festival di cinema. All’anno prossimo.
By cinemystic // lunedì, 01 dicembre 2008+18:35
cultura, cinema, vita vissuta, animali, classifiche, emozioni, horror, premiazioni, cinema francese, cinema orientale, torino film festival, cinema americano, roman polanski, cinema italiano, cinema tedesco, cinema spagnolo
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NEW VISIONS - ROGUE di Greg Mc Lean
RUBRICA NEW VISIONS VOL. II
- ROGUE -
Seconda puntata della rubrica New Visions, dedicata alle recensioni in anteprima di film ancora inediti in Italia. Premessa: da tanto tempo porto avanti un’amichevole e infinita diatriba con i miei amici-colleghi critici riguardo al valore di Wolf Creek, l’horror del 2004 dell’australiano Greg Mc Lean. Chi lo giudica un film discreto, buono, ma non di più. Chi lo vede come un film trascurabile, e neanche particolarmente riuscito. E chi, come me, lo giudica un capolavoro. Personalmente Wolf Creek, sin dalla prima visione avuta tre anni fa durante il Ravenna Nightmare Film Festival, mi ha letteralmente stregato, mi ha eletrizzato, è divenuto un mio cult assoluto. Un film di meravigliosa crudeltà e ferocia, dall’insostenibile atmosfera soffocante, magistralmente tagliato in due tra una prima parte di ottimale ambientazione e una seconda di esiziale incubo senza speranza. Uno degli horror più belli ed entusiasmanti degli ultimi 15 anni.
Proprio per questo motivo aspettavo con grande ansia e curiosità Rogue, il nuovo lavoro di Greg Mc Lean, uscito già da qualche mese sui mercati esteri e tanto per cambiare ancora inedito qui (ma reperibile nelle consuete modalità). E devo dire che l’attesa non è stata vana. Siamo ancora nella selvaggia e incontaminata Australia, "Into the Wild", sulle rive di un fiume in mezzo alla foresta, in cui troneggiano animali di ogni specie, tra cui enormi coccodrilli, veri e propri padroni delle acque. Un gruppo di turisti, guidati da un giornalista americano giunto in Australia per scrivere un articolo di viaggio dedicato alle bellezze locali, compie una gita a bordo di un battello, per immergersi nella primitiva atmosfera del luogo. Accade però che l’imbarcazione finisce in panne, i soccorsi tardano ad arrivare, e gli sventurati si trovano a lottare per la sopravvivenza contro un mastodontico coccodrillo profondamente incazzato per essere stato disturbato nel suo territorio. 
La struttura di base, e la tecnica di realizzazione con cui Mc Lean imposta Rogue, ricordano piuttosto da vicino Wolf Creek. Una prima parte rilassata e cauta che affonda poi (questa volta gradualmente) nei meandri del dramma. Una tesa coreografia fatta di lunghi silenzi, attese smorzate, tensione palpabile, scatti sospesi. Il ruolo fondamentale del campo visivo in cui si muovono gli attori, attraverso il quale la Natura diviene puro soggetto filmico. Ci sono tante inquadrature fisse in cui Mc Lean sembra a tratti realizzare un documentario del National Geographic, nei dettagli prolungati di gufi, ragni, insetti, cavallette e salamandre che sembrano guardarci in faccia per reclamare il ruolo sacrale del proprio habitat, e il desiderio di essere lasciati in pace dalle nefandezze dell’essere umano.
Come in Wolf Creek la selvaggia Australia è la vera protagonista del racconto, e il coccodrillo che inizia a divorare i malcapitati turisti altro non è se non un simbolo totemico che incunea le proprie radici nelle leggende primitive, e nei Miti religiosi di una foresta ancora saldamente legata alle primigenie significazioni di un’essenza antica.
Siamo dalle parti del beast movie, sicuramente. C’è qualche vago riferimento a Lo Squalo, a Piranha, a L’Orca assassina, a Lake Placid, ma qui la componente scenografica e ambientale come detto diviene il fulcro dello script. Mc Lean si muove a metà tra l’horror e il racconto d’avventura, sviluppa la caccia all’uomo senza fretta, prendendosi i tempi giusti, lesinando il sangue, e azzecca una lunghissima e claustrofobica sequenza ambientata in una caverna dove si nasconde l’antro segreto del presunto mostro, che poi mostro non è, ma solo un animale che rivendica una pace a lui dovuta.
Forse il regista non osa abbastanza nel finale (colpa dei produttori Weinstein? Non ci sarebbe da stupirsi...), e senz’altro non raggiunge i picchi d’intensità emotiva di Wolf Creek. Ma conferma di avere grande talento, e di essere, dopo Rob Zombie e insieme ad Alexandre Aja e Neil Marschall (c’erano anche Eli Roth e Zack Snyder, ma purtroppo si sono bruciati in fretta), uno dei migliori registi horror della nuova generazione. PS: Attenzione alla canzoncina dei titoli di coda, "never smile with a crocodile", a dir poco esilarante!
By cinemystic // giovedì, 28 agosto 2008+11:33
viaggi, cinema, animali, horror, rogue, rubrica new visions, cinema australiano
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Una delle cose più belle in assoluto del cinema, e della capacità di seguirlo con passione a 360°, senza preclusioni o limitazioni ideologiche di sorta, è il poter spaziare da un genere all'altro senza nessuna soluzione di continuità, viaggiando da un estremo all'altro del mezzo filmico in modo totalmente anarchico.
Ragion per cui, dall'alto della mia onnivora malattia cinefila senza regole, ieri mi sono visto nel raggio di poche ore prima un simpatico e carino film d'animazione pieno di buoni sentimenti (Ratatouille), e poi un trucidissimo splatter movie zampillante sangue e violenza (The Rage).
The Rage, diretto da Robert Kurtzman, mago degli effetti speciali e regista qualche anno fa dell'ottimo Wishmaster, è uno splatter che veleggia molto vicino ai contorni del beast-movie e omaggia con genuinità la grande tradizione del gore anni '80 (l'epocale Re-Animator su tutti). E' un film sincero nella sua "facilità", tamarro e becero oltre ogni limite, a suo modo divertente, ma senz'altro non del tutto riuscito. Per ora si trova solo in lingua originale.
Ratatouille invece mi ha sorpreso, in positivo. Negli ultimi 2/3 anni ho notato un certo calo nella qualità dei
film d'animazione, tolti alcuni singoli exploit come Corpse Bride e Shrek 2. Credo che le storie abbiano cominciato a soffrire di eccessiva ripetitività, e che spesso la qualità stessa dell'animazione si sia troppo standardizzata perdendo un po' la fascinazione di qualche anno addietro.
Invece questo Ratatouille merita solo applausi. Originale, frizzante, disegnato splendidamente, e capace di portare l'animazione al servizio di una storia molto ben scritta. Affascinante e azzeccata la cornice parigina, intrigante la figura del critico (una via di mezzo tra Bela Lugosi e Max Schreck) severissimo ma anche capace di rabbonirsi e ricredersi (come tutti i veri critici dovrebbero saper fare, ma ahimè è solo un'utopia), ben congeniata la miscellanea tra uomini e animali, ottima la scelta dei colori, e un messaggio di civiltà e speranza da non disdegnare. Oscar meritatissimo.
By cinemystic // lunedì, 31 marzo 2008+10:52
cinema, animali, horror, ratatouille, splatter/gore, the rage, cinema animazione
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By cinemystic // martedì, 25 marzo 2008+19:47
animali
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