ANTICHRIST

Un uomo e una donna fanno la doccia insieme. All'improvviso la voglia li travolge, la passione esplode. Fanno l'amore, in modo brusco e veemente, cancellando ogni tipo di razionalità. Si accoppiano sotto il getto dell'acqua e poi anche sopra la lavatrice, due corpi fusi in uno. Nel frattempo, il loro figlioletto si sveglia, si alza dal suo lettino, cammina incerto, assiste a ciò che sta avvenendo. I due amanti nemmeno se ne accorgono, completamente trascinati dall'impeto del sesso. Il bambino si allontana, e per gioco si arrampica sul davanzale di una finestra insieme al suo orsacchiotto di peluche. Basta un attimo, la giovane creatura fa un passetto troppo in là e vola giù, andando incontro all'inevitabile morte. L'intera sequenza è girata in un fulgido bianco e nero, montata al ralenti, con dettagli anatomici che non lasciano spazio all'immaginazione, sulle note struggenti e magnifiche del Rinaldo di Handel.

C'è probabilmente un solo regista al mondo che poteva anche solo concepire un incipit del genere per un suo film, e si chiama Lars Von Trier. Amatelo, odiatelo, dite quello che volete, ma questa scena d'apertura della sua ultima e discussa opera, Antichrist, è un momento di grande e puro cinema.

Sicuramente, l'ultima controversa prova di Von Trier non ha cambiato di una virgola le opinioni su di lui. Anzi, se possibile le ha ancora di più rafforzate. Chi non lo sopporta, ha trovato un motivo in più per avvalorare le proprie critiche e il disprezzo. Chi lo apprezza incondizionatamente, ha goduto per l'ennesima volta del coraggio, della radicalità, dell'estremismo idelogico dell'autore danese.


Da queste parti, il sottoscritto naviga da sempre sulla seconda nave, e dopo aver visionato (con mesi di imperdonabile ritardo) Antichrist, giunge senza difficoltà a due affermazioni all'apparenza antitetiche, ma neanche poi più di tanto:

1) Questo non è un capolavoro, e non è tra i migliori lavori di Von Trier. Non ha la potenza espressiva di Dancer in the Dark, la devastante sofferenza di Le onde del destino, il genio visivo di The Kingdom, il delizioso gusto per la sperimentazione tecnica di Dogville. La prima parte del film, con l'analisi dell'elaborazione del lutto da parte dei due genitori rimasti privi del loro bimbo, non si distacca poi molto da un tipo di narrazione che già altri ci hanno mostrato in modo più solido e concreto. La seconda, congelata in un manicheismo non sempre efficace, mentre la pellicola cala negli inferi dell'orrore, propone situazioni non sempre convincenti, alfine forse anche forzate.

2) In ogni caso, indipendentemente da quanto appena enunciato, Von Trier resta uno dei pochi registi indispensabili del cinema contemporaneo. Anche in un film come questo, non del tutto riuscito, riesce sempre a mettere sul piatto momenti di assoluta classe, a scuotere i nostri cervelli intorpiditi, ad accoltellare le nostre coscienze raffreddate dalla bambagia del quotidiano.


Antichrist è per certi versi l'altra faccia di Inland Empire, senza possederne le stesse dosi di puro e concreto terrore. Willem Dafoe e Charlotte Gainsburg recitano con il viso e i loro corpi nudi, fanno sesso reale e mettono in mano al regista la propria anima, e pure i propri genitali. Se la cavano bene, soprattutto con mestiere lui, più di stomaco lei. La sequenza iniziale, come detto, è da antologia. Ci sono momenti splendidi (il rapporto sessuale sotto alla quercia, la corsa di lei nuda nel bosco, l'irriverente epilogo), e altri che lasciano un po' perplessi.(il parto degli animali, l'eccessivo uso del computer per ritoccare la fotografia). Ci sono attimi di splatter/horror e inserti pornografici, panismo lirico e sonoro soffocante, il tutto non sempre collegato insieme con la giusta miscela. Ingordigia intellettuale? Idee non del tutto sviluppate? Simbolismi eccessivi? Può darsi. Però, averne di film così. Averne.


L'Anticristo è in tutti noi, anche se nemmeno ce ne accorgiamo. La natura dell'uomo è di per sè malvagia. Il Bene è destinato a sopperire di fronte all'instinto ferino e  all'individualismo. Lo sapevamo già, ma Von Trier ce l'ha ricordato, e mostrato a modo suo, senza pudori nè vergogne. Qualcuno è rimasto scandalizzato? Pazienza, ci sono pur sempre i cine-panettoni a cui affidarsi. Qui ci teniamo Von Trier, ora e sempre.

"Rinaldo, lascia ch'io pianga mia crude sorte, e che sospiri la libertà..."

By cinemystic // martedì, 10 novembre 2009+14:33
cinema, sesso, horror, antichrist
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JOSHUA

Oggi volevo spendere qualche parola riguardo a Joshua, film diretto da George Ratliff, realizzato nel 2007 e uscito nelle sale italiane a luglio 2008. Una pellicola che si inserisce nel sottogenere horror dei “bambini maledetti“, e non si propone di inventare nulla. Ma almeno scorre con la giusta intensità, sfruttando una confezione elegante, una sceneggiatura tenace, e un finale coraggioso e sorprendente.

Siamo sempre lì. Non è obbligatorio per forza dover fare qualcosa di nuovo. Si può anche cavalcare filoni e sottofiloni già ampiamente sfruttati, pazienza. Certo, l’originalità piace a tutti e purtroppo è sempre più difficile da trovare. Ma ci si può accontentare anche di un qualcosa che sa di “già visto“, purchè sia fatto con brillantezza, intelligenza e solidità, senza limitarsi alla mera riproposizione di temi e soluzioni che oramai conosciamo a memoria. Per fortuna, Joshua riesce nell'intento.

New York, tra parchi (pochi) e grattacieli (tanti). Joshua, rampollo di una famiglia benestante, è un bel bambino di nove anni, ha un viso angelico, è più intelligente rispetto alla sua età, è bravo a scuola, suona il pianoforte con indiscutibile talento, e sembra davvero un Piccolo Lord. Il giorno in cui nasce la sorellina Lily, però, tutto cambia. Il bimbo si ritrova a essere maledettamente geloso delle attenzioni che i genitori ora danno alla neonata e non più a lui, e poco alla volta inizia a progettare la sua tremenda vendetta, riuscendo, passo dopo passo, a distruggere tutti i suoi cari.
La piccola Lily infatti inizia misteriosamente a piangere, giorno e notte, senza sosta: piange, piange, piange. La madre va in completo esaurimento nervoso, non ce la fa più, perde la testa. Il padre cerca di tenere in piedi la baracca, ma dopo un po’ crolla pure lui. In più, ci si mettono anche gli “inquilini del terzo piano“, rumorosi e insostenibili, il cane di casa che muore all’improvviso, e una nonna bigotta e bacchettona che vorrebbe trasformare il nipote in un predicatore cattolico. La famiglia va a rotoli, e Joshua osserva il tutto con sarcasmo e compiacimento. Ma forse, dietro a tutto ciò, si nasconde un altro insospettabile segreto.

Funziona, il film di Ratliff (ex documentarista). Il ritmo è volutamente lento e mellifluo, anche se in realtà i colpi di scena non mancano. L’attenzione spesso esula dal bambino e va a concentrarsi sulla graduale ma inesorabile disintegrazione del un nucleo familiare. Il piccolo protagonista Jacob Kogan ha la faccia “giusta”, e molte volte appare dal nulla neanche fosse uno spettro, ed è inquadrato in penombra, a metà tra luce e buio, a volerne sottolineare la doppia anima. Sam Rockwell (il padre) è un ottimo attore e non lo scopriamo certo oggi. Il soprannaturale è messo da parte a vantaggio del realismo rappresentativo (anche se alcune soluzioni appaiono un po’ forzate). La regia è semplice e giustamente sobria.

C’è ovviamente un che di polanskiano, nella pellicola, con riferimenti che vanno da Rosemary’s Baby a Repulsion, passando per il sopracitato Le Locataire. Non mancano poi chiari rimandi ad altri film dello stesso filone, da Omen in giù, fino ad altre baracconate recenti che non vale neanche la pena ricordare. Ma Joshua prova a seguire la strada maestra lasciando anche qualche traccia nuova e imprevedibile, e senza dubbio ci riesce, soprattutto in un finale disturbante che sconvolge le sensazioni accumulate fino a quel punto, per dare vita a un orrore ben più reale e profondo di quanto avremmo creduto.

By cinemystic // mercoledì, 28 ottobre 2009+12:16
cinema, horror, cinema americano, roman polanski, joshua
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30 GIORNI DI BUIO

Ancora vampiri, tanto per cambiare. Quantomeno, stavolta, con qualche variante.

30 Giorni di buio, diretto da David Slade, uscito nelle sale italiane a inizio 2008, riscuotendo un discreto successo di pubblico. Un film tratto da una graphic novel di Steve Niles e Ben Templesmith, e sceneggiato da Niles insieme a Stuart Bettle e Brian Nelson. Siamo all’estremo nord, nel villaggio di Barrow, in Alaska, dove la neve ricopre la terra e ogni anno vi è una lunga notte artica lunga 30 giorni, in cui il sole non batte mai. Proprio all’inizio del periodo di buio, un manipolo di vampiri arrivati da chissà dove assalta il paese, iniziando a mietere vittime, con l’obiettivo di distruggere tutto quanto per poi spostarsi verso altri villaggi vicini. Un coraggioso sceriffo e la sua compagna cercheranno di sopravvivere e porre fine a questa mattanza.

Per molti versi, vien voglia di criticarlo senza troppe remore, 30 giorni di buio. Slade è esperto in videoclip e si vede, tanto che il suo stile risulta spesso troppo confuso e ridondante. Il ritmo talvolta latita, il preambolo iniziale è tirato per i capelli, la seconda parte è piuttosto prevedibile e scontata, la durata complessiva (110 minuti) è eccessiva, alcuni dialoghi sono inascoltabili, qualche scelta narrativa sfiora il ridicolo (la bambina-vampiro, l’arbitraria scansione temporale), e il belloccio Josh Hartnett nei panni del rude guardiano della legge è ben poco credibile (meglio la sua compagna Melissa George, poco espressiva pure lei ma almeno un po’ più genuina).

Eppure, tutto sommato, il film reca in sè una qualche fascinazione. Sono strani, questi vampiri: hanno i denti marci e gli occhi neri come la morte, alcuni sembrano più che altro elfi, altri vestono con eleganti pastrani ma hanno il viso e i vestiti ricoperti di sangue rappreso, sono intelligenti e forti ma quando mordono la preda per nutrirsi diventano bestie dissennate, e tra loro parlano un linguaggio grezzo e incomprensibile (meno male che ci sono i sottotitoli). In parte fanno paura e in parte fanno sorridere, ma alla fine, perlomeno dal punto di vista figurativo, risultano essere abbastanza inquietanti.

Ormai si sa, il contrasto fotografico tra il bianco candido della neve, il rosso del sangue e il nero dell’orrore crea effetti cromatici suadenti e ipnotizzanti. Ce l’hanno chiaramente mostrato lo splendido Lasciami Entrare e l’irriverente Dead Snow. Qui invece si opta per una fotografia fredda e metallica, che sfuma le contrapposizioni ottiche ma al contempo permette forse, per paradosso, una maggiore empatia con l’ambientazione della pellicola. Peraltro, tranne qualche esterno girato in Nuova Zelanda, i paesaggi sono quasi completamente finti, e la neve è stata ricreata in studio. Alcuni campi lunghi sembrano davvero tavole da fumetto, e si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un prodotto fin troppo artificioso per poter essere davvero convincente. Lo splatter per fortuna non manca, e gli esteti del sangue a profusione hanno momenti in cui divertirsi. Da segnalare la presenza di Danny Huston, ex marito di Virginia Madsen e figlio del grande John.

Insomma, ci sono tante elementi che non vanno, che fanno storcere la bocca. Si ha la sensazione di una bella idea di partenza sfruttata solo in parte. Ma come detto, qualche elemento interessante c’è. Alla fin fine il film ha la sua ragion d’essere, e pur accartocciandosi più volte su se stesso, tenta perlomeno qualche variante rispetto ai consueti topoi vampirici ormai strizzati oltre ogni limite.

Questi non-morti sembrano i fratelli gelidi dei vampiri metropolitani di Blade, senza averne le stesse qualità prettamente cinematografiche. La loro invasione artica, comunque, nel bene e nel male, non ci lascia indifferenti.

By cinemystic // martedì, 27 ottobre 2009+12:00
cinema, vampiri, horror, cinema americano, 30 giorni di buio, lasciami entrare, horror 2008, dead snow
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RANDOM VISIONS

RANDOM VISIONS

Ultimamente non ho molto tempo a disposizione per scrivere su Cinemystic. Me ne scuso. Non sono ancora nemmeno riuscito a vedere i film più interessanti usciti al cinema nelle ultime settimane.

In ogni caso, sono riuscito almeno a godermi qualche visione sparsa, colmando qualche lacuna imperdonabile e recuperando qualche bel film che già ben conoscevo. E dunque, in ordine rigorosamente sparso...

PALOMBELLA ROSSA = In assoluto, il film di Nanni Moretti a cui sono più affezionato, perchè fu la prima sua pellicola che vidi, e mi fece completamente innamorare del suo cinema. Un amore che oggi è più forte che mai. Allo stesso tempo, credo sia il miglior film in assoluto della sua carriera, nonchè un vero e proprio manifesto simbolico di tutte le tematiche e la poetica morettiana. Rivedendolo per l'ennesima volta, l'ho nuovamente trovato stracolmo di idee, delizioso e impareggiabile.

KATYN = L'ignobile massacro compiuto ai danni dei polacchi durante la seconda guerra mondiale, rivisto con gli occhi e la sensibilità cinematografica di Andrzej Wajda. L'avevano proiettato in anteprima un paio di anni fa al Torino Film Festival, me l'ero perso, finalmente l'ho visto. Ne è valsa la pena. Film intelligente, intenso, giusto, e mai retorico.

S.O.S. SUMMER OF SAM = Ovvero, il figlio pazzo e anarchico della carriera di Spike Lee. Due ore e venti di rave party senza respiro, tra sangue rappreso, sesso a volontà, droga come se piovesse, sproloqui a ripetizione, volgarità assortite, tradimenti, papponi, razzismo, povertà, sporcizia, degradazione fisica e morale spinta sino quasi al parossismo. Il fratello sudicio di Trainspotting, mi verrebbe da dire. L'hanno definito un horror, non lo è affatto, ma certo è uno di quei film che si può anche odiare, ma non può certo lasciare indifferenti. Uno Spike Lee incazzato e scatenato, in certi punti perfino troppo, e in piena bulimia artistica. Un John Leguizamo da applausi. Un Adrien Brody iper-punkettaro a dir poco inquietante. Un mondo alla deriva.


IL PORTABORSE
= Questo sì che è un horror, anche se non c'è neanche una goccia di sangue: un horror morale, politico, disperato, in anticipo sui tempi, agghiacciante a rivederlo ancora oggi. Film cupo, nero, nerissimo, in cui si alzano il volo un Nanni Moretti attore in versione luciferina e soffocante, e un Silvio Orlando come sempre strepitoso.


LA CADUTA = Gli ultimi giorni della vita di Hitler, e la definitiva sconfitta delle truppe tedesche, in questo film di Oliver Hirschbiegel, già regista dell'intrigante The Experiment. Contrariamente a quanto la tematica avrebbe forse parzialmente richiesto, è un'opera molto ordinata, lineare, forse troppo. Rimane a metà del guado, non si lascia andare a giudizi e sentenze, langue di guizzi e talvolta di ritmo. Non riesce a fare quel salto di qualità che magari ci si aspetterebbe. Ma quantomeno è ben diretto, e Bruno Ganz nei panni del Fuhrer è un vero spettacolo di classe recitativa.

UN GIORNO PERFETTO = Dici Ozpetek, e puntualmente rischi. Francamente, io non ho ancora capito quanto vale davvero questo regista. I suoi film non riesco mai a disprezzarli, e al contempo non mi convincono mai del tutto. In questo caso, l'italo-turco cambia il suo abituale registro e tenta la strada del noir. L'hanno stroncato tutti. A me, tutto sommato, è piaciuto di più rispetto, ad esempio, al terrificante Saturno Contro. E Mastandrea nei panni del pazzo pluriomicida mi ha convinto. Peccato che in tutti i suoi film Ozpetek non riesca mai a liberarsi di una retorica di fondo che puntualmente galleggia a mezz'aria, e ogni tanto esplode quando ormai è troppo tardi per fermarla.

By cinemystic // venerdì, 23 ottobre 2009+15:40
cinema, sesso, horror, nanni moretti, cinema americano, cinema italiano, cinema tedesco
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ROVINE

Piante carnivore che imitano voci umane e suonerie dei cellulari per attirare nelle proprie fauci inermi prede destinate a essere divorate. Roba da matti. Non sanno proprio più cosa inventarsi. Eppure, "it works", funziona. Eccome.

 

Parliamo di Rovine (The Ruins), film australiano diretto da Carter Smith e uscito in sordina nelle sale la scorsa estate. Tipico horror ignorante da calura agostiana? In parte, ma anche no. Qui, per fortuna, c'è molta più polpa... e sangue.

 

Quattro giovani studenti si godono una bella vacanza in Messico, tra mare, birra, sesso e piscina. Nel loro ultimo giorno di vacanza, insieme a un altro paio di ragazzi conosciuti sul posto, decidono di andare a visitare un vecchio tempo Maya nascosto tra la vegetazione in mezzo alla giungla. Giunti sul posto si trovano a confrontarsi con la superstizione degli indigeni, e soprattutto, con le suddette piante carnivore: simpatici arbusti che strisciano, crescono, ingannano, emettono suoni e si infiltrano (letteralmente) nei corpi umani per poi mangiarseli dal di dentro.

 

La prima parte del film è puro riempitivo, e all'inizio pare veramente il solito irritante e inutile teen-horror per spettatori celebrolesi. Ma per fortuna dura poco. Dopo soli 15/20 minuti si entra già nel vivo della vicenda, per poi trovarsi di fronte a gradite sorprese che innalzano non di poco il livello della pellicola.

 

Ci sono molti riferimenti chiaramente riscontrabili all'interno di Rovine (scritto da Scott Smith, che ha tratto la sceneggiatura da un suo stesso romanzo, e che anni fa aveva già scritto il libro da cui è stato girato Soldi Sporchi di Raimi). Troviamo echi di Evil Dead, innanzitutto, e poi anche The Descent, Turistas, Hostel, i gloriosi Cannibal Movies, fino a tornare in qualche modo indietro nel tempo alla Piccola Bottega degli Orrori di cormaniana memoria e ad altri B-Movies degli anni '50. L'apparato visivo, soprattutto fotografico, riporta invece allo splendido Wolf Creek, e infatti anche qui il respiro del territorio domina la scena, e il buio della morte si insinua attraverso molte sequenze immerse in un'abbagliante e ingannevole luce solare.

 

Rovine è poi un film fondamentalmente cattivo, crudele, egoista, che non lesina effettacci macabri, in qualche punto davvero forti, e scivola persino nella misoginia e nella xenofobia. C'è ben poco di consolatorio, qui si fa sul serio, e il puritanesimo imperante va a farsi benedire. Un film così negli anni '90 non si sarebbe nemmeno potuto concepire, oggi invece lo si può fare, spingendo sull'acceleratore senza troppe remore. Meno male, vuol dire che non tutto è peggiorato in questo triste terzo millennio.

 

Bisogna anche dire che il sopracitato Wolf Creek aveva comunque uno spessore ben diverso, e lo stesso The Descent offriva significazioni superiori. Siamo pur sempre nell'ambito del facile intrattenimento, e il finale è un po' tirato per i capelli. Però, insomma, essere di bocca troppo buona è sempre un errore. Rovine finge di essere ambientato in Messico ma in realtà è stato girato nel Queensland, ragion per cui l'affascinante e misteriosa terra dei canguri si conferma sempre più terreno fertile per l'horror contemporaneo, e ogni nuovo lavoro che proviene da quelle parti ne è una conferma.

 

Smith fa il suo lavoro con semplicità e con coraggio, qualche idea brillante si nota, i truculenti effetti speciali fanno il loro dovere, le piante assassine sono simpaticamente truci, gli attori stanno al loro posto, la visione genera momenti di reale e utile fastidio, e mentre scorrono i titoli di coda si ha l'impressione di avere la pancia piena e soddisfatta. Bene. Evviva l'Australia.

By cinemystic // giovedì, 08 ottobre 2009+12:07
cinema, horror, rovine, splatter/gore, cinema australiano, horror 2008
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HOUSE OF FLESH MANNEQUINS


- NEW VISIONS -

HOUSE OF FLESH MANNEQUINS



Dove risiede il confine tra Arte e Pornografia? Dove crolla la separazione tra sogno e realtà? In quale momento il gusto per l'immagine può trasformarsi in paranoia e follia? Quando l'occhio umano scivola negli oscuri meandri della perversione?


Sono alcuni dei temi trattati da House of Flesh Mannequins, primo lungometraggio di Domiziano Cristopharo, finalmente uscito in Dvd dopo mesi di attesa per alcune controversie produttive e distributive.

Cristopharo ha alle spalle una lunga esperienza come attore e regista teatrale, performer di Body Art, aiutante regista e ideatore di effetti speciali per il cinema, e in questo suo primo film, girato tra Roma e Los Angeles, ha potuto dare sfogo a tutte le sue ossessioni, dimostrando grande talento e sicurezza di sè.

Oggetto filmico quasi inclassificabile, House of Flesh Mannequins, in cui l'horror muta e rinnova se stesso in un'opera totale che abbraccia vari contesti per offrire un quadro visivo surreale e ipnotico, delirante e coinvolgente, inquietante e innovativo.


La trama, che in certi momenti assume un ruolo peraltro quasi marginale, soffocata dalle mille derivazioni estetiche della pellicola, tratta la storia di Sebastian Rhys, fotografo di professione, cresciuto tra disturbi psicologici causati dalle idee malsane del padre. Svolge il suo mestiere giocando sul filo del pericolo e dell'illecito, filmando snuff movies e scene di reale sesso e violenza. Un giorno conosce la vicina di casa Sarah Roeg, affascinante e giovane donna con un padre quasi cieco, che sogna di pubblicare romanzi per bambini, e poco alla volta è costretto a farla entrare nel suo mondo... Un mondo in cui l'istinto prevale sulla razionalità, e l'ossessione per l'immagine travalica i muri della società per esplorare tumultuosi oceani paralleli.

Sebastian vive perseguitato dai fantasmi del suo passato, e di un presente senza amore che allo stesso tempo lo travolge e disgusta, entusiasma e uccide. La carne e il sangue dominano i suoi pensieri, e la ricerca del sensazionalismo estremo è il solo modo per catartizzare la dilaniante sofferenza che lo accoltella giorno dopo giorno. Sarah è invece una ragazza apparentemente dolce e buona, che però cova in sè una metà oscura pronta a esplodere.


Intorno a loro, si muovono figure surreali e misteriose, grottesche e rivoltanti, suadenti ed eccitanti: venditori di morte, nani, mostri umani, donne bellissime, spettri senz'anima, uomini che nella (letterale) deformazione del proprio corpo trovano il senso ultimo dell'esistenza. In questo profluvio di sensazioni, lo spettatore è costretto a immergersi in un viaggio iniziatico attraverso un "teatro della crudeltà" che abbatte le barriere del conformismo, per sconfinare in territori vacui in cui si polverizza ogni confine tra realtà e sogno, veglia e incubo.


Davvero un film interessante, House of Flesh Mannequins. Cento minuti pieni di idee, suggestioni, azzardi, sperimentazioni visive mai soffocanti. Chiari ed espliciti sono i riferimenti a Peeping Tom di Michael Powell, vero e proprio modello filmico da cui trarre ispirazione, ma sono presenti anche più o meno evidenti rimandi a Fellini, Bava, Amenabar (Tesis), Polanski, Sade, Barker, Carpenter (l'ossessione di Cigarette Burns) e perfino Lynch (la "casa dei manichini di carne" sembra quasi una rivisitazione estremizzata della "camera rossa" di Twin Peaks, e la creazione degli universi alternativi può riportare in qualche modo a Inland Empire).


Spesso, il concetto di film indipendente va di pari passo con il termine "amatoriale". Bè, qui di amatoriale non c'è proprio nulla, ma anzi, ogni aspetto tecnico, dalla regia al montaggio, dai trucchi all'ottima fotografia di Mirco Sgarzi, dalle scenografie surrealiste all'affascinante colonna sonora, è curato con la massima attenzione possibile.

Interessante e ottimamente coinvolto il cast: i protagonisti, il bravo Domiziano Arcangeli e la bellissima Irena Hoffman, e poi il mitico Giovanni Lombardo Radice, e tante gustose apparizioni nei ruoli di contorno, dalla pornostar Roberta Gemma all'ottimo Randal Malone.

Particolare, spiazzante, conturbante e coraggiosa la scelta di inserire reali scene hard all'interno del film. C'è molto sesso, sesso vero, penetrazioni e prestazioni orali, orgasmi e genitali in dettaglio, e non è una cosa che accade molto spesso, nel cinema puritano che troppe volte ci circonda. Complimenti a Cristopharo anche per questa scelta, soprattutto perchè adeguata ai temi analizzati e al clima morboso che si respira durante la visione.


Se possiamo trovare qualche difetto, si può dire che la narrazione risulta in qualche punto fin troppo frammentata. Ci sono poi alcuni momenti di critica e denuncia contro la lobotomia contemporanea causata dal potere nefasto della Tv, su cui non si può non essere d'accordo ma che paiono inseriti nel contesto talvolta un po' forzatamente. Il finale, poi, appare fin troppo "spiegato", e forse si poteva chiudere qualche minuto prima (con il primo piano beffardo e sconvolgente di Sarah). Ma sono piccole cose, anche perchè se si rischia così tanto è chiaro che si può sbagliare qualcosina.

Comunque, in sostanza, questo è davvero un film bello, coraggioso, ribelle e convincente. Avercene. Un lavoro da cui tanti registi italiani, invece di piangersi addosso, dovrebbero prendere esempio. Ora speriamo che possa avere la visibilità che merita, e attendiamo con curiosità e fiducia il prossimo film di Cristopharo, The Museum of Wonders, attualmente in lavorazione.

Per intanto... bravo, bravo davvero.


Per farsi un'idea, ecco il trailer.




By cinemystic // giovedì, 01 ottobre 2009+11:29
cinema, sesso, horror, erotismo, david lynch, estremo, clive barker, twin peaks, cinema italiano, splatter/gore, rubrica new visions, house of flesh mannequins
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SHION SONO: INCUBI & DELIRI

Oggi parliamo di Shion Sono, uno dei registi di punta dell’horror giapponese, anche se in realtà siamo di fronte a un autore capace di attraversare i generi per fonderli insieme di volta in volta in un incubo surreale e personalissimo.

Nato a ToyoKawa City nel 1961, Sono inizia la sua carriera artistica come poeta. Alcuni suoi componimenti appaiono in prestigiose riviste del settore. All’università inizia a occuparsi di cinema girando piccoli filmini in 8mm. Parallelamente ai primi cortometraggi, imbastisce un progetto teatrale bizzarro e controverso, intitolato Tokyo Ga Ga Ga, che riunisce insieme poesia sperimentale e performance di strada. Nel 2000 realizza il docu-fiction Utsushimi, e l’anno dopo da vita al suo capolavoro, Suicide Club, straordinario horror in cui a modo suo analizza l’imperante moda dei suicidi in Giappone, mettendo insieme un film pazzesco, inquietante, grottesco, ipnotizzante, sconvolgente.

E’ proprio Suicide Club a imporlo all’attenzione generale dei cultori del genere, e non solo. Il film vince il premio della giuria al Fant-Asia Festival, e poco per volta esce dai confini nazionali per arrivare anche ai mercati extra-nipponici, generando curiosità, applausi e consensi.

Un film di cui si è parlato tanto, e di cui si potrebbe ancora parlare all’infinito… Mi permetto di riportare alcuni passi del capitolo dedicato proprio a questa pellicola, e contenuto nel libro Tokyo Syndrome - Le nuove frontiere dell’horror giapponese, pubblicato dal sottoscritto insieme a Fabio Tasso nel 2006:

Uno dei punti di forza di Suicide Club è la capacità di mescolare registri narrativi ampi e diversificati, riuscendo al contempo a terrorizzare, divertire, stupire, appassionare, e perfino commuovere… Se è la società stessa a non concedere l’individualità ai membri che ne fanno parte, allora restano due strade da seguire: l’imitazioni dei modelli, e/o il suicidio come conseguenza del sentimento di rifiuto e abbandono… Inevitabilmente, in un’emorragia socio-politica senza controllo, si espande il contagio, la sindrome, che colpisce di riflesso non più solo gli studenti, ma anche gli adulti… Si scatena dunque l’Apocalisse, nella quale ogni regola è infranta, ogni eccesso è permesso…“.

Proprio questo è uno dei principali meriti di Suicide Club, e di altri recenti capolavori del J-Horror: infrangere le regole, rivalutare il confine dell’estremo, sbeffeggiare i limiti dell’eccesso, e ricoprire di sangue la telecamera per offrire attraverso l’orrore un quadro lancinante del mondo in cui viviamo.

Nel 2005 Sono realizza ben quattro film in un anno: la commedia Into a Dream, l’entusiasmante horror Noriko’s Dinner Table (sorta di sequel o prequel di Suicide Club), il morboso e lancinante Strange Circus, e l’action-movie Hazard.

La sua carriera è proseguita tra alti e bassi negli ultimi anni, sempre però con il gusto per il rischio, la sperimentazione filmica, e il contrappasso dei generi, sepolti e reinventati con nuova linfa creativa: il drammatico Kikyu Kurabu, sonogo (2006), il delirante horror Hair Extensions (2007), il mastodontico Love Exposure, quattro ore di durata (2008), passato a Berlino e premiato al Fant-Asia come miglior film asiatico dell'anno, e il recente e più misurato Be Sure to Share (2009).

Un regista di primissimo livello, da scoprire assolutamente, per avere un’idea di cinema originale, potente, coraggiosa e anticonformista… come forse solo i giapponesi sanno fare.

I suoi film ormai si trovano tutti, in Dvd o sul web, sottotitolati in inglese e molti anche in italiano.

 

By cinemystic // mercoledì, 23 settembre 2009+12:30
cinema, societa, horror, premiazioni, cinema orientale, suicide club, splatter/gore, shion sono
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THE BURNING PLAIN

Il meccanismo perfetto. L'essenza della solitudine. Il cinema dell'incastro. Il gioco a premi verso la concatenazione di ogni segmento della trama. L'analisi intensa e calorosa di rapporti umani intrisi di rabbia, dolore, dolcezza, peccato e redenzione.

Tutto questo è The Burning Plain, passaggio alla regia di Guillermo Arriaga, già sceneggiatore del fluviale Babel, e anche di 21 Grammi e Le Tre Sepolture. Non ho inserito questo film nella mia top 25 di fine anno perchè l'ho visto solo ora. Colpevolmente. Altrimenti un posto in classifica l'avrebbe trovato, eccome. Forse anche nelle prime dieci posizioni, in virtù della genuina bellezza che si sprigiona da questa affascinante pellicola.

Sylvia, Gina, Mariana, Maria. Donne oltre l'orlo di una crisi di nervi, con visi spezzati dalla vita. Madri snaturate che vorrebbero solo punire se stesse. Figlie abbandonate che sognano la riunione familiare. Legami pericolosi da percorrere sulla fune della paura. Adulterio e trionfo dei sensi. Inganni, vendetta e perdono. Amori giovani e amori non più giovani (e per questo ancora più veri e commoventi). Un'affranta Charlize Theron e una sorprendente e splendida Kim Basinger, che invecchia con dignità (a differenza di altre attrici) e offre un'intepretazione magnifica. Sopra a tutto e a tutti, pianure deserte, campi arsi dal sole cocente, silenzi che valgono più di tante parole, e la voragine infinita della solitudine.


Le sceneggiature di Arriaga sono un complesso cruciverba, in cui è necessario incastonare negli spazi vuoti una lettera alla volta prima di formare intere parole e alfine giungere al compimento del gioco. Molti trovano questo stile freddo, spietato, glaciale, stancante, insensibile. Lo si può capire. Ma non è così. A me peraltro già era piaciuto il tanto bistrattato 21 Grammi... in ogni caso The Burning Plain, nella sua struttura a domino, nei suoi salti vertiginosi tra passato e presente, nel  montaggio parallelo che confonde flashback e flashforward sino all'annullamento di ogni confine temporale, regala invece emozioni concrete e forti, molto più di tante altre pellicole facilmente "lineari".


Questo è cinema del vissuto, cinema umanista, cinema di sentimenti, in cui il dramma talvolta vira nella tragedia ma sa anche omaggiare lo spettatore con piccole speranze da stringere con forza.

Se poi il pur apprezzabile Babel aveva un difetto, questo era da ricercare nell'eccessiva lunghezza, nella sovrabbondanza narrativa, nel suo essere "tanto" e forse "troppo". Questa volta Arriaga corregge il tiro, lavora di sottrazione, abbrevia i tempi, punta tutto sulla concretezza, e prende la strada giusta, senza sbandamenti, dall'inizio alla fine.

Così, tra Portland e il Nuovo Messico, tra la grinta quasi suicida di Charlize Theron e le rughe lacrimanti di Kim Basinger, ricostruiamo le tappe delle diverse vicende destinate inevitabilmente a convergere insieme, componiamo i pezzi con pazienza ma senza fatica, accostiamo le varie tessere del mosaico, e ci lasciamo trascinare nella fluidità del racconto.


Mi piace ricordare, nello specifico, la scena più bella del film: Gina sta per fare sesso con il suo amante, lui tenta di accarezzarle il seno, lei lo allontana e gli rivela che non vuole perchè ha una brutta cicatrice dovuta a un cancro avuto due anni prima. Lui la guarda teneramente, e la bacia lo stesso, proprio lì. Lei trema tutta, in un misto di paura e gioia, e infine si concede con fiducia.

In quel tremore, sta l'essenza di un'opera convincente, giusta, appassionante. Bravo Arriaga. Applausi.

By cinemystic // lunedì, 21 settembre 2009+21:19
cinema, classifiche, emozioni, cinema americano, le tre sepolture, the burning plain
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DRAG ME TO HELL

NEW VISIONS

- DRAG ME TO HELL -


Lo confesso, in questi ultimi anni ho detestato Sam Raimi. Non sono mai riuscito a perdonare il suo "tradimento". Dopo aver deliziato i nostri palati e aver in qualche modo rivoluzionato il mondo dell'horror con la deliziosa trilogia composta da Evil Dead 1 e 2 e Army of Darkness (mettendoci in mezzo anche l'apprezzabile Darkman), il buon (?) Raimi aveva infatti abbandonato le sue origini per, diciamolo pure senza paura come da consuetudine in questo blog, vendersi al vil denaro e alla gloria hollywoodiana. Lo aveva fatto un po' per volta, prima realizzando film lontani dai suoi esordi ma peraltro neanche disprezzabili (Soldi Sporchi, The Gift), e poi sprofondando definitivamente nella pastosa panacea dorata con l'interminabile saga di Spider Man, che a suon di milioni lo aveva innalzato nel gotha dei personaggi più ricchi del cinema americano.

Nel frattempo l'ex enfant prodige dell'horror casereccio e fumettistico aveva cercato di mantenere in qualche modo vivo il suo nome anche nel genere che lo aveva reso regista di culto, dedicandosi a produzioni di pellicole quasi sempre trascurabili o pessime (The Grudge, Boogeyman).

Avevo dunque accolto con tiepido entusiasmo, per non dire con malcelata perplessità, questo attesissimo "ritorno a casa" del figliol prodigo, e la lavorazione di Drag Me To Hell, scritto con il fratello Ivan e basato sulle disavventure della giovane e rampante Christine Brown, donna in carriera colpevole di una decisione sbagliata causata dalla sete di potere, colpita dalla maledizione di una zingara vendicativa, e costretta a lottare contro il demone Lamia, affamato della sua anima.

Devo dire che invece sono stato smentito. In parte.


Ho letto brillantissime recensioni del film quasi ovunque, e francamente, durante l'intera prima ora di visione, non riuscivo a capire la ragione di tutto questo entusiasmo. Drag Me To Hell, infatti, dopo un prologo lineare e affascinanti titoli di testa, si dipanava seguendo pedissequamente le regole di genere, senza inventare alcunchè, e senza nemmeno offrire particolari spunti d'analisi. Svolgimento prevedibile, pochi scossoni, sceneggiatura classica, regia di mestiere,colpi di scena più che prevedibili, e una protagonista, la giovane e bionda Alison Lohman, dotata di straordinaria e genuina bellezza e di due occhioni che sciolgono il cuore, ma un po' carente in quanto a espressività. Sentieri già ampiamente battuti, subplot non proprio entusiasmanti, effetti speciali di Nicotero e Berger basati non tanto sullo splatter (inesistente, a parte la bella sequenza della perdita di sangue dal naso) quanto invece su disgustose esplosioni di macabri umori, la Lohman sballottata di su e di giù come Bruce Campbell ai bei tempi ma senza lo stesso carisma... e la sensazione di trovarsi di fronte a un divertissement sì gradevole ma piuttosto povero di idee e significati.


Per fortuna, invece, l'ultima mezz'ora schiaccia sull'accelleratore e accresce decisamente il valore della pellicola, quasi che a un certo punto Raimi, ricordandosi del regista che fu, si fosse detto: "ok, ora basta scherzare, adesso faccio sul serio". La sequenza della seduta spiritica, nella quale Christine e due medium cercano di chiamare in questo mondo il demone Lamia per scacciarlo definitivamente, è magnifica: una sarabanda di azione e tensione che in pochi minuti trascina lo spettatore in un vortice ipnotico di altissimo livello, accompagnata da musiche circensi stranianti e surreali. Neanche il tempo di rifiatare, e la sequenza successiva, al cimitero, è altrettanto convincente: ottima fotografia che domina il contesto, idee di regia finalmente fantasiose, sporcizia dilagante che ci penetra nel cervello, e una sontuosa inquadratura finale, dal basso, in cui la Lohman magicamente si trasforma davvero nella nuova incarnazione di Ash-Campbell.

La risoluzione della vicenda, infine, è forse quanto di più prevedibile si potesse intuire, ma almeno evita facili moralismi da quattro soldi, e ci permette di giungere ai titoli di coda con un bel sorrisone stampato sul viso.


Opera a due facce, quindi, questo Drag Me To Hell: trascurabile per due terzi, più che convincente nella parte conclusiva. In qualche modo, tra un bagno di soldi spideriano e l'altro, Raimi è alfine tornato all'horror, e in fondo ammetto che fa piacere anche a me, sebbene non gli perdoni il sopracitato "tradimento", e gli preferisca gente che al cinema di genere ha dato l'intera carriera, senza mai vendersi e rinnegare nulla; pensate che io mi stia riferendo, che so, a George Romero, Brian Yuzna e Stuart Gordon? Esatto, è proprio così.

By cinemystic // mercoledì, 16 settembre 2009+11:00
cinema, horror, cinema americano, splatter/gore, rubrica new visions, drag me to hell
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IL MESSAGGERO - THE HAUNTING IN CONNECTICUT

IL MESSAGGERO

(THE HAUNTING IN CONNECTICUT)


Uscito lo scorso week-end nelle sale italiane Il Messaggero (The Haunting in Connecticut), nuovo horror americano diretto da Peter Cornwell.

Siamo in pieno filone “case infestate“, e la trama, basata su una storia realmente accaduta alla famiglia Snedeker negli anni ‘70, è incentrata sulla figura di Sara, una madre distrutta dalla sofferenza del figlio, Matt, malato di cancro, e da un marito inaffidabile e con problemi di alcolismo.

La famiglia si trasferisce in Connecticut, in una vecchia casa situata vicino all’ospedale dove Matt deve ricevere le sue cure. Poco dopo lo stesso Matt inizia a essere perseguitato da terrificanti visioni che gli mostrano orrendi eventi accaduti in quelle stanze in passato. Un po’ alla volta ne sono preda anche gli altri membri della famiglia. Con l’aiuto della cugina e di un prete, Matt cercherà di liberare le anime perdute che ancora risiedono nel cuore pulsante dell’abitazione.

E’ difficile, ormai, trovare nuovi motivi di reale interesse in un sottogenere, la “haunted house“, sviscerato e abusato in tutti i modi possibili e immaginari, da Amityville Horror in poi (anche se in realtà il film principe, in questo contesto, resta lo splendido The Haunting, di Robert Wise, 1963, uno dei migliori horror di ogni tempo).

Risulta infatti palese, alla visione, notare come la pellicola di Cornwell non inventa nulla di nuovo, e spesso e volentieri non riesce a sopperire al pesante fardello di una connotazione narrativa che gli appassionati del genere ormai conoscono a memoria. Il paradosso, alla fin fine, è che le parti migliori del film risiedono nei momenti meno horror e più riflessivi, in cui seguiamo con trasporto la disperazione di una madre che vede il proprio amato figlio avvicinarsi alla morte giorno dopo giorno, le cure che Matt riceve, la progressiva degenerazione del suo organismo. In questo senso, Cornwell regala sequenze intense e toccanti al punto giusto.








 


Dal lato prettamente “inquietudinale”, invece, come sempre in questo tipo di pellicole, gli elementi che si ergono a centri focali della narrazione sono due: la casa in sè, dedalo di segreti e misteri, stanze segrete e spiriti incastonati negli infissi e nelle pareti, e l’uso tecnico del sonoro, che si propone di spaventare lo spettatore attraverso colpi di scena improvvisi e amplificati. Fin troppo, in questo caso. L’avventore, infatti, per un’ora e mezza di film è trafitto in ogni istante da una sequela infinita di assalti visivi e uditivi, tanto che a un certo punto la paura si scioglie di fronte al fastidio per la pletorica ripetizione degli inserti fantasmatici.

La tecnica dell’aggressione frontale alla psiche del pubblico raramente trova frutti degni di nota: non sempre si crea quella magia che porta a capolavori come Ringu o Ju-On (tra l’altro qui nettamente citato, per la concezione degli “spiriti morti in circostanze violente che non trovano pace“). Ebbene, Cornwell non ha l’abilità di Nakata, nè di Shimizu… menchemeno di Robert Wise, e l’affastellamento di situazioni orrorifiche risulta alfine ridondante e stancante.

Inoltre, il sub-plot legato al passato della casa è sviluppato correttamente ma senza sussulti, mentre sono da segnalare altre citazioni ben chiare, da Shining (se ne poteva fare a meno) al primo racconto dei Libri di Sangue di Clive Barker.

The Haunting in Connecticut (consigliata se possibile la fruizione in lingua originale, come sempre) non è comunque un film da disprezzare, grazie ad alcune sequenze azzeccate, e soprattutto a un ottimo cast: brava Virginia Madsen, che 17 anni dopo Candyman dimostra ancora di trovarsi a suo agio con l’horror. Molto bene il giovane protagonista Kyle Gallner. Interessante anche l’interpretazione, forse perfino troppo dimessa, di Elias Koteas in veste talare (in completa antinomìa con l’indimenticabile personaggio morboso e perverso di Crash).

Gli spiriti dei morti, dalle assi logore in una vecchia casa nel Connecticut, reclamano la libertà e la pace. Il film, invece, chiede almeno una visione: nonostante tutto, è forse giusto accontentarlo.

By cinemystic // mercoledì, 26 agosto 2009+11:24
cinema, horror, il messaggero, clive barker, cinema americano, candyman
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DEAD SNOW

NEW VISIONS

- DEAD SNOW -


Dalla Scandinavia, terra sempre affascinante e intrisa di suadente mistero, arriva, dopo lo splendido Lasciami Entrare, un nuovo horror destinato a far parlare di sè, nel bene e nel male. Questa volta affondiamo tra i fiordi norvegesi, con Dead Snow, del giovane Tommy Wirkola, già autore due anni fa di Kill Buljo, parodistico remake del tarantiniano Kill Bill.


Un gruppo di sette amici, 4 uomini e 3 donne, tutti laureandi in medicina, partono per una vacanza, diretti in una baita isolata in mezzo alle nevi. Quando giungono a destinazione, un uomo burbero bussa alla loro porta, e racconta che in quello stesso luogo, 60 anni prima, un esercito di feroci nazisti aveva ucciso e torturato gran parte della popolazione, salvo poi subire la rivolta dei sopravvissuti e scappare rifugiandosi tra quelle montagne, per poi scomparire nel nulla. Ben presto i giovani scopriranno che i crudeli criminali dominano ancora quelle terre, sottoforma di orrendi zombie in uniforme e baionetta.

Sulla carta, Dead Snow pareva proporsi come puro horror umoristico, seguendo una scia ormai sempre più in voga (da Shaun of the Dead a Black Sheep, passando per Lesbian Vampire Killers o Zombie Strippers). In realtà, perlomeno nella prima mezz'ora, sembra di trovarsi alla visione di un tipico slasher semiserio che, a parte il fascino ammaliante della bianca neve che avvolge ogni sequenza (proprio come il sopracitato Lasciami Entrare), non offre particolari spunti d'interesse. L'intento citazionista e autoironico è evidente, tant'è che i protagonisti stessi citano Venerdì 13 e Evil Dead, mentre uno di loro indossa una maglietta con la locandina del leggendario Braindead di Peter Jackson, ma per il resto si sonnecchia.


All'improvviso, però, quando i nazi-zombie si mostrano a noi e alle sventurate vittime, Dead Snow esplode, in una sarabanda splatter ad altissimo contenuto emoglobinico. Occhi strappati a mani nude, teste sventrate come meloni, non-morti triturati con le motoseghe, gole mozzate, viscere esibite ai quattro venti, autoamputazioni... un delirio irriverente in cui litri di sangue vanno a sporcare la candida neve, creando un suadente contrasto cromatico tra il bianco accecante e il rosso del plasma.

I personaggi del film, all'inizio imbranati e ben poco coraggiosi, si tramutano in eroi senza macchia e senza paura, e diventano orgogliosi condottieri impegnati in una strenua lotta per la sopravvivenza; pare di rivivere le gesta di Bruce "Ash" Campbell e perfino di John Rambo. La battaglia ogni minuto che passa assume contorni sempre più surreali e apocalittici. Gli zombie, con buona pace della tradizione di genere, grugniscono come bestie ma corrono e saltano e combattono fino allo stremo. I modelli di riferimento sono proprio Braindead e Evil Dead, omaggiati a piene mani, oltre ovviamente all'immancabile assedio romeriano.


Dopo la sonnolente prima mezz'ora, peraltro, Wirkola ci mette anche del suo, inserendo sequenze a dir poco grottesche (un improponibile amplesso nel bagno esterno alla baita) ma anche qualche bella idea (ad esempio una delle vittime che, esalando gli ultimi respiri di vita, assiste, attraverso una sfocata soggettiva, al suo stesso squartamento).

Insomma, è chiaro che questo Dead Snow sia un film che si può amare ma anche odiare. Zombie in uniforme che corrono a passi pesanti sulla neve e si arrampicano sugli alberi, cascate di sangue a ricoprire lo schermo, humour sempre presente ma di "stampo scandinavo" e dunque molto meno immediato rispetto alle volgari facilonerie americane, rappresentazione narrativa prima lineare e poi caotica, paesaggi che mozzano il fiato, profumi splatter-gore d'impatto sicuramente retrò, finale prevedibilmente beffardo...


A voi la scelta. Io tutto sommato lo promuovo, perchè mi sono divertito e ho apprezzato il genuino tentativo di usare gli stereotipi provando almeno in parte a reinventarli. In questo senso, la bella Scandinavia non tradisce mai. Ovviamente il film, già passato con successo in vari festival, non è ancora uscito in Italia, e presumo mai uscirà. Però lo si trova sul web, con i sottotitoli in italiano.

By cinemystic // domenica, 16 agosto 2009+12:29
cinema, horror, estremo, splatter/gore, rubrica new visions, dead snow
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L'OCCHIO DEL MALE

E' con discreta curiosità che ieri mi sono posto alla visione di L'occhio del male (Thinner), film del 1996, diretto da Tom Holland e tratto da un romanzo di Stephen King (pubblicato usando lo pseudonimo di Richard Bachman nel 1984).

Fu uno dei primi romanzi in assoluto che lessi di King (negli anni li avrei poi letti tutti), e questo era uno dei pochi film tratti dalle sue storie che ancora mi mancava, avendo una collezione quasi completa anche in questo senso.

La trama è abbastanza semplice: William Halleck è un avvocato di successo, felicemente sposato e con una figlia. Pesa 140 chili, e le diete che fa non servono a un granchè. Un giorno, mentre la moglie gli fa un pompino in macchina (scusate l'immediatezza della terminologia), Halleck investe una zingara, uccidendola. Viene processato, ma essendo amico del giudice e del poliziotto che fa da testimone, è scagionato. Poco dopo un vecchissimo zingaro, padre della donna morta, si avvicina ad Halleck, lo tocca, e gli lancia una terribile maledizione. Da quel momento l'avvocato comincia a perdere inesorabilmente peso, fino quasi a scomparire. Al giudice e al poliziotto, anche loro maledetti, toccano destini anche peggiori. Per salvare la propria vita, e farsi togliere la iattura, Halleck va a caccia dello zingaro, mentre nel frattempo si convince che la moglie lo tradisca...


Tom Holland è un regista onesto e capace. Negli anni ci ha regalato, tra gli altri, l'interessante Ammazzavampiri, il mitico primo capitolo della saga de La bambola assassina, e il divertente I scream, you scream, we scream for ice cream per la serie Masters of Horror.


Infatti, anche qui dimostra di sapere il fatto suo. La trasposizione è piuttosto fedele al romanzo, anche se, come sempre in questi contesti, bisogna lavorare di sottrazione, anche un po' forzatamente. Così la parte dedicata all'inarrestabile perdita di peso di Halleck, che nel romanzo ha un ruolo preponderante, qui viene risolta nei primi 35-40 minuti di trama, per poi dedicarsi alle parti più "avventurose" e spettacolari della vicenda.

Il film è comunque gradevole, ben scritto e ben diretto, quasi mai sopra le righe. Ottima davvero l'interpretazione di Robert John Burke, linguaggio talvolta crudo come si conviene, componente soprannaturale giustamente limitata per dare spazio a temi più pregnanti come la vendetta, la paranoia e il senso di giustizia. Molto buono anche il make up, sia nelle scene maggiormente orrorifiche, sia nel mostrare l'inesorabile dimagrimento di Halleck.

I primi 40 minuti sono ottimi, la seconda parte cala leggermente, ma torna poi a salire con un finale crudele, misogino, per niente consolatorio... molto in stile anni '80, anche se il film è del '96.

Questo è il classico film che esce e passa praticamente inosservato. Così infatti è stato. Ma vale senz'altro la pena di recuperarlo, sia per i fans kinghiani, che non vedranno snaturate le caratteristiche dello scrittore, sia per chiunque voglia gustarsi un horror piacevole, "classico" nell'impostazione, e cattivo al punto giusto.

PS: da non perdersi il cameo dello stesso Stephen King, nella parte di uno svampito farmacista di nome Mr.Bangor (derivato dalla città in cui è nato, cioè appunto Bangor, nel Maine).

By cinemystic // mercoledì, 05 agosto 2009+12:34
cinema, letteratura, horror, stephen king, cinema americano, locchio del male
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CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO (3)

CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO

SETTEMBRE 2008 / LUGLIO 2009 (parte terza)

Eccoci al gran finale. I primi 5, i cinque film che più mi hanno entusiasmato, emozionato, sconvolto, in quest'ultima stagione cinematografica. Posizioni che tengono conto del valore critico delle opere in questione, ma anche delle reazioni emotive che mi hanno provocato... perchè il cinema è, prima di tutto, nel bene e nel male, emozione.



5) LASCIAMI ENTRARE
di Tomas Alfredson
Il miglior film sui vampiri degli ultimi anni. Sofferto e malinconico, dolce e crudele, irresistibilmente affascinante.


4) GRAN TORINO
di Clint Eastwood
Un altro film di rara potenza narrativa, di inarrivabile classe registica, con in più una prova d'attore superba. Clint, nell'immensità.


3) MARTYRS
di Pascal Laugier
Addirittura sul podio, sia per il suo valore tecnico, che giudico molto alto, sia e soprattutto per il totale sconvolgimento emotivo che mi ha provocato, cosa che, a questo livello, non mi capitava da anni.


2) CHANGELING
di Clint Eastwood
Due film in un anno, due ennesimi capolavori. Cinema allo stato puro. Qualità sopraffina. Una manna dal cielo. Ancora e sempre, Clint, nell'immensità.


E infine, eccolo, quello che senza alcun dubbio, è il mio film dell'anno:


1) THE WRESTLER
di Darren Aronofsky
Trascinante, struggente, intenso, ipnotizzante, commovente. La vita che entra nel cinema, il cinema che diventa vita. Un capolavoro straordinario.


By cinemystic // giovedì, 30 luglio 2009+11:11
cinema, classifiche, emozioni, horror, premiazioni, cinema francese, cinema americano, martyrs, the wrestler
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CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO (2)

CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO


SETTEMBRE 2008 / LUGLIO 2009 (top 25, parte seconda)


Seconda parte della classifica di fine anno. Ci avviciniamo alla vetta, e oggi andiamo prepotentemente a salire, con i film che vanno dalla posizione 15 alla posizione numero 6. Anche qui quasi zero blockbuster, e moltissime sorprese, tante "piccole grandi" pellicole a mio giudizio splendide, ma ignorate o comunque non abbastanza considerate dalla distribuzione e dal pubblico.

Io quest'anno ho voluto premiare il più possibile il "cinema d'autore". E dunque...



15) STELLA
di Sylvie Verheyde
Un altro piccolo grande film della superba scuola francese: tenero, intelligente e perfettamente misurato. Registucoli italiani, c'è solo da imparare...


14) PONYO SULLA SCOGLIERA
di Hayao Miyazaki
Non il miglior film del maestro giapponese, ma sempre e comunque a livelli sontuosi


13) APPALOOSA
di Ed Harris
Western epico e pulito, dal sapore antico, genuino, e maledettamente affascinante


12) MILK
di Gus Van Sant
Un film importante e costruito con la giusta mano, per esaltare la mostruosa bravura di Sean Penn


11) WALL-E
di Andrew Stanton
Il miglior film d'animazione degli ultimi anni, tecnicamente superbo

























E ora, entriamo nella Top Ten...


10) LA BANDA BAADER MEINHOF
di Uli Edel
Il cinema tedesco risorge all'improvviso, con un lavoro eletrizzante, appassionante, denso, solidissimo, entusiasmante


9) TWO LOVERS
di James Gray
Una sorpresa ammaliante, un film romantico e misurato, gustoso e riflessivo, con un tocco d'autore da applaudire



8) THE MIST
di Frank Darabont
Una delle migliori trasposizioni kinghiane da anni a questa parte: teso, soffocante, e con un finale da antologia



7) LA CLASSE
di Laurent Cantet
Palma d'Oro a Cannes, un film-documentario di rara intelligenza e di ancor più rara sensibilità


6) IN BRUGES
di Martin McDonagh
In realtà è uscito la scorsa primavera, ma io l'ho visto in ritardo, quindi faccio uno strappo alla regola e lo aggiungo lo stesso. Una sorpresa di assoluto livello, al contempo esilarante e commovente, di grandissima intensità emotiva.


A domani, per la Top 5 ...

By cinemystic // mercoledì, 29 luglio 2009+12:16
cinema, classifiche, emozioni, horror, premiazioni, western, cinema francese, cinema orientale, cinema americano, cinema tedesco, in bruges, cinema animazione, la banda baader meinhof, two lovers
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CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO

CLASSIFICA DEI MIGLIORI FILM DELL'ANNO


SETTEMBRE 2008 / LUGLIO 2009 (top 25)


Alla fine, come sempre, pure io mi lascio trascinare dal giochino delle classifiche, che alcuni amano, altri detestano. In fondo è solo un modo per celebrare i film che maggiormente ci hanno appassionato ed emozionato negli ultimi mesi, e dunque è un ricordo dei momenti più intensi vissuti grazie al cinema.

Quindi ecco la mia personale classifica dei film più belli usciti nelle sale italiane nell'ultima stagione cinematografica, da settembre a luglio, come si usa fare per convenzione. Qualcuno addirittura ha inserito i primi 70 (vero Alessandra? eh eh), io mi limito ai primi 25, anche perchè secondo me sono gli unici che meritano di entrare in graduatoria.

Anticipo subito che in classifica sono presenti ben 3 film d'animazione, 3 horror, ben 5 film francesi, 2 tedeschi, e zero italiani (non certo per pregiudizio, ma per pura valutazione qualitativa).... e ci sono molte sorprese: quest'anno infatti, ancor più del solito, ho voluto premiare tanti piccoli/medi film d'autore, bellissimi ma ignorati dalla distribuzione e dal grande pubblico, declassando invece molti "grandi" blockbuster spesso iper-pompati e sopravvalutati.

Ragion per cui, ho escluso grandi successi come The Millionaire, Benjamin Button, Revolutionary Road, The Reader, e altri che non troverete in classifica.

Iniziamo dalle posizioni 16-25, e procediamo al contrario, andando gradualmente a salire verso la vetta.


I MIGLIORI FILM DELL'ANNO


25) IL DUBBIO
di John Patrick Shanley
Dramma a tinte forti, ben congeniato, con grandi prove d'attore di Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman

24) UOMINI CHE ODIANO LE DONNE
di Niels Arden Oplev
Giallo-thriller di matrice letteraria, avvincente e originale

23) HOME
di Ursula Maier
Sconvolgente e surreale, con due attori memorabili, Isabelle Huppert e Olivier Gourmet

22) IL MATRIMONIO DI LORNA
di Jean Pierre e Luc Dardenne
Non il film migliore dei fratelli Dardenne, ma sempre di altissimo livello

21) DREAM
di Kim Ki-Duk
In realtà si è visto solo al Torino Film Festival. Il regista coreano ci fa sognare ed emozionare, come sempre. La pura bellezza dell'immagine.


20) STATE OF PLAY
di Kevin Macdonald
Thriller politico-giornalistico appassionante e ben scritto, con il solito grande Russell Crowe

19) VICKY CHRISTINA BARCELONA
di Woody Allen
Uno degli Allen forse meno significativi, eppure a tratti esilarante. Ottimo Bardem, e Penelope Cruz si divora la Johansson

18) L'ONDA
di Dennis Gansel
La Germania risorge, con un film imperfetto ma sorprendente e coraggioso

17) RACCONTO DI NATALE
di Arnaud Desplechin
Tipico film corale che nella sua "medietà" dimostra ancora una volta come il cinema francese sia il migliore del mondo

16) CORALINE E LA PORTA MAGICA
di Henry Selick
Animazione gothic-dark ai massimi livelli d'espressione




























A domani per le prime 15 posizioni...

By cinemystic // martedì, 28 luglio 2009+11:55
cinema, classifiche, emozioni, premiazioni, cinema francese, cinema orientale, cinema americano, cinema tedesco, cinema animazione
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THE MANSON FAMILY

Si è parlato molto, negli ambienti underground e non solo, del traumatizzante The Manson Family, film realizzato da Jim Van Bebber e uscito nel 2003, poi anche doppiato in versione italiana.

Portando a compimento un'opera iniziata molti anni prima, e più volte stoppata e interrotta da problemi produttivi, Van Bebber tenta di ricostruire la vera storia di Charles Manson e dei suoi seguaci, che a fine anni '60 formarono una specie di comune hippie in un ranch nel deserto californiano, dedicandosi soprattutto all'uso delle droghe e all'amore libero, per poi poco alla volta trasformarsi in feroci killer, quei killer che nel 1969 uccisero diverse persone tra cui Sharon Tate, all'epoca compagna di Roman Polanski, prima di essere arrestati.

Il lavoro di Van Bebber è molto particolare e ricercato. Utilizza uno stile documentaristico, e un montaggio frenetico. Mette in scena finto materiale d'epoca, invecchiando ad arte la pellicola utilizzata per le riprese, e costruendo finte interviste ai membri della setta con le quali ricostruire la storia della "famiglia" mansoniana. Non contento inscena anche una sorta di film nel film, in cui ai giorni nostri un giornalista che si sta occupando della storia di Manson viene perseguitato da una banda di giovinastri post-punk seguaci del vecchio Mito.

La prima parte del film è ricca di riferimenti simbolici e metaforici. La storia di Manson e dei suoi adepti è intervallata dalle immagini del processo e della loro incarcerazione, e da inquadrature che teorizzano visivamente i significati della vicenda (fiori inondati da una pioggia di sangue, un ragno che tesse la tela), e segue uno stile concitato e soffocante. Più che altro sembra un documentario sul mondo hippie, dato che i protagonisti passano il 90% del tempo a drogarsi, a vagare nudi per i prati e a fare sesso tra di loro, a rotazione, tutti con tutti.


In molti momenti siamo in puro territorio soft-core, si intuisce tutto e si vede parecchio... fino a giungere a uno stupro, e poi all'apice narrativo, che si compie durante una folle notte in mezzo al deserto, in cui Manson si fa crocifiggere e i suoi seguaci danno vita a un'irrefrenabile orgia.

Poi nell'ultima mezz'ora il tono del film cambia, e si cala in pieno territorio horror. Omicidi spaventosi, degenerazione totale, sangue a profusione, sequenze ad alto contenuto splatter.


Per poi arrivare a un finale francamente posticcio e anacronistico.

Leggo su alcuni siti e forum gente che definisce The Manson Family come uno dei film più violenti e scioccanti che siano mai stati realizzati.

Mah, mi permetto di dissentire. Certo, è un film disturbante, sia per il sesso, sia per il sangue, sia per l'atmosfera malata che tenta di creare. Ed è indubbiamente un film vietato a chi è facilmente impressionabile e a chi non digerisce la violenza cinematografica.

Ma francamente mi vengono in mente almeno 50 film più scioccanti di questo.

In alcuni frangenti il lavoro di Van Bebber è interessante e intrigante. In altri, è molto discutibile. Manson alla fine ci fa la figura di un poveraccio strafatto che si ritrova quasi per caso a credere di essere Gesù in terra. I veri mostri sono i suoi "figli", che nella follia di voler a tutti i costi inseguire il proprio idolo perdono ogni contatto con la realtà. In questo il regista c'entra l'obiettivo. Lo manca in pieno invece nel subplot ambientato ai giorni nostri, dedicato a un'effimera banda di nazisti-post-punk che francamente non ha niente a che fare nè con Manson nè con lo scopo del film.

A questo punto, vale la visione? A voi la scelta.

By cinemystic // giovedì, 16 luglio 2009+12:23
cultura, cinema, societa, sesso, horror, splatter/gore, the manson family
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NEL NOME DEL MALE

In programmazione in questo periodo su Sky questa miniserie in due puntate, diretta da Alex Infascelli e sceneggiata da Paola Barbato (una delle autrici del fumetto Dylan Dog).

Apprezzabile il tentativo di Sky, che dopo aver prodotto Quo Vadis Baby? e Romanzo Criminale cerca di dare nuova linfa vitale alla fiction, allontanandola un po' dallo squallore e dall'inettitudine che caratterizzano la povertà dei prodotti che infestano la Tv pubblica italiana. La fiction ha ucciso il cinema in televisione, ma gli spettatori nostrani sembrano non accusarne il colpo, gettandosi anzi in massa alla visione delle vuote bruttezze che ogni sera riempiono i palinsesti dei canali terrestri.

Sky e in questo caso Infascelli provano ad andare oltre, a fare un qualcosa in più, a modernizzare il linguaggio della fiction avvicinandola maggiormente al cinema, sia sul piano dei contenuti che su quello visivo. Onore a loro per questo.

Nello specifico, Nel Nome del Male, due puntate di circa 75 minuti l'una, è ambientato in un piccolo paese del Nord-Est, e racconta la storia di un padre di famiglia, dirigente di un'azienda di calzature, e del proprio figlio sedicenne, Matteo, che all'improvviso scompare nel nulla. La sparizione del ragazzo provoca l'esplosione di vecchie ruggini all'interno del nucleo familiare (la moglie accusa il marito di aver provocato la volontaria fuga del figlio, e se ne va di casa), e il padre si ritrova solo e disperato. Non aiutato nemmeno dallo scetticismo della polizia locale, inizia ad effettuare per conto proprio le indagini, lotta con tutte le sue forze per scovare notizie utili, e parte alla caccia di Matteo, finendo poco alla volta per immergersi in un mondo oscuro di cui nemmeno sospettava l'esistenza, quello delle sette sataniche.


A dare volto e anima al film, un inedito Fabrizio Bentivoglio, sobrio e misurato, quasi mai sopra le righe, forse fin troppo trattenuto, ma comunque sempre capace di grande e indiscussa professionalità. Nelle rughe del suo viso segnato dalla disperazione si annidano i veri significati di un film tv che prova ad analizzare gli spettri del fallimento del rapporto padre-figlio, della solitudine, della connivenza di presunti amici che tali non sono, della falsità che lega i rapporti tra gli abitanti di un piccolo paese di provincia, del Male che si annida all'interno di un microcosmo in cui dietro la facciata perbenista si nascondono ignominie insospettabili.

La prima parte del racconto, di pura ambientazione e preparazione, è forse la migliore, compatta al punto giusto, intensa senza mai strafare. La seconda, quando la vicenda entra nel vivo e si avvia verso la risoluzione, è un po' più sfilacciata, e non sempre trova la giusta coesione narrativa. Il finale è strappato via troppo in fretta, ma si lascia apprezzare per il coraggio.

Infascelli da corpo a una regia sicura, che non tentenna mai, e che come detto prova ad affrancarsi dalla banalità artistica delle normali fiction per dotarsi di maggiore fantasia compositiva. Forse in qualche punto si lascia andare a qualche vezzo di troppo, ma il suo lavoro è apprezzabile.

Il mondo del satanismo è in realtà per certi versi soprattutto un pretesto, anche se nella seconda parte diventa il fulcro del racconto. In qualche sequenza ci si avvicina all'horror, e Infascelli, lavorando con le sensazioni, con il mistero, e con i colori del buio, riesce a provocare qualche sana inquietudine, pur senza mai scivolare nel sensazionalismo fine a se stesso.


Nell'ultima parte la sceneggiatura prova anche a fornire interessanti (ma non abbastanza approfondite) riflessioni sul vero significato del satanismo, che va ben oltre ai ridicoli stereotipi (le croci rovesciate, la testa da caprone, i rituali orgiastici, l'odio per la religione cristiana), per dedicarsi invece all'appropriazione di una coscienza individuale che pone il soggetto come unico Dio di se stesso, come unico supremo padrone della propria anima, e classifica il sangue come fonte e simbolo di vita e potere.

In sostanza, pur con qualche difetto, Nel nome del male è un'opera fresca, che mostra idee e coraggio, e che quindi merita la giusta considerazione.

By cinemystic // venerdì, 10 luglio 2009+12:20
cultura, cinema, horror, cinema italiano, film per la tv, nel nome del male
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IN BRUGES

Questo è uno di quei film che arrivano, passano in qualche festival per la gioia dei cinefili più appassionati, poi scompaiono, poi finalmente escono nelle sale ma con distribuzione inesistente, fagocitati dai super blockbuster delle Majors che si mangiano il 90% degli incassi e del pubblico, e infine restano confinati nell'oblio, e non se li fila nessuno.

Infatti, In Bruges, debutto nel cinema di lunga durata del regista inglese Martin McDonagh (premio Oscar nel 2006 per il corto Six Shooter), è passato a dir poco in sordina, ha incassato cifre ridicole, l'hanno visto in quattro gatti.

Davvero un peccato, perchè questo è un vero e proprio gioiello, uno dei film più belli in assoluto tra tutti quelli realizzati nel biennio 2008/09.

Due killer irlandesi, dopo un colpo riuscito male, vengono mandati dal proprio capo a Bruges, per nascondersi per qualche giorno in attesa di ulteriori ordini. Uno dei due detesta la città, ed è eroso dal senso di colpa per avere ucciso per sbaglio un bambino innocente. Conoscerà una donna misteriosa che gli ridarà il sorriso, ma l'afflizione che lo accompagna non gli darà pace. L'altro al contrario si innamora del fascino della "Venezia del Nord", si diverte a fare il turista, ma quando riceverà dal suo Boss un terribile ordine da eseguire, combatterà in ogni modo per ribellarsi all'inevitabile.

In Bruges viaggia per 100 minuti accompagnato da un equilibrio di scrittura che ha del miracoloso. Da un lato è un film divertente, pieno di dialoghi in pieno stile da commedia, e di sequenze grottesche, surreali, stranianti. Si resta perplessi al'inizio, ma poi ci si diverte e anche tanto. Dall'altro lato, poco alla volta, riesce anche a essere un lavoro malinconico, struggente, toccante, intriso di pietà e di un umanesimo tutt'altro che retorico.


Siamo dalle parti di Scorsese, con un po' di Woody Allen, ma anche Melville, e perfino il teatro dell'assurdo di Beckett e Camus. Situazioni paradossali, stilettate comiche d'alta scuola, ma anche empatia, partecipazione emotiva, commozione. Smarrimento da lost in translation, fascino fotografico, imbarazzi linguistici, autocitazioni, risate sincere, ma pure riflessioni acute sul senso di colpa, sulla vendetta, sulla dura legge dell'onore, sul destino, sulla dignità dell'essere umano.


La cittadina belga, ben lungi dall'essere mero oggetto da cartolina, diviene parte fondante, viva e pulsante del racconto. Le musiche, che spaziano da semplici melodie di pianoforte al rock fino a partiture operistiche, sono sempre al punto giusto e mai invasive e prepotenti. La regia è asciutta e intelligente. La sceneggiatura strepitosa. Gli attori (Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes, e l'ennesima giovane e seducente scoperta francese Clémence Poésy) sono tutti in stato di grazia. Il finale sfiora sospiri lirici da tragedia greca.

Lo script di McDonagh si è preso la nomination all'Oscar (e meritava di vincerla, la statuetta, altro che Millionaire...), e Farrell si è vinto il Golden Globe. Non a torto, perchè anche se è sempre stato un attore mediocre, qui finalmente ha intavolato una prova davvero convincente.


Il delitto, le remore della coscienza, la poesia del quotidiano, un sorriso di donna, l'inverosimiglianza dell'assurdo, la virilità che si scioglie in un pianto liberatorio, un colpo di dadi che abolisce il caso: eccolo qui, In Bruges, uno di quegli oggetti misteriosi che passano veloci come una nuvola e quasi nessuno se ne accorge. Non fatelo anche voi, e se non l'avete visto, recuperatelo di corsa in Dvd.

Perchè questo è uno di quei film che danno realmente un senso all'amore per il cinema.

By cinemystic // sabato, 04 luglio 2009+12:04
cinema, emozioni, premiazioni, cortometraggi, cinema americano, premi oscar, in bruges, the millionaire, cinema britannico
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BE KIND REWIND

Michel Gondry, francese emigrato negli States, nato a Versailles nel 1963, è ormai già diventato un regista di culto.

Sicuramente è innegabile la sua visionarietà, la voglia di sperimentare con l'arte cinematografica, la fanciullesca dedizione a colorare mondi immaginari creati dal nulla, con il supporto di un'encomiabile fantasia realizzativa. In mezzo a tanti autori clonati e costruiti con lo stampino, il cinema di Gondry è senz'altro fresco e originale. Di questo gli va dato atto senza indugio.

Nel mio libro su Guillermo Del Toro ho definito il regista messicano come "un bambino che gioca con i pennarelli per dare vita al cinema" (mi si perdoni l'autocitazione), e penso che la definizione possa essere pertinente e azzeccata anche per Gondry.

Di fatto, però, a me l'unico film del francese che mi ha davvero entusiasmato è stato lo splendido, meraviglioso e indimenticabile Eternal Sunshine of the Spotless Mind (mi rifiuto di chiamarlo con il criminoso titolo italiano). Anche L'Arte del sogno, idolatrato da quasi tutti, non mi aveva convinto fino in fondo. Forse ancora meno mi ha convinto il recente Be Kind Rewind, che il Morandini ha definito come "il primo film sulla nostalgia per le videocassette".

Io sono uno di quelli che se avesse potuto avrebbe continuato a collezionare vhs per tutta la vita, ma a me Be Kind è sembrato invece soprattutto un atto d'amore per il cinema in senso lato, un'operazione retrò per certi versi simile al Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, o anche a The Majestic di Darabont. E' però il film in sè che mi pare funzioni solo in parte.


La prima mezz'ora, di pura ambientazione narrativa, è abbastanza asfittica, e quando la pellicola entra nel vivo (gli scapestrati Jack Black e Mos Def, dopo aver smagnetizzato tutte le videocassette del negozio di Danny Glover, iniziano a girare scombinati cortometraggi casalinghi nel tentativo di ridare vita ai film perduti, e sorprendentemente ottengono grande successo di pubblico) dopo un po' l'idea centrale del racconto tira la cinghia.


Una gustosa riflessione ludica sul potere del cinema che però ha la coperta troppo corta, e lascia senza riparo parti di sceneggiatura non sufficientemente sviluppate.

Il film, poi, è plasmato ad hoc sulle capacità gigionesche di Jack Black, che può piacere o no, ma almeno in un ruolo come questo sa utilizzare la sua mimica facciale e gestuale per far divertire come si conviene (e di sicuro ci fa una miglior figura qui che nel deludente King Kong di Peter Jackson).


La partecipazione di Mia Farrow è cosa buona e giusta, mentre il cameo di Sigourney Weaver è assolutamente superfluo.

Alcune sequenze demenziali ambientate nel mezzo della realizzazione dei corti sono ben riuscite (quelle di Ghostbusters, ad esempio), altre sono più scontate e tirate per i capelli.

Il finale poi è ovvio, godurioso, sbrodolante e clamorosamente ruffiano. Ma riesce a far luccicare gli occhi, e dunque merita considerazione.

In sostanza, a mio parere, Be Kind è un film da apprezzare per i suoi intenti e la passione cinefila che ne traspare... ma forse anche un'ottima occasione solo parzialmente colta.

By cinemystic // lunedì, 29 giugno 2009+10:20
cinema, cinema francese, cortometraggi, cinema americano, guillermo del toro, be kind rewind
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CAPPUCCETTO ROSSO

Premessa: ultimamente sto trascurando Cinemystic. Me ne scuso. Il motivo principale è che semplicemente in questo periodo, per vari motivi, sto guardando pochi film. Non ho comunque nessuna attenzione di abbandonare la mia "creatura". Anzi. E dunque...

Oggi parliamo di un cortometraggio, e di un autore italiano giovane e promettente, Stefano Simone.

Nato a Manfredonia e attualmente operante a Torino e dintorni, 23 anni, Simone ha già all'attivo una dozzina di corti. Lavori buoni e interessanti. In tempi recenti si era specializzato nella realizzazione di lavori molto vicini al noir, dando vita a film molto convincenti come Kenneth, Contratto per Vendetta e Lo Storpio, in cui sfruttando e rielaborando le regole di genere mostrava ottime doti registiche, il costante utilizzo di temi portanti non privi di fascino (la diversità, il desiderio di rivalsa di individui derisi dalla società, la lotta per l'affermazione dei propri diritti individuali), e un efficace utilizzo del mezzo tecnico (soprattutto per quanto concerne l'importanza della fotografia).

Questa volta invece Simone si è dedicato all'horror puro, realizzando Cappuccetto Rosso, rilettura in salsa orrorifica della leggendaria fiaba. Un corto di 30 minuti tratto da un racconto di Gordiano Lupi e sceneggiato da Emanuele Mattana.


Un giorno il giovane Pietro riceve dalla mamma l'incarico di portare un cesto di provviste alla nonna vecchia e malata. Per arrivarci deve attraversare il bosco. Camminando solingo tra la vegetazione incontra una misteriosa e procace donna vestita di rosso, che lo invita ad una gara (percorrendo due strade diverse, chi arriverà primo alla casa di sua nonna?), promettendogli un misterioso e conturbante premio. Quando Pietro arriva a destinazione, la donna è già lì, e gli offre un pasto or ora preparato... con carne fresca.

Il seguito è forse immaginabile, anche se nel finale propone una certa sorpresa; lo lasciamo comunque alla scoperta di chi visionerà il film.

Simone ancora una volta dimostra talento e un ottimo utilizzo del mezzo tecnico. Inquadrature efficienti, scelte giuste, primi piani ripresi da inquietanti angolazioni, buon utilizzo della prospettiva, controllato e mai smodato uso della macchina a mano (in questi bui tempi balagueriani, è una specie di miracolo... lode a lui per questo). Nuovamente fondamentale e riuscito l'apporto della fotografia (iper-realista nelle scene girate in mezzo al bosco, virata verso toni rossastri nelle sequenze in interni). Molto argentiane le musiche di Luca Auriemma, semplici e non invasivi gli effetti speciali.

Un lavoro piacevole, desunto da una tradizione che ovviamente strizza agli occhi ai vari Bava, Fulci e D'Amato (omaggiati in esergo), alla cui visione ci si dedica con curiosità, nell'attesa dell'esplosione gore nel finale.


Certo, qualche difetto non manca, in primis per quanto concerne la recitazione di alcuni attori che sfoderano un accento torinese decisamente troppo marcato. C'è poi qualche particolare superlfuo e fuori posto, ad esempio le autoreggenti della donna (la bella Soraia Di Fazio), e qualche dialogo un pochino troppo scolastico.

In ogni caso, Cappuccetto Rosso è un lavoro apprezzabile, che conferma le doti di un regista promettente, un ragazzo che ama il cinema e che insegue il suo sogno senza paura, e con grande voglia di fare. Nell'asfittico panorama italico, ne abbiamo bisogno come il pane. Consiglio poi di recuperare i suoi ottimi noir girati negli scorsi anni, in cui Stefano Simone mostra un tocco personale ancor più evidente e stimolante. Avanti così!


Potete contattare il regista, o saperne di più su di lui, dalla sua pagina myspace: http://www.myspace.com/stefano_simone

By cinemystic // mercoledì, 24 giugno 2009+10:55
cinema, horror, cortometraggi, cappuccetto rosso, cinema italiano
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Cinemystic: parole di cinema, parole di Arte, in piena libertà, senza paure e senza censure. Un occhio limpido verso il mondo, le immagini, le note, le passioni.

Chi sono

Utente: cinemystic
Nome: Alessio Gradogna
Un critico cinematografico, un uomo innamorato dell'Arte, che ha voglia di dire quello che pensa, senza inibizioni. Sono nato nel 1978, in un ameno paese della provincia di Vercelli. Ho iniziato ad appassionarmi di cinema, in particolare di cinema horror, sin dalla giovane età (quando avevo 8/9 anni non mi perdevo una puntata di Zio Tibia, e a 11 anni, appena posseduto il mio primo videoregistratore, andavo in videoteca a noleggiare film tipo Re-Animator e altri splatter-gore di quel genere). Mi sono diplomato in Ragioneria, e poi ho frequentato la facoltà di Lettere a Vercelli. Ho iniziato a occuparmi seriamente di cinema frequentando alcuni corsi all’Università, e studiando molto anche da autodidatta, leggendo manuali e opere di saggistica, guardando centinaia di film, e scrivendo la mia tesi di laurea, intitolata “La rappresentazione filmica del Dracula di Bram Stoker”. Mi sono laureato nel 2002, e nel contempo ho mosso i primi passi nell’attività di critico scrivendo recensioni e articoli vari per l’ora defunto portale Horrorcult. Nel 2004 ho vinto una delle sezioni del concorso nazionale di critica “Giovane e Innocente”, grazie a un articolo intitolato “The Addiction: la tragedia assoluta”. Sempre nel 2004 ho iniziato a collaborare con il sito EffettoNotte di Torino e con il rinomato web magazine Sentieri Selvaggi di Roma (una delle riviste più seguite in Italia), per il quale sono responsabile della rubrica “Horror & SF”. Dopo oltre tre anni collaboro ancora con entrambi i siti, scrivendo recensioni, articoli di approfondimento e reportage dai festival sparsi in giro per l’Italia ai quali partecipo come accreditato stampa. Mi occupo di cinema a 360°, sempre con una particolare specializzazione per l’horror ma spaziando in tutti i generi della Settima Arte e in tutte le epoche. In questi anni sono usciti miei articoli anche sul sito FilmHorror e sulle riviste cartacee Nocturno e Inside. In tutto, dal 2003 ad oggi, ho pubblicato circa 150 articoli. Nel 2006 sono stato membro della giuria in qualità di critico durante il Pesaro Horror Festival, e ho pubblicato, per la casa editrice Falsopiano, il mio primo libro, scritto a quattro mani con l’amico e collega Fabio Tasso. Si intitola “Tokyo Syndrome – Le nuove frontiere dell’horror giapponese”, e abbiamo effettuato conferenze di presentazione del libro a Pesaro (Pesarhorrorfest), Ravenna (Nightmare Film Festival), Torino (Torino Film Festival) e Roma (Cineclub Detour). Posseggo una bella cineteca, di cui mi vanto, di quasi 2000 film. Negli scorsi mesi ho infine scritto, questa volta da solo, il mio secondo libro. Si intitola “I dannati e gli eroi – Il cinema di Guillermo Del Toro”, ed è stato appena pubblicato dalla casa editrice Il Foglio di Gordiano Lupi. Oltre al cinema, ho infinite altre passioni, su tutte: la musica, la letteratura, il tennis, l’erotismo, l’Arte in ogni suo respiro. Per contatti, critiche, opinioni, proposte di collaborazione, potete contattarmi direttamente anche alla mail: alessio.gradogna@hotmail.it


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